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XV rapporto sulle condizioni di detenzione

Violenze fisiche e morali

Violenze fisiche e morali

Violenze fisiche e morali

150 150 XV rapporto sulle condizioni di detenzione

Le segnalazioni e i processi seguiti da Antigone

Da Ivrea a Roma, la mappa dei casi di violenze e maltrattamenti

Nel corso del 2018 abbiamo trattato 120 nuovi casi oltre alla prosecuzione di quelli che avevamo già in carico dagli anni precedenti, praticamente un nuovo caso ogni tre giorni.

Il Difensore Civico di Antigone riceve quotidianamente numerose richieste di aiuto provenienti dai vari istituti penitenziari italiani. Nel corso del 2018 abbiamo trattato 120 nuovi casi oltre alla prosecuzione di quelli che avevamo già in carico dagli anni precedenti, praticamente un nuovo caso ogni tre giorni. Il Difensore Civico è formato da avvocati, studenti in giurisprudenza, medici, operatori sociali e sanitari che offrono consulenze e informazioni pro bono su diritti e trattamento di persone private della libertà.

Le segnalazioni, la maggior parte via lettera o via e-mail, ci permettono di avere un ampio quadro delle problematiche che affliggono le nostre carceri. Le persone detenute e i loro famigliari scrivono al Difensore Civico chiedendo aiuto affinché vengano rispettati i diritti che la legge riconosce, ma che la prassi troppo spesso dimentica. Diritto alla salute, diritto alla territorialità della pena, diritto a condizioni strutturali degne, diritto allo studio, alla formazione e al lavoro sono solo alcuni dei presidi fondamentali che in carcere devono essere garantiti, affinché la reclusione si mantenga all’interno della cornice costituzionale e rispetti la dignità della persona.

Alle problematiche costanti e insite nel sistema penitenziario, si aggiungono poi quelle collegate al progressivo aumento del tasso di affollamento. Lo spazio nelle camere di detenzione si riduce e le attività formative sono ridotte ai minimi termini così come è più problematico l’accesso al lavoro. L’adeguamento ai livelli previsti dalla legge delle retribuzioni dei detenuti che lavorano per l’Amministrazione Penitenziaria ha segnato un passo in avanti. Peccato però che, stando a quanto riferitoci, non essendoci risorse sufficienti, in alcuni istituti sarebbero state ridotte le ore di lavoro retribuite. Sicché ora i “lavoranti” si vedono costretti a svolgere parte delle ore previste dal contratto a titolo di volontariato oppure a rinunciare al posto. Anche la novità del lavoro di pubblica utilità non retribuito sembra comprimere gli spazi riservati al lavoro vero e proprio; la partecipazione a tali progetti diviene peraltro elemento di valutazione del percorso trattamentale e ciò al fine di favorirne l’accesso da parte dei detenuti pur in assenza di retribuzione.

La tragica cartina di tornasole di questa asta al ribasso sui diritti fondamentali è rappresentata dal numero di suicidi, che nel 2018 ha raggiunto un triste traguardo. Sono state infatti sessantaquattro le persone che si sono tolte la vita mentre erano custodite in istituti di detenzione.

Questo contesto di condizioni strutturali fatiscenti e carenza perpetua di attività lavorativa costituisce il terreno fertile per il diffondersi di atteggiamenti aggressivi, non solo tra detenuti.

Nel corso del 2018, il Difensore Civico è stato testimone di un allarmante aumento di segnalazioni relative ad abusi e maltrattamenti.

I casi di violenze nelle carceri italiane

Nel corso del 2018, il Difensore Civico è stato testimone di un allarmante aumento di segnalazioni relative ad abusi e maltrattamenti. Si tratta di segnalazioni che allo stato attuale non sono suffragate dagli accertamenti che l’Autorità giudiziaria sta compiendo, e come tali vanno considerate. La preoccupazione aumenta quando dallo stesso istituto arrivano più segnalazioni diverse e tutte concordanti. E’ quello che è recentemente successo in due carceri, quello di Viterbo e quello di Ivrea, ed in passato era successo ad Asti. Luoghi “punitivi” e niente affatto rieducativi. Luoghi sui quali magistratura e amministrazione penitenziaria dovrebbero fare ogni sforzo possibile sia per accertare i fatti denunciati che per ripristinare quando necessario la legalità, nel solco della Costituzione.
A queste segnalazioni “di sistema” si affiancano segnalazioni “individuali”, che riguardano singole persone. Ecco un puntuale aggiornamento.

