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Indipendenza della Catalogna. Le nostre impressione sul processo di Madrid

Processo catalano AntigoneNegli scorsi giorni siamo stati nuovamente a Madrid per assistere, come osservatori internazionali (invitati dalla piattaforma International Trial Watch), al processo che vede imputati alcuni leader indipendentisti catalani, membri del Governo della regione e della società civile, in riferimento al referendum sull'indipendenza della Catalogna.

Il nostro obiettivo era il monitoraggio del rispetto di diritti e garanzie in un procedimento penale particolarmente delicato. Non si tratta dunque di affrontare la questione dell'indipendenza, su cui non abbiamo alcuna competenza. Il nostro lavoro ha fatto seguito a quello di febbraio (di cui abbiamo parlato qui).  L'udienza ha avuto luogo pochi giorni dopo la pubblicazione, da parte del Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria (che fa capo al Comitato per i diritti umani dell'Onu), di un documento (che potete leggere interamente a questo link) in cui si condanna il ricorso alla detenzione preventiva nei confronti di gran parte degli imputati, che si trovano in carcere, in custodia cautelare, da oltre un anno e mezzo. In tutte le più importanti fonti giuridiche il ricorso a tale misura è previsto come extrema ratio, ove non sia possibile ricorrere a misure meno afflittive. Ciò al fine di evitare il rischio che tale strumento si trasformi in una pena anticipata o in un indebito strumento di pressione. Nel caso in questione, basti dire che per evitare il rischio di reiterazione del reato sarebbe stato sufficiente inibire dalle funzioni pubbliche gli imputati che avevano incarichi istituzionali.

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Il carcere è un pezzo di città. Antigone in carcere con i sindaci italiani

Visita carcere Torino - AppendinoIl carcere è un pezzo di città. E' questa la campagna promossa da Antigone che punta ad includere anche i sindaci nell'articolo 67 dell'ordinamento penitenziario, vale a dire tra quelle autorità cui la legge riconosce il diritto a visitare gli istituti di pena. 

Per promuovere la campagna Antigone ha scritto ad alcuni sindaci italiani chiedendo la loro disponibilità a visitare insieme le carceri delle loro rispettive città. Sono diversi i primi cittadini ad aver risposto e nei giorni scorsi si sono tenute le prime visite a Livorno, con il sindaco Filippo Nogarin e a Torino con la sindaca Chiara Appendino, con i quali sono stati visitati rispettivamente gli istituti "Le Sughere" e "Lorusso-Cotugno". 

Quando carcere e territorio comunicano fra loro, quando esistono dei trasporti che non isolano gli istituti di pena ma che consentono a familiari e volontari di recarvisi facilmente, quando i cittadini si rendono conto che il carcere è un pezzo di città, quando sul territorio esistono servizi territoriali adeguati, aumentano le chances che la pena non sia solo un momento di esclusione. Il reinserimento abbatte la recidiva. Il reinserimento sociale è sicurezza.

Settanta anni fa Piero Calamandrei scriveva che bisogna aver visto. Bisogna aver visto per comprendere cosa significa la privazione della libertà e quale sia la composizione delle nostre carceri. Ma bisogna aver visto anche per trovare soluzioni concrete che diano effettività alla funzione che la Costituzione assegna alla pena. Il carcere non è un mondo a parte. Riflette, in tutto o in parte, la complessità e le problematiche di un territorio. Molti Comuni sono già impegnati in attività meritorie. Il nostro obiettivo è avvicinare il carcere alla società, contribuire alla sua non rimozione. Per questo è importante che i sindaci siano i primi a potersi interessare, e a poter essere messi nelle condizioni di farlo, a cosa avviene in questo loro pezzo di città.

Milano è una città no taser. Dopo Palermo e Torino anche il capoluogo lombardo vota l'odg promosso da Antigone

Milano notaserIeri il Comune di Milano ha approvato l'ordine del giorno promosso da Antigone contro la dotazione del taser al corpo di Polizia Locale. Una possibilità introdotta dal Decreto Salvini su sicurezza e immigrazione per le città con oltre 100.000 abitanti.  Milano diventa così la terza città dopo Palermo e Torino ad approvare un ordine del giorno in tal senso. 

