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Carceri. Antigone: “grazie alla Corte costituzionale un passo avanti per il diritto alla salute dei detenuti”

Salute in carcere“La sentenza depositato oggi della Corte Costituzionale, la n. 99, è importantissima per il diritto alla salute dei detenuti. Finalmente la malattia psichica viene considerata alla stessa stregua della malattia fisica, nel caso in questione ai fini della concessione della detenzione domiciliare”. A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, nel commentare la pronuncia della Corte in merito al dubbio di costituzionalità sollevato dalla Cassazione. 

“Con questa sentenza – dichiara ancora Gonnella - la Corte rimedia alle timidezze e alle paure del legislatore che aveva avuto l’occasione in sede di riforma dell’ordinamento penitenziario di introdurre questo principio sacrosanto, ma non lo aveva fatto ignorando la scienza ma anche la pratica medica. Una sorta di rimozione del problema del disagio psichico che finalmente viene superata. Ci auguriamo che da questa pronuncia si riproponga al centro dell’agenda politica l’equiparazione totale tra malattia fisica e psichica e dunque anche l’incompatibilità di quest’ultima con lo stato di detenzione arrivando, quando questa si presenta, a prevedere la sospensione o il differimento delle pena”. 

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La giustizia vale più dello spirito di corpo

Biani CucchiLa legalità costituzionale, che comprende in sé il diritto all’inviolabilità della propria integrità psico-fisica e dunque il diritto a non essere maltrattati e torturati, non si ferma sulla soglia di una caserma dei carabinieri. 

A quasi due lustri dalla morte di Stefano Cucchi, dopo anni di indagini, dopo processi finiti nel nulla, dopo maldicenze e ingiurie nei confronti della famiglia di Stefano, dopo deviazioni e tentativi di infangare ingiustamente alcuni agenti di Polizia penitenziaria, giunge, inaspettata alla luce dei precedenti storici, e per questo ancora più importante, la decisione del Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri di chiedere al Ministero della difesa di costituirsi parte civile nel prossimo procedimento penale per depistaggio, che vede il coinvolgimento di alcuni militari, i quali, come abbiamo sentito e visto nelle scorse settimane, avrebbero fatto di tutto per occultare una verità invece composta da pestaggi, violenza, torture, indifferenza e morte. 

È questa una decisione, successivamente confermata dal presidente del Consiglio, che restituisce dignità allo Stato e allo stesso tempo ripaga le vittime delle tante offese e calunnie subite. 

Le istituzioni italiane molto debbono a Ilaria Cucchi e ai suoi genitori. Senza la loro caparbietà, senza il loro infinito dolore, senza la fatica di un’instancabile Ilaria, capace di fare da muro contro calunniatori e miserabili anonimi aggressori, e senza la strategia, di certo non difensiva per usare una metafora calcistica, dell’avvocato Anselmo e degli altri legali, Stefano Cucchi sarebbe stato uno dei senza nome e dei senza storia che sono morti nelle mani dello Stato. Lui invece ha un nome, ha un volto, ha un’anima, ha una storia grazie a Ilaria e a chi, con lei, ha lottato stoicamente per la giustizia e la verità. 

Nei casi di tortura e maltrattamenti il raggiungimento della verità storica attraverso il processo non può che essere un affare di Stato. Non è qualcosa che riguarda solo una madre, un padre o una sorella. La violenza istituzionale è sempre una questione che riguarda l’intera comunità. Non è ridimensionabile a un delitto tra privati ma è un crimine di rilevanza pubblica. È lo Stato che deve preoccuparsi di proteggere i propri cittadini dai suoi custodi infedeli. È lo Stato che deve difendere la memoria delle vittime di tortura dai loro carnefici. È lo Stato democratico che viene ferito quando la legalità si ferma sul portone di una caserma, di un commissariato, di un carcere, di un centro per migranti. 