Casa Circondariale di Viterbo (Lazio)

Le violenze che ci sono state denunciate, per la loro brutalità e sistematicità, non possono non preoccupare. Le urla disperate provengono principalmente dal medesimo istituto, la Casa Circondariale di Viterbo. Qui, la dinamica delle violenze che viene descritta sembrerebbe sempre la stessa: alcuni agenti a volto coperto, da soli o organizzati in “squadrette”, porterebbero il detenuto sulle scale dell’istituto o in altri locali ove picchiarlo all’oscuro dalle telecamere di sorveglianza. Le vittime dei pestaggi riferiti sarebbero tutti stranieri, spesso privi di sostegno familiare e/o di una adeguata rete di contatti sociali all’esterno.

Stando a quanto riferito da una segnalazione, a seguito delle violenze la vittima verrebbe poi portata in una cella di isolamento. Le testimonianze ricostruiscono un quadro che, se confermato, si inserirebbe tra le pagine più buie della cronaca italiana: “… mi trattano come un animale … mi hanno fatto fare le “celle lisce” per giorni in mutande d’inverno, questo è successo un po’ di volte … ho subito delle aggressioni con pugni e calci che mi hanno lasciato le cicatrici alla faccia e sul corpo … ho la testa piena di cicatrici dalle botte subite”.

E ancora, “qui al carcere di Viterbo sono stato malmenato … picchiato forte da farmi perdere la vista all’occhio destro: anche un trauma alla testa per le pizze e pugni che ho preso … mi portano per le scale centrali da lì hanno cominciato a picchiarmi forte, tra calci schiaffi e pugni, sono intervenuti altri appuntati con il viso coperto gli vedevo solo gli occhi… erano in 8 o 9 e mentre mi menavano dicevano noi lavoriamo per lo stato italiano negro di merda… perché non ritorni al paese tuo. E io pregavo … e io continuavo a piangere per le botte che mi stavano a dà … qui a Viterbo se non fai i colloqui con i familiari ti menano sempre…se sei uno straniero sei finito”.

Le lettere esprimono, tutte, un serio timore per l’incolumità personale ed un generale sconforto psicologico: “… mi metto allo sciopero della fame e della sete perché non ce la faccio più a pià le pizze da loro mo da oggi mi porto le lamette appena mi toccano mi taglio…”.

… ho paura di morire”, viene più volte ripetuto.

È questo il clima dipinto dalle lettere ricevute, il cui contenuto è ora all’attenzione della Procura e dell’Amministrazione Penitenziaria a seguito di alcune denunce e di un esposto del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio.

Tali segnalazioni si sono ripetute in un arco di tempo di un anno intero, a volte alcuni dei detenuti che ci avevano scritto avevano già terminato il loro periodo di pena. Questo ripetersi di episodi di violenza con caratteri identici ci allarma particolarmente stante la ripetitività degli stessi e la loro non inquadrabilità quali episodi isolati ma piuttosto, laddove l’Autorità Giudiziaria dovesse verificare la veridicità degli stessi, quali veri e propri atti di tortura.

Sempre da Viterbo arrivano le segnalazioni di 126 atti di autolesionismo (nel 2017), 89 provvedimenti di isolamento e tre suicidi nel corso del 2018. Numeri clamorosi, se comparati ad altri istituti dalle caratteristiche simili.

L’estate scorsa il giovane Hassan Sharaf, egiziano di 21 anni, si è impiccato nella cella di isolamento a poche settimane dalla liberazione. Le circostanze della morte sono caratterizzate da una tetra circostanza: il ragazzo, quattro mesi prima, aveva denunciato ai collaboratori del Garante dei detenuti del Lazio le ripetute violenze cui sarebbe stato vittima. Mostrando segni di percosse, Hassan riferisce la dinamica delle aggressioni già nota al Garante: le scale, i volti coperti, gli insulti, ed infine le botte.

La situazione, se acclarata, porterebbe ad inquadrare Viterbo come istituto “punitivo”, luogo dove il diritto viene sospeso in favore della violenza, fisica e psicologica. Luoghi, come la cella zero di Poggioreale, che insultano e offendono la dignità umana e la Costituzione tutta. Vale la pena ricordare che “… nel luogo di ricostruzione – o a volte di costruzione – del senso di legalità non possono essere fatte vivere situazioni che ledono la legalità stessa”, come recentemente affermato da Mauro Palma, Garante Nazionale delle persone private della libertà (Presentazione della Relazione al Parlamento 2019). Nel marzo 2019 il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura ha visitato il carcere di Viterbo per verificare le segnalazioni riportate anche da Antigone.

