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XV rapporto sulle condizioni di detenzione

La Radicalizzazione in Europa

La Radicalizzazione in Europa

La Radicalizzazione in Europa

1024 561 XV rapporto sulle condizioni di detenzione

Giovanni Torrente

La radicalizzazione nelle carceri europee: i risultati dello European Prison Observatory

E’ il più discusso dei temi, quali strategie e quali strumenti sono adottati in Europa

il campo dell’antiterrorismo si muove su di un ghiaccio molto sottile dove la deriva verso pulsioni legate allo stato di emergenza sono, sia una facile tentazione, sia di immediata efficacia sul piano simbolico.

Vi sono aspetti della carcerazione che periodicamente assumono centralità all’interno del dibattito sulle politiche di sicurezza. Ecco quindi che, a seconda dei casi, i temi della recidiva, dell’affettività, del suicidio ecc. acquisiscono, in specifici momenti, particolare rilevanza, in primis fra gli addetti ai lavori, ma alle volte anche all’interno di un campo più ampio, coinvolgendo la politica e i commentatori non specializzati.

Il tema della radicalizzazione in carcere, oramai da diverso tempo, è divenuto uno degli argomenti centrali che, anche nei discorsi fra non esperti, sono associati alla carcerazione. È infatti noto come alcuni dei protagonisti degli attentati che in questi ultimi anni hanno insanguinato l’Europa sono soggetti transitati dal carcere, spesso come criminali comuni, e che, alle volte, proprio nell’ambito della carcerazione hanno maturato un processo di ideologizzazione che ha favorito l’escalation criminale nel campo del terrorismo di matrice religiosa. Ecco quindi come si sono progressivamente moltiplicati gli interventi nell’ambito della carcerazione con l’obiettivo di interrompere processi di radicalizzazione violenta che, proprio all’interno delle prigioni, conoscerebbero un processo di accelerazione.

D’altronde, il fenomeno in sé non stupisce chi conosce l’ambito della carcerazione. Da questo punto di vista, le teorie criminologiche di stampo critico hanno da tempo dimostrato come il carcere, lungi dallo svolgere ogni forma di prevenzione speciale o generale che dir si voglia, costituisce un momento decisivo nell’affermazione della carriera deviante. La stessa storia italiana ha peraltro dimostrato come i processi di ideologizzazione costituiscano un tratto centrale capace di facilitare veri e propri “balzi di carriera” fra coloro che, detenuti per reati comuni, conoscono all’interno delle carceri processi di indottrinamento che, da un lato, permettono strategie di adattamento alla prigione di stampo innovativo e, dall’altro, una prospettiva deviante di natura consolidata al momento dell’uscita dal circuito detentivo. Da questo punto di vista, basti ricordare la centralità dei processi di ideologizzazione interni alle carceri durante tutta l’epoca degli “anni di piombo”. Ma gli esempi potrebbero essere molti altri.

Si tratta quindi di un fenomeno che può essere ricercato nelle radici stesse della prigione come fabbrica della devianza. Analizzato dal punto di vista di un osservatorio sulle condizioni detentive, il fenomeno assume un interesse parzialmente differente. Là dove l’interesse dell’occhio esterno che guarda le carceri è quello di comprenderne le pratiche, gli standard e, infine, la legalità, ecco che il terreno delle strategie di prevenzione della radicalizzazione si rivela molto fertile per comprendere il grado di resilienza del sistema di fronte a tentazioni di stampo autoritario.

Come hanno saputo molto bene affermare i fondatori della nostra Associazione, il campo dell’antiterrorismo si muove su di un ghiaccio molto sottile dove la deriva verso pulsioni legate allo stato di emergenza sono, sia una facile tentazione, sia di immediata efficacia sul piano simbolico. Da questo punto di vista, lo Stato di emergenza proclamato dal governo francese dopo gli attentati del 2015, con il relativo bagaglio di misure prive dei requisiti minimi di garanzia previsti dagli Ordinamenti giuridici moderni, costituisce un esempio significativo. All’interno di tale cornice, le carceri costituiscono il terreno migliore dove adottare procedure di sicurezza speciali, regimi di carcerazione particolarmente afflittivi, pratiche di prevenzione spregiudicate dove il limite fra il contrasto al terrorismo e la tortura è di problematica lettura.