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Viterbo, un carcere dove vige il terrore. Il governo intervenga subito

Carcere Viterbodi Patrizio Gonnella da il manifesto del 6 aprile 2019

«Ho subito violenze, gravi lesioni corporali e torture varie». «Mi hanno tenuto in mutande di inverno per giorni in una “cella liscia” e sono stato preso a pugni. Ho la testa piena di cicatrici». «Hanno tre squadrette solo per menare detenuti». «Aiutatemi ad andare via da questo carcere». «Se dico qualcosa qua mi menano». «Qui si cerca di sopravvivere alle ingiustizie e restare al proprio posto, sempre con i nervi saldi. Sempre più torno a convincermi di trovarmi in un mondo infernale. Si ricevono umiliazioni da parte delle guardie quando nelle perquisizioni che effettuano settimanalmente lasciano la tua cella sottosopra… La divisa che indossano dà loro un potere, non dà loro nessun onore e possono quindi infierire sul detenuto, come e quando vogliono, renderlo indifeso… sono diverse le storie di percosse che han subito alcuni detenuti della mia stessa sezione e rimangono celate nel silenzio. Qui si vive con la paura individuale, il buio, gli incubi. Per ora ancora sopravvivo, ma quando uscirò da questa struttura lotterò perché la verità esca fuori». 

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Lottiamo per i diritti. Anche grazie al tuo 5x1000

5x1000 instagramFBCara amica e caro amico,

anche quest’anno sarà possibile devolvere il 5x1000 alla nostra associazione. 

Scegliere di darlo ad Antigone significa sostenere le nostre attività sul terreno dei diritti, contro chi propaganda un uso populistico della giustizia e del sistema penale. Il tuo sostegno ci aiuta a moltiplicare le forze, per questo per noi è fondamentale. E lo è ancor di più in periodi come quello che stiamo vivendo.

Se il 5x1000 per noi è molto importante, a te non costa nulla. Se non decidessi infatti di darlo ad un’associazione, finirà nelle casse dello Stato, che le distribuirà secondo i propri criteri.   

Per destinare il tuo 5x1000 ad Antigone bastano due semplici mosse: 

1. Metti la tua firma nel riquadro “Sostegno del volontariato e delle altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale...”
2. Inserisci nello spazio “codice fiscale del beneficiario” il codice fiscale di Antigone: 97117840583 

Lottiamo insieme per i diritti.

Legittima difesa. Gonnella (Antigone): il rischio più grande ora è la presunzione di assoluta impunità

legittima difesa voto ansa-2"Viene da domandarsi tra quanti anni la Lega, alla ricerca del consenso elettorale, modificherà nuovamente la legge per la legittima difesa. Se passeranno 13 anni, come dall'ultima volta che lo fece o stavolta ci metterà meno". Queste le dichiarazioni di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, a seguito dell'approvazione della legge che modifica l'art. 52 del codice penale sulla legittima difesa. La norma, risalente al Codice Rocco di epoca fascista era stata infatti già modificata nel 2006, dal governo di centro-destra, sempre su impulso della Lega. 

"La pretesa di immunità per chi dovesse ferire o uccidere un presunto ladro, che la Lega va vendendo da tempo, non esiste - sostiene Gonnella. Dinanzi all'utilizzo di un'arma da fuoco, ancor più quando questo utilizzo provochi la morte di una persona, partirà sempre un'indagine e un eventuale processo. Sarà poi la magistratura a decidere se quell'episodio rientra in ciò che si può definire legittima difesa o meno. Quando questa assenza di impunità che il partito del ministro Salvini va propagandando sarà un'evidenza, allora forse la Lega dovrà tornare a modificare la legge nell'unico modo possibile, quello di intervenire sull'indipendenza della magistratura. Nel frattempo però questo falso messaggio di presunzione assoluta di impunità, potrebbe essere male interpretato dai cittadini, così stimolati ad un uso indebito delle armi". 

"Purtroppo questa legge porta con sé un brutto messaggio ai cittadini, invitandoli a difendersi da soli (anche con le armi) piuttosto che rivolgersi alle forze di polizia, che ne escono così fortemente delegittimate nella loro funzione. Ben diversa è stata la reazione in Nuova Zelanda dove, a seguito di un atto terroristico, il governo ha deciso di ridurre il numero delle armi che girano nel paese. Più armi ci sono in giro, più morti avremo".