Casa Circondariale di Ivrea (Piemonte)

A marzo del 2016 Antigone ha presentato un esposto per denunciare un episodio di violenza che sarebbe avvenuto nei confronti di un detenuto africano. E’ solo la principale delle segnalazioni, altre ne sono seguite, tutte concordavano sul fatto che le violenze avvenissero nell’“Acquario”, una stanza, proprio accanto all’infermeria. L’episodio veniva raccontato da un compagno di detenzione della vittima: “Il giorno sabato 7 novembre scorso ho assistito al maltrattamento di un giovane detenuto, probabilmente nordafricano di cui non conosco il nome. Verso le ore 20.15 sono stato attratto da urla di dolore e di richieste di aiuto e sono uscito dalla mia cella nel corridoio che consente di vedere la rotonda del piano terra. Sono infatti alloggiato nel piccolo braccio che ospita le celle delle persone in semilibertà e in art. 21. Ho allora visto tre agenti, che saprei riconoscere anche se non conosco i nomi, picchiare con schiaffi e pugni il giovane che continuava a gridare chiedendo aiuto e cercava di proteggersi senza reagire. Alla scena assistevano altri agenti e un operatore sanitario che restavano passivi ad osservare. Il giovane veniva trascinato verso i locali dell’infermeria mentre continuava a gridare”. Quattro procedimenti penali pendevano davanti alla Procura della Repubblica di Ivrea, due contro noti e due contro ignoti. In uno di questi procedimenti, è stata avanzata richiesta di archiviazione e, a seguito di opposizione, il Giudice, con provvedimento del 13.02.2019, ha disposto l’integrazione delle indagini preliminari. Anche in un altro di questi procedimenti, la Procura ha avanzato richiesta di archiviazione in data 9 maggio 2018. L’associazione Antigone ha qui depositato formale atto di opposizione alla richiesta di archiviazione ed il 4 giugno 2019 è convocata l’udienza per decidere sull’archiviazione. Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura ha visitato l’ultima volta il carcere di Ivrea nel settembre 2016, il report pubblicato si concentra anche sugli episodi di violenza

Casa Circondariale di Firenze-Sollicciano (Toscana)

Le associazioni L’Altro diritto e Antigone si sono costituite parte civile nel processo a carico di quattro agenti accusati di maltrattamenti nei confronti di alcuni detenuti nel carcere di Sollicciano a Firenze. I fatti risalgono al periodo tra settembre e dicembre 2005. Tre gli episodi contestati agli agenti accusati di aver applicato “misure di rigore non consentite dalla legge”, in violazione dell’articolo 608 del Codice Penale, sferrando schiaffi contro i detenuti o colpendoli con oggetti contundenti. L’episodio più grave sarebbe avvenuto il 26 ottobre 2005, quando, secondo l’accusa, uno di loro avrebbe colpito ripetutamente un detenuto con il manico di una scopa “sino a spezzarglielo addosso in più parti”. La sentenza di primo grado arriva il 21 Giugno 2013 e prevede la condanna di tre agenti, a pene che vanno da otto mesi a un anno e sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni in favore delle parti civili. Il 17 Aprile 2018, giunge dopo cinque anni la sentenza di secondo grado che assolve parzialmente i tre agenti. Rimane la condanna per lesioni plurime e il risarcimento per le parti che si erano costituite. Cadono invece i capi d’accusa per le violazione dell’articolo 608, secondo un’interpretazione della norma che richiede, affinché il fatto sussista, l’ulteriore limitazione della libertà personale già compressa. Per i tre agenti è intervenuta la prescrizione. Due di loro hanno scelto di rinunciare alla stessa, mentre l’agente che non vi ha rinunciato è ancora in servizio. Il procedimento disciplinare si era concluso perché i fatti non avevano provocato “turbamento”. In seguito al giudizio d’appello è stata disposta la trasmissione della sentenza all’amministrazione penitenziaria.

Roma – Regina Coeli (Lazio). Caso Guerrieri.

