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Nel sovraffollamento corrono i contagi. Come fermarli

carcereinsideDetenzione. Come esistono i negazionisti del Covid, così esistono i negazionisti dell’afflittività e patogenicità del carcere. Con pragmatismo e senso di umanità bisognerebbe, in tempi strettissimi, evitare che le carceri arrivino a produrre lo stesso numero di morti e disastri già visti nelle Rsa.

di Patrizio Gonnella su il manifesto del 20 novembre 2020

Se c’è un luogo in conflitto ontologico con il Covid, esso è il carcere. A chiunque affermi che sia il posto più sicuro del mondo rispetto al rischio di contrarre il virus, suggerirei una passeggiata per le sezioni del carcere di Brescia, che ha il doppio dei detenuti rispetto alla capienza regolamentare. O per i corridoi dell’istituto di Latina, che stipa 151 detenuti nei soli 77 posti previsti. O ancora a Taranto, che nei 304 posti letto regolamentari rinchiude 552 persone. O a Poggioreale, a Napoli, dove 2.177 detenuti devono dividersi i 1.571 posti disponibili, con celle che ospitano fino a 12 detenuti, talvolta prive di doccia, con letti a castello anche su tre livelli, e in qualche caso con wc vicino a dove si dorme. 

Carceri del nord, del centro e del sud. Tutte o quasi affollate al punto da essere patogene a prescindere dal virus. Carceri dove con grande fatica straordinari operatori stanno cercando di creare reparti dove assicurare la quarantena e l’isolamento per i detenuti risultati positivi. Figuriamoci quanto possano costituire un luogo riparato e sicuro celle, sezioni, istituti con tassi di affollamento tali da averci portato in passato a subire condanne ignominiose da parte della Corte europea dei diritti umani per trattamento disumano e degradante. 

Come esistono i negazionisti del Covid, così esistono i negazionisti dell’afflittività e patogenicità del carcere. Secondo i dati di cui si ha conoscenza – e qui c’è un inspiegabile mancanza periodica di comunicazione da parte del ministero della Giustizia e dell’amministrazione penitenziaria – alla data del 16 novembre erano 758 i detenuti positivi al Covid-19 (distribuiti in ben 76 penitenziari), nonché ben 936 gli operatori. Al momento, l’1,4% dei detenuti ha contratto il virus. La crescita è stata nei giorni scorsi impetuosa. Se non si interviene in fretta non è chiaro potrebbe accadere. 

Si dirà che anche fuori la gente si contagia e si ammala. Certo, ma quanto meno possiamo sgomberare il campo dalla prima sciocchezza, ossia che il carcere sia il luogo più sicuro al mondo. Proviamo a raccontarlo a quel signore sessantotenne morto nell’ospedale Cotugno di Napoli che era detenuto in quel luogo strapieno di corpi che è Poggioreale, una tra le situazioni più critiche in Italia con – pare – circa 100 detenuti positivi. 

La popolazione detenuta complessiva – 54.000 persone circa – supera di oltre 7.000 unità la capienza regolamentare, pari a circa 47 mila posti considerando anche le sezioni provvisoriamente chiuse. Nelle carceri vi sono alcune migliaia di detenuti ultrasessantacinquenni, persone con patologie oncologiche, cardiopatici e diabetici. Vi sono anche circa 18.000 detenuti con una pena residua inferiore ai tre anni. È partendo da loro che va creato spazio nelle carceri, assicurando quel distanziamento fisico oggi impossibile. Con pragmatismo e senso di umanità bisognerebbe, in tempi strettissimi, evitare che le carceri, così come è avvenuto tragicamente negli Usa (oltre 196.000 detenuti contagiati e ben 1.321 detenuti morti per Covid), arrivino a produrre lo stesso numero di morti e disastri già visti nelle Rsa. Va creato spazio utilizzando strumenti alternativi al carcere per chi dovrebbe entrarvi dall’esterno, come ha richiesto il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi. 

Infine, di fronte alla necessità medica di evitare che parenti, insegnanti, volontari possano entrare nelle carceri per portare affetto, vicinanza, sostegno, istruzione è urgente affidarsi alla tecnologia per telefonate, colloqui, didattica. Si mettano a disposizione dei detenuti gli strumenti per non restare isolati. Si consenta loro, in un momento così drammatico come quello che stiamo tutti vivendo, di telefonare quotidianamente ai propri cari. Si protegga la comunità penitenziaria – personale e detenuti – con mascherine, distanziamento, informazioni, prevenzione. Lo si faccia ora, senza paura di essere attaccati da demagoghi vari che impazzano sui vecchi e nuovi media. “Cercavi giustizia ma trovasti la legge”, cantava Francesco De Gregori, come hanno scritto in un loro appello alcune detenute del carcere di Torino chiedendo una misura da molti suggerita, ossia l’ampliamento della liberazione anticipata. 

Antigone, Anpi, Arci, Cgil, Gruppo Abele, insieme a Ristretti, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, CSD – Diaconia Valdese, Uisp Bergamo, InOltre Alternativa Progressista, sin da marzo scorso e ancora nei giorni scorsi, hanno chiesto misure urgenti nel nome della dignità e della salute delle persone detenute e per chi lavora in carcere. Ascoltiamo chi il carcere lo conosce. Ascoltiamo il buon senso, e non pericolosi e falsi allarmi sociali creati ad arte.

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