Carcere, il Garante bacchetta le istituzioni: «Cambiare linguaggio»

Relazione garante 2019Giustizia. Mauro Palma presenta la Relazione annuale sulle persone private della libertà davanti alle più alte cariche dello Stato. Il sovraffollamento non è una fake news. Come non lo è l’aumento dei suicidi, l’abuso dell’isolamento disciplinare, l’allungamento della detenzione dei migranti

di Patrizio Gonnella, da il manifesto del 28 marzo 2019

«La sofferenza, sia essa la risultante di proprie azioni anche criminose, del proprio desiderio di una vita diversa e altrove, della propria vulnerabilità soggettiva, merita sempre riconoscimento e rispetto. Merita un linguaggio adeguato, soprattutto da parte di chi ha compiti istituzionali. L’espandersi di un linguaggio aggressivo e a volte di odio, costruisce culture di inimicizia che ledono la connessione sociale e che, una volta affermate è ben difficile rimuovere». Così Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, ha concluso la sua Relazione annuale al cospetto delle più alte cariche dello Stato, tra le quali il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, il Presidente della Camera, il presidente della Corte Costituzionale e il ministro della Giustizia. A proposito di linguaggio aggressivo echeggiavano nella testa di tutti i presenti a Montecitorio quelle espressioni truci, anti-costituzionali, oggi ricorrenti nella retorica istituzionale, come «marcire in galera» o «buttare la chiave». 

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Un appello al governo affinché presti la massima attenzione al caso di Antonio Consalvo, da 10 mesi nelle carceri dello Sri Lanka

antonio-consalvo-carcere-sri-lankaDa circa 10 mesi Antonio Consalvo, 33enne di Pordenone, si trova nel carcere di Colombo, la capitale dello Sri Lanka. Nel maggio scorso, mentre faceva scalo all'aeroporto di Colombo, di ritorno in Italia dopo un soggiorno in Thailandia, è stato arrestato perché in possesso di una dose di marijuana. Da allora, stando a quanto riferito dalla madre e da vari quotidiani, non è stato sottoposto ad alcun processo ed è detenuto in condizioni disumane, in una cella condivisa con circa 80 detenuti che fanno i turni per dormire. E' tramite il suo avvocato, Ahmed Munasudeen, che la madre riceve informazioni. A febbraio 2019, le autorità consolari lo avevano visitato due volte. Pare che durante la detenzione abbia contratto una bronchite e un'altra non precisata infezione.

Dopo un appello rivolto a febbraio alle istituzioni affinché si mobilitassero per ristabilire i diritti del figlio, la madre, Lucia Catania, il 5 marzo si è recata nel carcere di Colombo, dove ha potuto incontrare il figlio, il quale le ha chiesto un cuscino e un sapone antibatterico. Aveva irritazioni cutanee sparse e lamentava il mancato avvio del processo. A fronte della evidente fragilità delle garanzie processuali, della frequenza con cui hanno luogo casi di tortura e detenzioni arbitrarie nello Sri Lanka, oltreché della disumanità delle condizioni detentive denunciate da autorevoli organizzazioni internazionali impegnate nella promozione dei diritti umani, auspichiamo che il Governo presti al caso tutta l'attenzione che esso richiede.

Noi continueremo a seguirlo, qualora serva anche giudiziariamente, affinché si arrivi a una rapida scarcerazione e un altrettanto rapido rientro in Italia.

Visita della nostra associazione e del Garante dei diritti dei detenuti in Palestina

Visita PalestinaRamallah, 14 Marzo 2019 - Questa settimana, una delegazione italiana del Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale e della nostra associazione ha svolto una missione in Palestina per realizzare una tre giorni di formazione rivolta ai funzionari del Ministero della Giustizia e ai suoi partner, allo scopo di presentare e trasferire best practices italiane e metodologie utilizzate nel monitoraggio dei diritti umani nei centri di privazione di libertà. 

Questa missione si inserisce nel quadro del progetto Karama: verso un sistema rispettoso dei diritti umani e della dignità delle persone, finanziato da AICS Gerusalemme (Agenzia Italiana per la cooperazione allo Sviluppo), e ribadisce la cooperazione su questo terreno, avviata con la visita dei funzionari del Ministero della Giustizia Palestinese presso l’omologo Ministero italiano a novembre 2014, sul tema “Diritti umani e organizzazione penitenziaria”. 

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Droghe. Antigone: "a pochi giorni dalla proposta di Salvini, la Corte costituzionale ribadisce il principio di proporzionalità"

Corte-Costituzionale"E' il principio di proporzionalità che deve governare il sistema penale che altrimenti perde razionalità". A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, a seguito della sentenza n. 40 della Corte costituzionale depositata in data odierna. Con questa sentenza la Corte dichiara illegittimo l'articolo 73, primo comma, del Testo unico sugli stupefacenti il quale prevedeva una pena minima edittale di 8 anni. Secondo la Corte proprio il minimo previsto per la fattispecie ordinaria (8 anni) e il massimo previsto per quella di lieve entità (4 anni), sarebbero in contrasto con i principi di eguaglianza, proporzionalità, ragionevolezza (art. 3 della Costituzione), oltre che con il principio della funzione rieducativa della pena (articolo 27 della Costituzione). Il minimo edittale diviene quindi ora di 6 anni, mentre resta invariato il massimo della pena, previsto in 20 anni. 