Il tema non può quindi non interessare l’osservatorio di Antigone.

Lo European Prison Observatory e il contrasto della radicalizzazione violenta nelle carceri
Il tema, naturalmente, diviene più interessante là dove l’analisi prevede una comparazione a livello europeo. Il campo del terrorismo e della sua prevenzione ha infatti, da un lato, prodotto raccomandazioni a livello europeo, sia sulle strategie di prevenzione, sia sulle pratiche auspicate1) Ci si riferisce in particolare alle Guidelines for prison and probation services regarding radicalisation and violent extremism adottate dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa il 2 marzo 2016 e la risoluzione del Parlamento europeo del 5 ottobre 2017 sul sistema penitenziario e le condizioni detentive (2015/2062(INI).
; dall’altro lato, tale tentativo di uniformare le pratiche penitenziarie europee in materia di prevenzione dei processi di radicalizzazione violenta nelle carceri si è scontrato con un quadro generale dove i singoli paesi, in nome di una storia differente, di situazioni “speciali” e di pratiche consolidate di varia natura, hanno spesso intrapreso strade autonome nel tentativo di fare della prigione un terreno attivo nella prevenzione dei fenomeni di radicalizzazione violenta. L’occasione per tentare una prima comparazione dello stato dell’arte a livello europeo si è avuta con la terza edizione del progetto europeo coordinato da Antigone, volto alla creazione di un osservatorio europeo sulle carceri. La proposta rivolta alla commissione europea, in questo caso, è stata che, in questo biennio, l’oggetto dell’osservatorio europeo sulle carceri fossero le strategie di prevenzione e di contrasto della radicalizzazione violenta. Oggetto dell’analisi sono quindi sia le strategie di prevenzione e di de-radicalizzazione adottate nell’ambito dei sistemi penitenziari europeo, sia gli strumenti di individuazione del rischio2)Siamo nell’ambito di quell’insieme di criteri che trovano nell’espressione risk assessment tools una categoria definitoria ampiamente riconosciuta a livello europeo. utilizzati dalle amministrazioni penitenziarie per distinguere le situazioni, i casi a rischio rispetto all’ordinaria amministrazione.

Il faro che orienta l’analisi, naturalmente, è la tutela dei diritti fondamentali. Si tratta di un approccio critico che chiaramente riflette sulla diffusione e sull’efficacia delle pratiche adottate, ma che, anche in nome dell’oggetto sociale dell’osservatorio di Antigone, si pone l’interrogativo sulla genesi, sulla finalità, oltre che sulla concreta materialità delle pratiche adottate, per verificarne la compatibilità con i diritti umani fondamentali. Il rispetto di tali diritti, secondo la prospettiva adottata dovrebbe costituire un argine a quelle pratiche di prevenzione che mal si conciliano con la tutela della dignità della persona, anche su un terreno così centrale per la sicurezza collettiva come è quello del terrorismo.

Ecco quindi che negli ultimi 2 anni l’Osservatorio europeo coordinato da Antigone ha indagato sulle pratiche adottate fra i Paesi partner del progetto3)Oltre all’Italia, le nazioni coinvolte in questo caso sono Spagna, Lettonia, Austria, Portogallo, Germania e Grecia., producendo in una prima fase un report comparativo a cui seguiranno altri due report rispettivamente sul rapporto fra le linee guida elaborate a livello europeo e le pratiche nazionali e una valutazione sugli strumenti di individuazione del rischio adottati nei diversi Paesi.

In questo intervento fornirò un breve disamina dei principali risultati del report comparativo, rimandando al sito internet del progetto4) www.prisonobservatory.org. per tutti i materiali e la reportistica completa.

dal punto di vista quantitativo siamo probabilmente di fronte ad un processo di amplificazione che ovviamente non deve essere sottovalutato in quanto, se preso sul serio, può condurre a giustificare scelte di stampo reazionario che coinvolgano la generalità della popolazione detenuta.