“Nelle settimane successive all’approvazione del DL Salvini – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - abbiamo inviato a tutti i sindaci e i consiglieri delle città con oltre 100.000 abitanti una proposta di ordine del giorno affinché non si dotassero gli agenti della polizia locale di quest’arma potenzialmente letale, come ci dimostrano le esperienze dei paesi dove è già in uso”. 

A Milano questa proposta è stata raccolta dalla consigliera di Milano Progressista Anita Pirovano e condivisa dalla maggioranza e dal sindaco Belle Sala. Alla fine i voti a favore sono stati 22 sui 27 presenti al momento della votazione.

“Ringraziamo la consigliera Pirovano, il sindaco Sala e tutta la maggioranza consigliare. Siamo felici che Milano abbia deciso di essere una città no taser – dice ancora Gonnella. Ci auguriamo che anche le altre città seguano questo esempio e, ancor di più, che questo sia un segnale affinché sul taser in dotazione alle altre forze dell'ordine si possa tornare presto indietro. Certamente un segnale importante dalle grandi città italiane sta arrivando, anche in vista della possibile discussione del decreto sicurezza bis" conclude il presidente di Antigone.   

Il dissenso di piazza nelle mani del «superprefetto» Salvini

decreto-sicurezza-2Il ministro dell'inferno. Nel decreto sicurezza bis oltre all’attacco alle ong si «criminalizzano» anche le proteste.
di Patrizio Gonnella da il manifesto del 23 maggio 2019

Migranti, organizzazioni non governative, oppositori di varia natura sono ancora una volta usati come scudi elettorali. Il cosiddetto decreto sicurezza-bis di Salvini è palesemente fuori dalla ragionevolezza costituzionale. L’obiettivo esplicito è quello di concentrare una somma di poteri nelle mani di un solo ministro, guarda caso quello dell’interno. Nella bozza di decreto-legge che circola si sommano vizi formali e vizi sostanziali nel nome di una disumanità a cui oramai troppi si stanno abituando. 

Il testo è in primo luogo palesemente carente dei presupposti che giustificano la decretazione d’urgenza. Ad esempio il calo degli indici di delittuosità, così come certificato dallo stesso ministro dell’interno, non legittima un’ulteriore stretta penale. La corte costituzionale ha inoltre più volte affermato che è illegittimo giustapporre in modo scriteriato norme disomogenee. Nel decreto sicurezza-bis sono state inserite norme amministrative contro chi soccorre vite in pericolo, norme che criminalizzano il dissenso, norme che cambiano l’organizzazione interna allo Stato, norme che modificano l’organizzazione giudiziaria allo scopo di sottrarsi al giudice naturale precostituito per legge, norme che sottraggono competenze ai ministeri della giustizia e dei trasporti per affidarle pericolosamente al ministero dell’interno, norme che riguardano le prossime Universiadi. 

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Decreto sicurezza-bis. Antigone scrive a Conte: "preoccupati per l'ulteriore compressione dei diritti. Il Premier lo blocchi"

Dec sic bis fb"Il sistema giuridico e i diritti, per loro intrinseca natura, non possono essere continuamente intaccati sulla base di presunte ed indimostrate emergenze criminali e sociali". E' quanto si legge nella lettera che l'associazione Antigone ha indirizzato al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per richiamare l'attenzione sull'ulteriore compressione dei diritti e delle garanzie che il decreto sicurezza-bis, che domani sarà discusso in Consiglio dei Ministri, potrebbe produrre nell'ordinamento italiano. 

Diversi sono i motivi di preoccupazione che Antigone ha riscontrato nel testo del decreto.  Innanzitutto riguardo al ricorso allo strumento della decretazione d'urgenza. "Più volte - sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - abbiamo sentito il ministro degli Interni vantarsi pubblicamente della riduzione del numero di flussi di migranti o del calo degli indici di delittuosità. Questo fa cadere la straordinarietà ed urgenza che giustifichi l’adozione di un decreto-legge che va ad intervenire su quei terreni". 

Ad essere evidenziato inoltre è come il decreto difetti di omogeneità, un criterio che la Corte Costituzionale ha ritenuto necessario per affermare la legittimità della decretazione di urgenza. Nel decreto in esame si giustappongono norme contrarie al senso di umanità in materia di immigrazione, norme in materia penale che criminalizzano il dissenso, norme che cambiano l’organizzazione interna allo Stato, norme che sottraggono competenze ai ministeri della Giustizia e dei Trasporti per affidarle pretestuosamente e pericolosamente al ministero dell’Interno, norme che riguardano le prossime Universiadi. Disomogeneità che mettono a rischio la costituzionalità del decreto, anche alla luce dei precedenti giurisprudenziali, ed in particolare della sentenza n.32 del 2014. 