"La sentenza della Corte - dichiara Gonnella - è in chiara controtendenza contro le derive populiste nelle quali siamo immersi. Il diritto non può affidarsi a categorie ad esso estranee. Non si possono prevedere pene a caso a seconda degli umori e dei bisogni di consenso. La Corte - sostiene ancora il presidente di Antigone - ci ricorda dunque come in ambito penale il faro debba sempre essere quello della proporzionalità del sistema penale e della funzione costituzionale rieducativa della pena e non l'uso populistico della giustizia che arrivi ad assumere le sembianze di una vendetta".
"Eliminare la lieve entità come proposto da Salvini - conclude Patrizio Gonnella - significherebbe potenzialmente portare in carcere per minimo 6 anni anche coloro che dovessero essere trovati in possesso di pochi grammi di sostanze. Una proposta che si allontana nettamente dalla pronuncia odierna della Corte e che per questo va fermamente respinta al mittente".

Droghe. Antigone: "investiamo sulla sicurezza dei cittadini, legalizziamo la cannabis"

legalicannabis“Anche noi come Matteo Salvini vorremmo che non ci fossero più spacciatori per le strade, per questo proponiamo la legalizzazione della cannabis e la depenalizzazione delle altre sostanze. Vorremmo anche noi che i nostri ragazzi non fumassero droghe tagliate, che non finissero nelle mani di spacciatori professionisti che mischiano droghe chimiche, leggere e pesanti. Per fare questo bisogna legalizzare, depenalizzare, investire nella cultura sociale della riduzione del danno. Il Movimento 5 Stelle ha già votato nella sua piattaforma a favore della legalizzazione. Non ceda. Anzi, approfitti della proposta della Lega e apra una discussione in Parlamento e nel Governo per una strategia non proibizionista e punitiva. Contro le mafie, per il diritto alla salute, contro la criminalizzazione di milioni di consumatori". 
A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, a seguito del disegno di legge presentato dal ministro dell’Interno Matteo Salvini che vorrebbe aumentare le pene per reati di droga e abolire la “lieve entità”.   

Il testo unico sulla droga attualmente in vigore, D.P.R. 309/90, meglio conosciuto come legge Jervolino-Vassalli, prevede all'articolo 73 che chiunque coltiva, produce, cede, distribuisce, vende droghe pesanti è punito con una pena da 8 a 20 anni, per quelle leggere invece la pena va da 2 a 6 anni. Al comma 5 è previsto “il fatto di lieve entità”, che inizialmente prevedeva pene da 1 a 6 anni per le droghe pesanti e da 6 mesi a 2 anni per quelle leggere. Ma dopo l’abrogazione della legge Fini-Giovanardi, che aveva modificato il testo unico tra il 2006 e il 2014, è rimasta un pena unica da 6 mesi a 4 anni a prescindere dalle sostanze di cui si viene trovati in possesso. 

 “L’Italia ha tentato di percorrere la strada dell’inasprimento delle pene - sottolinea Gonnella. Lo ha fatto piuttosto di recente proprio con la legge Fini-Giovanardi che, modificando l’articolo 73 del D.P.R. 309/90, aveva equiparato tutti i tipi di droghe, prevedendo pene da 6 a 20 anni di carcere. Il risultato è stato sotto gli occhi di tutti: non erano diminuiti i consumatori, non erano diminuiti i morti, erano aumentati i detenuti presenti nelle carceri per reati legati alle droghe che, nel 2009, nel pieno di quell'ondata repressiva, erano il 40% del totale della popolazione detenuta”.   Oggi i detenuti presenti in carcere per reati legati alle droghe sono circa il 34% del totale, segno che in carcere ci si va comunque ancora e molto. Inoltre il 25% di coloro che si trovano negli istituti di pena italiani sono tossicodipendenti e avrebbero dunque bisogno di cure specifiche che il carcere non può garantire. La maggior parte dei detenuti inoltre è ristretta per reati legati alla marijuana, una sostanza che recentemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiesto di rimuovere dall’elenco delle sostanze pericolose dell’Onu per via delle sue importanti funzioni terapeutiche.

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