Un’amplificazione del problema?
La letteratura che ha affrontato il tema della radicalizzazione in carcere è oramai piuttosto ampia. Il dato che emerge è un’apparente contraddizione nell’interpretazione del rapporto fra carcere e processi di radicalizzazione. Da un primo punto di vista, come sottolineato nella parte introduttiva di questo intervento, è stato evidenziato (Basra, Neumann, 2016; Mulcahy et al., 2013; Neuman, 2007) come il carcere sia un terreno fertile ove si alimenta la frustrazione delle persone recluse, evidenziando quindi un elevato rischio di radicalizzazione fra le persone recluse. Un altro punto di vista, ha tuttavia evidenziato come la radicalizzazione e il reclutamento in carcere siano l’eccezione e non la regola (Jones, 2014; Hamm, 2013), di fatto sottolineando come il clamore generato dai processi di radicalizzazione violenta in carcere si scontri con una realtà nella quale il fenomeno, di fatto, riguarda un numero esiguo di individui5)Per un’ampia disamina della radicalizzazione nelle carceri italiane si rimanda al numero monografico della rivista “Antigone. Quadrimestrale di critica del sistema penale e penitenziario”, ed in particolare ai saggi di Alvise Sbraccia (2017) e Valeria Verdolini (2017).. Secondo la tesi suggerita, vi sarebbe quindi un processo di amplificazione del rischio di radicalizzazione in carcere, che di fatto contribuisce a mascherare – almeno nel dibattito pubblico – altre problematiche connesse alla detenzione, spesso di natura ben più urgente.

L’osservatorio europeo di Antigone può entrare nel dibattito sul tema proponendo almeno due considerazioni. La prima, riguarda la difficile reperibilità dei numeri e la notevole difficoltà nell’effettuare le comparazioni. Dal primo punto di vista, occorre riscontrare come diversi partner abbiano riscontrato difficoltà nell’ottenere i dati numerici sulle persone detenute a rischio di radicalizzazione o radicalizzate. In alcuni Paesi è risultato addirittura difficile estrapolare all’interno della popolazione detenuta il numero totale di accusati per terrorismo o condannati per lo stesso reato6)È questo, ad esempio, il caso della Grecia.. Un quadro molto opaco, quindi, in primis figlio della riluttanza da parte delle amministrazioni penitenziarie a fornire informazioni su un tema considerato sensibile, per il quale anche la divulgazione di dati statistici viene percepito come un pericolo coperto da segreto. Ma non solo. Anche là dove i dati sono disponibili, i ricercatori hanno incontrato serie difficoltà ad elaborare una comparazione. Questo si deve a diverse ragioni. Spesso, ad esempio, in alcuni Paesi sono utilizzate categorie descrittive sconosciute presso altre amministrazioni. È questo il caso, ad esempio, dei detenuti considerati “a rischio di radicalizzazione”, voce statistica utilizzata dall’amministrazione penitenziaria italiana e sconosciuta ad altri Paesi. La stessa definizione di “radicalizzazione violenta”, di per sé controversa in letteratura, conosce interpretazioni differenti sul piano pratico all’interno delle diverse procedure amministrative. Ma, salendo più in alto, anche la cornice definitoria del reato di terrorismo risulta tutt’altro che univoca, alle volte includendo comportamenti “ai margini” delle attività terroristiche7)Si pensi ad esempio ai famosi “viaggi” nei campi di addestramento delle organizzazioni fondamentaliste islamiche. o criminalizzando atteggiamenti prima ancora che fatti8)Siamo nell’ambito dei cosiddetti pre-crimes. Sul tema si veda McCulloch e Pickering (2009).. Inutile dire come tale quadro frammentato renda assai ardua ogni forma di comparazione strutturata.

