Una fotografia dell'inferno in terra, di P. Bonatelli, Il Manifesto 12/11/06

 

Come sta il sistema penitenziario italiano. Il drammatico rapporto dell’Osservatorio di Antigone sulle carceri alla vigilia dell’indulto mostra quanto questo sia stato indispensabile. E quanto ancora ci sia da fare. Le sofferenze dei ministri Clemente Mastella e Giuliano Amato, provate nel proporre ed accettare il provvedimento di indulto, potrebbero trovare una cura, o almeno un lenitivo, dalla consultazione del quarto rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane, in libreria in questi giorni per Carocci.

Le sofferenze dei ministri Clemente Mastella e Giuliano Amato, provate nel proporre ed accettare il provvedimento di indulto, potrebbero trovare una cura, o almeno un lenitivo, dalla consultazione del quarto rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane, in libreria in questi giorni per Carocci.

Il volume, frutto del lavoro dell’osservatorio dell’associazione, una cinquantina di volontari che per tutto il 2005 hanno visitato le galere nazionali, è un’istantanea dell’inferno prima, appunto, del famigerato indulto. Detenuti a strati in celle piccolissime, magari coi materassi a terra, qualcuno costretto a dormire in magazzino, strutture a pezzi o inutilizzate perché il personale non bastava mai, istituti – come Cagliari-Buoncammino, tanto per fare un esempio – in cui l’80% dei detenuti era ammalato, diritti individuali e collettivi, di reclusi e operatori, allo sbando, qualsiasi iniziativa positiva vanificata dall’“emergenza” del sovraffollamento cronico.

Molte delle schede contenute nel rapporto sono un pugno nello stomaco: narrano di giovanissimi rom che si sono impiccati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altra – per la precisione nel carcere di Bergamo nel 2005, lui 23, lei 22 anni; di celle ricavate nel fossato di prigioni duecentesche, come nell’isola di Favignana, dove, nonostante le condizioni di invivibilità e l’alta percentuale di detenuti con gravi problemi psichiatrici, si riusciva anche a produrre oggetti artigianali in legno, poi venduti in una mostra-mercato; di “loculi” (la definizione è degli operatori del carcere) da 9 m² con 6 letti a castello su strutture arrugginite (Casa circondariale di Forlì); di carceri da 250 persone, con un solo educatore a disposizione, come a Venezia, che con le sue tre carceri (di cui una a custodia attenuata) e un’efficiente rete territoriale è comunque considerata un esempio di “buona prassi”. E così via.

Il quadro impressionante che se ne ricava, non solo dalla lettura delle schede relative ai 208 istituti di pena presenti sul territorio nazionale ma anche dai dati contenuti nelle analisi dei dati statistici e dai capitoli relativi ai maltrattamenti e alle condizioni di lavoro degli operatori penitenziari, un aspetto positivo ce l’ha. Quello di non essere più affidabile - come

osserva Mauro Palma nella prefazione al volume – dato che nel frattempo è stato appunto approvato il provvedimento di indulto, che non ha solo dato la libertà a circa 24.000 condannati, ma ha restituito la dignità alle strutture e alle persone: ai detenuti - che da 61.246 (al 30 giugno 2006)  diventano 38.847 (al 31 agosto 2006) – e agli operatori, nessuno escluso.

Gli educatori, pochi e talmente sovraccaricati di lavoro da costringere istituzioni non specifiche, in questo caso la Regione Piemonte, ad adottare misure che hanno suscitato anche qualche perplessità - l’ente locale infatti ha formato e assunto a tempo determinato 22 educatori penitenziari, che si sono aggiunti ai 29 dipendenti dall’amministrazione.

Gli agenti, costretti a turni massacranti e talvolta decimati dalle malattie professionali e dall’assenteismo, sempre sospesi tra la mera funzione di custodia e quella prevista dall’ordinamento, la partecipazione attiva all’équipe trattamentale.

Il personale sanitario, costretto a far fronte ad emergenze continue, dall’alto numero di tossicodipendenti alle malattie infettive, dai casi di autolesionismo alla sempre più numerosa presenza di detenuti con disagi psichici (un problema su cui ha intenzione di lavorare il prossimo osservatorio di Antigone).

Un tale memorandum potrebbe servire anche al ministro Antonio Di Pietro, che ieri a Napoli ha parlato di indulto come di “un atto di resa dello Stato”, dicendosi convinto del “diretto rapporto tra l’indulto e la recrudescenza della criminalità”. Affermazioni che, pur non avendo alcun riscontro nei dati reali – al 25 ottobre erano 1.336 i rientrati in carcere dopo aver beneficiato dell’indulto, neanche 800 i nuovi reati commessi – rischiano di condizionare le future politiche della giustizia, in primis l’eventuale approvazione di un provvedimento di amnistia, necessario secondo lo stesso Csm, e più in generale ogni proposta di riforma del sistema penale e penitenziario. Una questione che non riguarda solo la politica e questo governo, che dovrebbe avere il coraggio di abolire o modificare le leggi liberticide, applicare quelle esistenti (per esempio sulle detenute-madri e i loro bambini costretti alla carcerazione ma anche sul passaggio della medicina penitenziaria alla sanità pubblica), e farne di nuove, basti pensare all’istituzione della figura del garante, su cui lo Stato è in palese ritardo non solo rispetto agli altri Paesi europei ma persino rispetto agli enti locali (i garanti esistenti per ora sono tutti comunali, provinciali e regionali). Riguarda molto anche gli organi di comunicazione, che gridano “al lupo al lupo” ma non dicono, ad esempio, che il rientro in carcere di tanti stranieri è dovuto alla legge sull’immigrazione, che li ha resi, appena fuori dalla soglia della galera, di nuovo clandestini.

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