Valerio Guerrieri è morto suicida nel bagno di una cella di Regina Coeli il 24 febbraio 2017: aveva compiuto da poco 22 anni ed aveva importanti disturbi psichici. Secondo l’ultimo perito che lo aveva visitato, Valerio era affetto da “disturbo della personalità” con una “sorta di cronicità del discontrollo ed atteggiamenti manipolatori” e il rischio suicidario del giovane era “piuttosto significativo” e “non trascurabile”. Anche Valerio parlava in udienza: “Io sto male, sto male, ma non sono pericoloso per gli altri, perché se ero pericoloso per gli altri avrei fatto qualcosa di male a qualcheduno. (…) Poi a Regina Coeli ogni 15 minuti non è vero perché io sto al terzo piano, e non ce sta neanche una guardia per ogni piano, ce sta soltanto quando viene il Comandante e la direttrice, che se mettono uno, uno, uno. Ma io ogni 15 minuti io non la vedo l’assistente che me viene a vedé, non è vero. Questi psichiatri che dicono che mi visitano, non mi visitano.” Al termine di questa udienza – 10 giorni prima della morte – il Giudice dichiara il giovane parzialmente incapace di intendere e di volere e lo condanna alla pena di quattro mesi di reclusione, revoca la custodia cautelare in carcere e dispone l’applicazione della misura di sicurezza in REMS. La misura di sicurezza non viene disposta in via provvisoria quindi doveva essere eseguita soltanto a condanna definitiva e dopo l’intera espiazione della pena della reclusione. Subito dopo la sua morte, la Procura della Repubblica ha aperto un procedimento contro ignoti per omicidio colposo. Antigone non entra in questo procedimento ma decide di presentare un esposto per fare luce sulle ragioni della permanenza in carcere di una persona senza titolo. Le indagini su questo secondo procedimento si chiudono il 20 febbraio 2018 con una richiesta di archiviazione. Antigone, assieme alla madre del giovane, ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione e, con provvedimento del 7 gennaio 2019, il Giudice, in accoglimento dell’opposizione, ha disposto la restituzione degli atti al PM per l’integrazione dell’attività di indagine. Nel frattempo, è stata fissata per il 16 maggio 2019 l’udienza preliminare per il procedimento penale per omicidio colposo che vede imputati agenti di polizia penitenziaria e medici psichiatri. Intanto la rivista Internazionale ha dedicato al caso un toccante reportage

Lucera (Puglia). Caso Rotundo.

Il 13 gennaio 2011, Giuseppe Rotundo spedisce una lettera dal carcere al suo avvocato in cui denuncia di essere stato vittima di un pestaggio da parte di tre agenti di polizia penitenziaria. Antigone ha seguito il caso con i suoi avvocati. Il processo è in corso davanti al Tribunale di Foggia e nasce da una riunione di due procedimenti in quanto anche i tre agenti di polizia hanno a loro volta denunciato di essere stati assaliti dal detenuto. Nel corso del dibattimento sono stati sentiti diversi testimoni. La psicologa del carcere ha ricordato il colloquio avuto con Rotundo il giorno seguente i fatti: “Era la prima volta che vedevo una persona ridotta così” e ha ricordato le parole dette da Rotundo: “È stato accompagnato in una cella, che si presume di isolamento, e gli è stato detto di spogliarsi nudo e poi è iniziata questa colluttazione (…)” (udienza del 29 novembre 2016). La prossima udienza è fissata per l’11 luglio 2019 e il Giudice pronuncerà la sentenza.

Siracusa (Sicilia). Caso Liotta.

Era il 9 marzo 2013, quando Antigone riceveva una email dalla sorella di un detenuto che ne denunciava la morte: “ (…) chiedo un vostro intervento nella difesa del caso di Alfredo Liotta il quale è stato lasciato morire senza alcun soccorso. L’ultima volta che io l’ho visto è stato ad aprile 2012, era già molto deperito, pesava non più di 55 kg e poi da aprile a luglio c’è stato il decadimento psicofisico che lo ha portato alla morte”. Il 6 giugno 2013 Antigone depositava un esposto innanzi alla Procura della Repubblica di Siracusa per chiedere che venissero individuati i responsabili della morte di Alfredo, deceduto il 26 luglio 2012 in una cella del carcere Cavadonna di Siracusa. Il 29 novembre del 2013 la Procura della Repubblica di Siracusa informava dell’avvenuta iscrizione nel registro degli indagati di nove medici che avevano visitato Liotta, incluso il perito della Corte di Assise di Appello e l’allora Direttore del carcere. La consulenza tecnica collegiale depositata il 23 giugno 2014 censura il comportamento del personale medico dal 21 luglio al 25 luglio 2012: Alfredo muore nel letto della sua cella per collasso cardiocircolatorio “dovuto a rettorragia da verosimile lesione emorroidaria”. Trascorsi quasi tre anni dal decesso di Alfredo, il 29 aprile 2015, Antigone depositava istanza per sollecitare la Procura alla chiusura delle indagini. In data 14 dicembre 2016 il Pubblico ministero chiede l’emissione del decreto che dispone il giudizio per omicidio colposo per nove dei dieci indagati. Veniva stralciata la posizione del Direttore. Tra le persone offese, il Pubblico ministero indicava anche l’Associazione Antigone. Il 17 maggio 2018 si è conclusa l’udienza preliminare con il rinvio a giudizio di otto medici del carcere e del perito nominato dalla Corte di appello che aveva definito Alfredo Liotta un “simulatore”. Antigone è stata ammessa quale parte civile. La prima udienza dibattimentale è fissata per il 28 maggio 2019.