Al netto della difficoltosa comparabilità dei dati, una lettura del campo della radicalizzazione nelle carceri dei paesi coinvolti mostra un quadro con cifre sostanzialmente modeste dove i soggetti accusati o condannati per terrorismo raramente superano le 100 unità per Paese e i soggetti definiti come radicalizzati costituiscono una percentuale pressoché irrisoria della popolazione detenuta9)Per i dati completi si rimanda al rapporto di ricerca che sarà a breve pubblicato sul sito del progetto www.prisonobservatory.org. Tale quadro suggerisce come il fenomeno, certo meritevole di attenzione se non altro per via della gravità dei reati connessi ai processi di radicalizzazione violenta, non sia in realtà così diffuso come una retorica dominante porterebbe a ipotizzare. Quindi, dal punto di vista quantitativo siamo probabilmente di fronte ad un processo di amplificazione che ovviamente non deve essere sottovalutato in quanto, se preso sul serio, può condurre a giustificare scelte di stampo reazionario che coinvolgano la generalità della popolazione detenuta.

Così come le strategie di prevenzione risentono dell’approccio culturale dominante nei Paesi coinvolti, anche le pratiche di gestione materiale della carcerazione per quei soggetti individuati come “a rischio” o definiti “radicalizzati” variano molto nel quadro europeo oggetto di indagine.

Regimi detentivi, prevenzione, individuazione e de-radicalizzazione
Ma la risposta di fronte al rischio di radicalizzazione deve necessariamente fondarsi su una contrazione delle libertà, su un regime detentivo più rigido?

Le già richiamate raccomandazioni europee suggerirebbero esattamente il contrario. Al riguardo, le indicazioni offerte prevedono delle pratiche ideali che coniughino osservazione, trattamento e tutela dei diritti fondamentali. In questa cornice la prevenzione dei fenomeni di radicalizzazione dovrebbe fondarsi su uno stile in qualche modo “classico” nelle moderne migliori pratiche di gestione delle istituzioni penitenziarie. Da un lato, l’osservazione del detenuto e dei suoi comportamenti; dall’altro lato, il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona10)Là dove, ovviamente, il riconoscimento dei diritti religiosi costituisce uno degli aspetti primari della prevenzione.; dall’altro lato ancora l’intervento di stampo multi-disciplinare verso coloro che mostrino segnali di radicalizzazione violenta11)Da questo punto di vista, sono numerose le raccomandazioni che invitano ad affiancare l’attività di intelligence delle forze di polizia con interventi di esperti nel campo delle scienze sociali, della psicologia, criminologia ecc..

A fronte di tali pratiche ideali, il quadro raccolto dall’osservatorio europeo si mostra molto più frastagliato e incerto nelle sue prassi applicative. Riassumiamo qui di seguito le principali tendenze emerse dal progetto.

Sul piano dell’attività di prevenzione si individuano alcune tendenze di carattere generale.

  1. Il tema del rischio di radicalizzazione è in genere interpretato come qualcosa che riguarda solo ed esclusivamente l’ambito penitenziario. Sono quindi rare, o pressoché assenti, strategie di prevenzione strutturate nell’ambito del sistema di probation.
  2. I programmi di prevenzione quasi sempre si esauriscono con il fine pena. Sono molto rari processi di supporto e prevenzione che seguano il percorso dell’individuo dopo la scarcerazione.
  3. I dati numerici sui progetti avviati, sul numero di soggetti coinvolti e sui risultati raggiunti sono molto farraginosi e, spesso, assenti.
  4. Sono altresì pressoché assenti dei processi di valutazione da parte di agenzie esterne all’amministrazione penitenziaria (es. Università) che valutino scientificamente l’impatto delle iniziative adottate.

 

Al netto di tali tratti in comune, si evidenziano tuttavia degli stili, degli atteggiamenti nei confronti della prevenzione dei fenomeni di radicalizzazione, che nel report si è voluto rappresentare sulla base di modelli attraverso i quali le amministrazioni penitenziarie si interfacciano con il tema “rischio di radicalizzazione”.