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Tutti i reati sono in calo ma aumenta il numero dei detenuti in carcere

carcereinsideRapporto Antigone sul carcere. Quando i numeri crescono inevitabilmente in galera si tende a stare peggio

Di Patrizio Gonnella su il manifesto del 17 maggio 2019

È strano raccontare l’ultimo anno di vita nelle carceri italiane partendo da un dato che a prima vista sembra contraddittorio, inspiegabile, illogico. Eppure il sistema penale e quello penitenziario non di rado si sottraggono alla logica e alla razionalità. Le presenze in carcere – oggi vi sono nelle prigioni italiane poco meno di 61 mila persone – sono aumentate di ben 3 mila unità nell’ultimo anno e di circa 8 mila unità rispetto al 2015, così avvicinandosi pericolosamente a quei numeri che ci portarono alla vergogna di una sentenza di condanna della corte europea dei diritti umani per violazione di quell’articolo 3 che vieta, oltre alla tortura, anche i trattamenti inumani, crudeli e degradanti. Una crescita nei numeri penitenziari che non trova però spiegazione in un corrispondente aumento degli indici di criminalità. 

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Presentato il nostro XV Rapporto: "colmare le distanze tra pena reale e pena secondo la Costituzione"

XV rapporto antigone"Il carcere secondo la Costituzione" E' questo il titolo del XV Rapporto sulle condizioni di detenzione che l'associazione Antigone ha presentato questa mattina a Roma. "Abbiamo deciso di titolare così il rapporto - ha spiegato il presidente di Antigone Patrizio Gonnella durante la conferenza stampa - poiché alla Costituzione ci richiamiamo nel nostro lavoro di osservazione che dal 1998 portiamo avanti e attraverso il quale rileviamo gli elementi critici, le potenzialità e i rischi del nostro sistema penitenziario. Un lavoro che mettiamo a disposizione di tutti affinché si possano mettere in campo tutte le azioni necessarie a colmare la distanza tra la pena reale e la pena secondo la Costituzione". 

Quello che emerge dal Rapporto di Antigone è come il sovraffollamento del sistema penitenziario italiano sia ancora in crescita. Al 30 aprile 2019 erano 60.439 i detenuti, di cui 2.659 donne (il 4,4% del totale). Le presenze in carcere sono cresciute di 800 unità rispetto al 31 dicembre 2018 e di quasi 3.000 rispetto all’inizio dello scorso anno. Ma soprattutto ci sono oggi ben 8.000 detenuti in più rispetto a tre anni e mezzo fa. Con questo trend nel giro di due anni si tornerà ai numeri della condanna europea. Il tasso di affollamento sfiora attualmente il 120% e, dalle rilevazione effettuata dall’Osservatorio di Antigone durante il 2018 (85 carceri visitate), è risultato che nel 18,8% dei casi vi sono celle dove non è rispettato il parametro dei 3mq per detenuto, soglia considerata dalla Corte di Strasburgo minima e al di sotto della quale estremo è il rischio di trattamento inumano o degradante. Il tasso di affollamento può essere considerato tuttavia più elevato se si tiene conto che in ben 37 istituti, tra quelli visitati dall'associazione, ci sono spazi non in uso per ristrutturazione o inagibilità. Non sempre i dati ufficiali sui posti disponibili tengono conto di ciò. Il caso più celebre è quello di Camerino, vuoto dal terremoto dell’ottobre del 2016, la cui capienza è ancora conteggiata nei posti disponibili del sistema penitenziario nazionale. 

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Legittima difesa. Patrizio Gonnella (Antigone): "bene le parole di Mattarella. Siamo certi la magistratura interpreterà al meglio questo messaggio"

Pistola"Del tutto condivisibili i rilievi del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella intorno alla nuova legge sulla legittima difesa. Una legge palesemente ispirata a principi di campagna elettorale. Una legge inutile, anzi dannosa. Una legge che ha come obiettivo indiretto quello di favorire una liberalizzazione ulteriore del mercato delle armi. Siamo certi che la magistratura interpreterà al meglio il messaggio del Capo dello Stato, ponendo limiti e confini all'applicazione di una legge che sarà la Corte costituzionale ad indicare se legittima o meno. Forti restano infatti i dubbi intorno alla legittimità di un provvedimento non ispirato a quel principio di proporzionalità che invece deve caratterizzate l'intero sistema penale". 