Pordenone (Friuli Venezia Giulia). Caso Borriello.

L’8 aprile del 2016, Antigone presenta un esposto davanti alla Procura della Repubblica di Pordenone per denunciare diverse incongruenze sulla morte del giovane Stefano Borriello, avvenuta, a soli ventinove anni, il 7 agosto 2015 nel carcere di Pordenone. Secondo la comunicazione di decesso sottoscritta dal Direttore, alle 20.15, Borriello veniva notato da un agente di polizia penitenziaria all’interno della sua cella (la n.2) mentre perdeva i sensi e cadeva a terra; veniva trasportato d’urgenza al Pronto soccorso dell’Ospedale di Pordenone ove veniva constatato il decesso. Le indagini preliminari si sono sviluppate in due fasi con esito analogo ossia la richiesta di archiviazione del Pubblico ministero. Il Giudice per le indagini preliminari a seguito dell’opposizione alla richiesta di archiviazione, avanzata dalla madre del giovane, ha ritenuto necessario disporre una integrazione delle indagini preliminari. Era il 28 settembre 2016. In questa seconda fase delle indagini, il Pubblico ministero, dopo aver disposto una integrazione della consulenza medica, il 17 luglio 2017, avanzava una seconda richiesta di archiviazione. Antigone presenta formale atto di opposizione alla richiesta di archiviazione che verrà discussa all’udienza del 18 dicembre 2017: secondo il consulente specialista in malattie infettive nominato dall’associazione, una visita del paziente anche il giorno prima del decesso avrebbe permesso di iniziare una terapia che avrebbe aumentato notevolmente le possibilità di sopravvivenza del giovane. All’esito dell’udienza, il Giudice disponeva provvedimento di imputazione coatta che portava il Pubblico ministero alla formulazione del capo di imputazione per omicidio colposo nei confronti del medico del carcere. In data 12.06.2018, il Giudice dell’udienza preliminare ha disposto il rinvio a giudizio per il medico del carcere con l’accusa di omicidio colposo. Nel corso della prima udienza dibattimentale, tenutasi il 30 gennaio 2019, Antigone è stata ammessa parte civile rilevato che l’associazione “risulta svolgere una serie di attività in favore delle persone detenute, in particolare attraverso l’Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione in Italia e il Difensore civico delle persone private della libertà, con l’obiettivo di tutelare i diritti fondamentali dei detenuti tramite un’attività di controllo e prevenzione, svolta anche attraverso volontari”. La prossima udienza, in cui verranno sentiti i testi dell’accusa, è fissata per l’11 ottobre 2019.

Velletri (Lazio). caso Prato.

Il 25 gennaio 2018 Antigone ha presentato un esposto per far luce sulla morte di Marco Prato, suicidatosi il 20 giugno 2017 nel bagno di una cella del carcere di Velletri. Il 13 febbraio 2017, Prato viene trasferito dal carcere di Regina Coeli al carcere di Velletri contro la sua volontà e con motivazioni irragionevoli. A Roma era sottoposto a grande sorveglianza e assumeva un’importante terapia farmacologica. Nei mesi successivi, il giovane effettuerà sporadici colloqui con lo psichiatra e nonostante gli evidenti segnali di distacco e di isolamento – esce poco dalla cella e interrompe i contatti epistolari con gli amici – nessuna particolare azione sarebbe stata posta in essere in suo aiuto. Antigone ha presentato due esposti alle Procure di Roma e di Velletri: il primo per violazione della legge sulla privacy (dati clinici sensibili raccontati in trasmissioni tv di grande ascolto), il secondo in relazione al suicidio.