  • La negazione del problema. Questo atteggiamento è proprio di quei Paesi, primi fra tutti Grecia e Portogallo, dove le amministrazioni penitenziarie nelle loro pratiche del quotidiano non hanno individuato il tema “radicalizzazione” come un problema principale nella gestione del sistema. In questi Paesi, quindi, non solo non sono presenti dati statistici affidabili sul fenomeno, ma sono pressoché assenti anche programmi di prevenzione o una particolare attenzione nei confronti di quei segnali che suggeriscano l’esistenza di un pericolo legato alla radicalizzazione violenta del detenuto.
  • Controllo e neutralizzazione. Altri Paesi, al contrario, riconoscono il tema radicalizzazione come uno dei principali rischi legati alla quotidianità penitenziaria. In questo caso, tuttavia, la risposta si fonda su pratiche di prevenzione incentrate sul controllo del detenuto, dei suoi comportamenti, spesso dei mutamenti nel vestiario o nell’aspetto fisico, al fine di individuare quei segnali che costituirebbero il primo passo in un processo di radicalizzazione violenta. È questo, ad esempio, il caso dell’Italia dove larga parte della prevenzione pare fondarsi sull’utilizzo del manuale “Violent Radicalization – Recognition of and Responses to the Phenomenon by Professional Groups Concerned” ideato in collaborazione con altre amministrazioni europee. La questione in questo caso si fonda sul fatto che la mera osservazione di segnali comportamentali o fisici, da un lato, si presta con facilità a fraintendimenti o un’interpretazione stereotipata dei segnali di radicalizzazione violenta. Dall’altro lato, nella pratica l’osservazione sostituisce ogni prospettiva di intervento preventivo fondato su processi educativi di stampo inclusivo che, non a caso, sono ridotti al lumicino.
  • Controllo e integrazione. In altri Paesi, infine, si è potuto riscontrare come le pratiche di controllo si affianchino a numerosi progetti educativi, spesso caratterizzati dall’intervento di equipe multidisciplinari con l’obiettivo di fronteggiare i fenomeni di radicalizzazione violenta anche con lo strumento educativo. Non a caso, da questo punto di vista, tale commistione fra controllo/repressione e educazione/inclusione si riscontra in quei Paesi – quali Austria e Germania – che da più tempo si confrontano con il fenomeno e dove appare più evidente la presenza di significative fasce della popolazione detenuta a rischio. In questo senso, la pluralità degli interventi pare riflettere un percorso di medio-lungo termine e una consapevolezza sull’essenza del fenomeno più strutturata rispetto ad altri Paesi.

Così come le strategie di prevenzione risentono dell’approccio culturale dominante nei Paesi coinvolti, anche le pratiche di gestione materiale della carcerazione per quei soggetti individuati come “a rischio” o definiti “radicalizzati” variano molto nel quadro europeo oggetto di indagine.

Un tema centrale al riguardo è quello del regime detentivo. Anche in questo caso, le raccomandazioni ideali suggeriscono uno scarso utilizzo della segregazione nei confronti della popolazione detenuta con approcci ideologici di stampo radicale/violento, a favore della collocazione degli stessi all’interno di regimi il più possibile ordinari. Ciò favorirebbe la dispersione all’interno del sistema penitenziario di tali soggetti offrendo, tra l’altro, la possibilità agli stessi di partecipare a quei programmi di intervento che, al contrario, risultano di difficile attuabilità in quegli istituti caratterizzati da regimi detentivi di elevata sicurezza.

Ancora una volta, tuttavia, il quadro fattuale mostra una realtà molto differente dagli auspici ideali. Solo in Austria e in Germania12) In questo secondo caso peraltro con numerose eccezioni e differenze fra i differenti Lander. appare dominante una politica di controllo fondata sulla dispersion dei soggetti radicalizzati all’interno del sistema, seppur con significative misure di controllo sui soggetti giudicati pericolosi. Negli altri Paesi prevale un approccio di stampo segregazionista in base al quale la diffusione della radicalizzazione all’interno delle mura del carcere è combattuta attraverso istituti – o sezioni – speciali nelle quali i detenuti pericolosi, radicalizzati, violenti sono rinchiusi affinché non diffondano il morbo all’interno del sistema. Non a caso, poi, molto raramente queste sezioni speciali conoscono la presenza di programmi trattamentali di stampo inclusivo, o di tentativi di offrire differenti forme di cittadinanza per soggetti, di fatto, considerati come irrecuperabili, irrimediabilmente pericolosi. La rinuncia alla risocializzazione, in questi esempi, si accompagna alla mera neutralizzazione del soggetto pericoloso per tutto il tempo della condanna e, in seguito, nell’espulsione dello straniero in ragione della sua pericolosità. Si tratta, chiaramente, di una strategia miope – di cui purtroppo il nostro Paese è un efficace esempio – figlia di un approccio emergenziale in base al quale il tentativo di estirpare la radicalizzazione violenta è attuato attraverso il rifiuto di una prospettiva di cittadinanza e il mero allontanamento dell’indesiderato.