Queste le dichiarazioni del presidente di Antigone Patrizio Gonnella.

Carceri. Antigone: “grazie alla Corte costituzionale un passo avanti per il diritto alla salute dei detenuti”

Salute in carcere“La sentenza depositato oggi della Corte Costituzionale, la n. 99, è importantissima per il diritto alla salute dei detenuti. Finalmente la malattia psichica viene considerata alla stessa stregua della malattia fisica, nel caso in questione ai fini della concessione della detenzione domiciliare”. A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, nel commentare la pronuncia della Corte in merito al dubbio di costituzionalità sollevato dalla Cassazione. 

“Con questa sentenza – dichiara ancora Gonnella - la Corte rimedia alle timidezze e alle paure del legislatore che aveva avuto l’occasione in sede di riforma dell’ordinamento penitenziario di introdurre questo principio sacrosanto, ma non lo aveva fatto ignorando la scienza ma anche la pratica medica. Una sorta di rimozione del problema del disagio psichico che finalmente viene superata. Ci auguriamo che da questa pronuncia si riproponga al centro dell’agenda politica l’equiparazione totale tra malattia fisica e psichica e dunque anche l’incompatibilità di quest’ultima con lo stato di detenzione arrivando, quando questa si presenta, a prevedere la sospensione o il differimento delle pena”. 

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La giustizia vale più dello spirito di corpo

Biani CucchiLa legalità costituzionale, che comprende in sé il diritto all’inviolabilità della propria integrità psico-fisica e dunque il diritto a non essere maltrattati e torturati, non si ferma sulla soglia di una caserma dei carabinieri. 

A quasi due lustri dalla morte di Stefano Cucchi, dopo anni di indagini, dopo processi finiti nel nulla, dopo maldicenze e ingiurie nei confronti della famiglia di Stefano, dopo deviazioni e tentativi di infangare ingiustamente alcuni agenti di Polizia penitenziaria, giunge, inaspettata alla luce dei precedenti storici, e per questo ancora più importante, la decisione del Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri di chiedere al Ministero della difesa di costituirsi parte civile nel prossimo procedimento penale per depistaggio, che vede il coinvolgimento di alcuni militari, i quali, come abbiamo sentito e visto nelle scorse settimane, avrebbero fatto di tutto per occultare una verità invece composta da pestaggi, violenza, torture, indifferenza e morte. 

È questa una decisione, successivamente confermata dal presidente del Consiglio, che restituisce dignità allo Stato e allo stesso tempo ripaga le vittime delle tante offese e calunnie subite. 

Le istituzioni italiane molto debbono a Ilaria Cucchi e ai suoi genitori. Senza la loro caparbietà, senza il loro infinito dolore, senza la fatica di un’instancabile Ilaria, capace di fare da muro contro calunniatori e miserabili anonimi aggressori, e senza la strategia, di certo non difensiva per usare una metafora calcistica, dell’avvocato Anselmo e degli altri legali, Stefano Cucchi sarebbe stato uno dei senza nome e dei senza storia che sono morti nelle mani dello Stato. Lui invece ha un nome, ha un volto, ha un’anima, ha una storia grazie a Ilaria e a chi, con lei, ha lottato stoicamente per la giustizia e la verità. 

Nei casi di tortura e maltrattamenti il raggiungimento della verità storica attraverso il processo non può che essere un affare di Stato. Non è qualcosa che riguarda solo una madre, un padre o una sorella. La violenza istituzionale è sempre una questione che riguarda l’intera comunità. Non è ridimensionabile a un delitto tra privati ma è un crimine di rilevanza pubblica. È lo Stato che deve preoccuparsi di proteggere i propri cittadini dai suoi custodi infedeli. È lo Stato che deve difendere la memoria delle vittime di tortura dai loro carnefici. È lo Stato democratico che viene ferito quando la legalità si ferma sul portone di una caserma, di un commissariato, di un carcere, di un centro per migranti. 

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