In attesa di un nuovo ingresso o di una nuova generazione di indesiderabili.

Bibliografia essenziale di riferimento

Basra R., Neumann P. (2016), Criminal Pasts, Terrorist Futures: European Jihadists and the New Crime-Terror Nexus, in “Perspectives on Terrorism”, Vol. 10, Issue 6.

Hamm M.S. (2013), The Spectacular Few. Prisoner Radicalization and the Evolving Terrorist Threath, NYU, Press, New York, London.

Jones C. (2014), Are prisons really schools of terrorism? Challenging the rhetoric on prison radicalization, in “Punishment and Society”, 16, 1, pp. 74-103.

McCulloch J., Pickering S. (2009), Pre-Crime and Counter-Terrorism: Imagining Future Crime in the ‘War on Terror’, “The British Journal of Criminology”, Volume 49, Issue 5, September 2009, pp. 628–645.

Mulcahy E., Merrington S., Bell P. (2013), The Radicalisation of prison inmates: exploring recruitment, religion and prisoner vulnerability, in “Journal of Human Security”, IX, 1, pp. 4-14.

Neumann P., Brooke R. (2007), (eds.), Recruitment and Mobilisation for the Islamist Militant Movement in Europe, King’s College London, London.

Sbraccia A. (2017), Radicalizzazione in carcere. Sociologia di un processo altamente ideologizzato, in Sbraccia A. e Verdolini V. Islam e radicalizzazione: processi sociali e percorsi penitenziari, in «Antigone. Semestrale di critica del sistema penale e penitenziario», XII, 1, pp. 173-200.

Verdolini V. (2017), Storia e critica delle radicalizzazioni in Italia, in Sbraccia A. e Verdolini V. Islam e radicalizzazione: processi sociali e percorsi penitenziari, in «Antigone. Semestrale di critica del sistema penale e penitenziario», XII, 1, pp. 117-138.

References   [ + ]

1. Ci si riferisce in particolare alle Guidelines for prison and probation services regarding radicalisation and violent extremism adottate dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa il 2 marzo 2016 e la risoluzione del Parlamento europeo del 5 ottobre 2017 sul sistema penitenziario e le condizioni detentive (2015/2062(INI).
2. Siamo nell’ambito di quell’insieme di criteri che trovano nell’espressione risk assessment tools una categoria definitoria ampiamente riconosciuta a livello europeo.
3. Oltre all’Italia, le nazioni coinvolte in questo caso sono Spagna, Lettonia, Austria, Portogallo, Germania e Grecia.
4. www.prisonobservatory.org.
5. Per un’ampia disamina della radicalizzazione nelle carceri italiane si rimanda al numero monografico della rivista “Antigone. Quadrimestrale di critica del sistema penale e penitenziario”, ed in particolare ai saggi di Alvise Sbraccia (2017) e Valeria Verdolini (2017).
6. È questo, ad esempio, il caso della Grecia.
7. Si pensi ad esempio ai famosi “viaggi” nei campi di addestramento delle organizzazioni fondamentaliste islamiche.
8. Siamo nell’ambito dei cosiddetti pre-crimes. Sul tema si veda McCulloch e Pickering (2009).
9. Per i dati completi si rimanda al rapporto di ricerca che sarà a breve pubblicato sul sito del progetto www.prisonobservatory.org
10. Là dove, ovviamente, il riconoscimento dei diritti religiosi costituisce uno degli aspetti primari della prevenzione.
11. Da questo punto di vista, sono numerose le raccomandazioni che invitano ad affiancare l’attività di intelligence delle forze di polizia con interventi di esperti nel campo delle scienze sociali, della psicologia, criminologia ecc.
12. In questo secondo caso peraltro con numerose eccezioni e differenze fra i differenti Lander.