Il ministro della Giustizia, con le sue parole, ammette la crisi delle carceri minorili e propone di ampliare i posti detentivi e trasferire i ragazzi negli istituti per adulti. Una strada assurda, che non previene la criminalità e smantella la funzione educativa della giustizia minorile. Il 26 novembre a Roma le proposte dei 500 esperti degli Stati Generali promossi da Antigone, Libera e Defence for Children Italia.
«Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta». Così ha dichiarato oggi il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ipotizzando di ampliare la capienza delle carceri minorili e destinare ai ragazzi settori degli istituti penitenziari per adulti. Risulta difficile immaginare una dichiarazione che riesca a descriva meglio il fallimento delle politiche del Governo sulla giustizia minorile. Di fronte a un sistema in sofferenza, anziché interrogarsi sulle ragioni della crescita della popolazione detenuta e investire in prevenzione, educazione e percorsi di responsabilizzazione, il ministro propone di aumentare i posti in carcere e di avvicinare ulteriormente il circuito minorile a quello degli adulti.
"La logica - dichiara Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell'osservatorio sulle carceri minorili di Antigone - sembra essere quella del «colpirne uno per educarne cento». Ma la giustizia minorile non può essere usata come uno strumento di intimidazione collettiva. La detenzione non è una risposta educativa e non può sostituire le politiche sociali, il lavoro delle comunità, il sostegno alle famiglie e gli interventi capaci di raggiungere ragazze e ragazzi prima che la loro situazione precipiti".
I numeri raccontano una trasformazione profonda già in corso a causa delle politiche di questo governo. Alla fine del 2022, negli Istituti penali per minorenni erano detenute 381 persone, ad agosto 2026 erano 550. Una crescita che ha portato il sovraffollamento a diventare un problema strutturale anche nel sistema minorile, con conseguenze sulle condizioni di vita, sulle attività educative e sulla possibilità di costruire percorsi individualizzati. Antigone, anche insieme ad Altreconomia, ha ampiamento documentato la crescita nel consumo di psicofarmaci negli istituti minorili. Il tutto mentre su due IPM, quello di Roma e quello di Milano, pendono due procedimenti per tortura contro i ragazzi, nel caso di Roma con già alcune richieste di rinvio a giudizio.
C'è un dato particolarmente significativo, ad agosto il 68,1% di chi era in IPM non aveva una condanna definitiva e, più di uno su 4, era in attesa di primo giudizio. Dunque una larghissima parte dei ragazzi si trova in un carcere come risultato di una politica che ha progressivamente allargato il ricorso alla risposta detentiva, anziché preservarne il carattere residuale.
L'ipotesi di destinare ai minorenni spazi all'interno delle carceri per adulti è poi particolarmente grave. Significa mettere in discussione uno dei principi fondamentali della giustizia minorile, che sta nel riconoscere che un adolescente non è un adulto in miniatura e che la risposta dello Stato deve tenere conto dell'età, della fase di crescita e delle possibilità di cambiamento. Significa inoltre portare le persone all'interno di un sistema già oggi terribilmente sovraffollato, con oltre 20.000 persone in più dei posti regolamentari, a scontare una pena tra assenze di opportunità. "Davvero la soluzione per contrastare la criminalità minorile è portarli in un sistema o creare un sistema analogo a quello che produce oltre il 60% di recidiva?" chiede Susanna Marietti, che prosegue: "Non c'è alcuna logica di prevenzione criminale nell'aumentare semplicemente i posti detentivi. La sicurezza non si costruisce moltiplicando le celle, né trattando il carcere come la risposta ordinaria alle difficoltà e ai comportamenti dei più giovani. Si costruisce con interventi tempestivi, servizi territoriali adeguati, comunità educative capaci di accogliere, scuola, formazione, sostegno psicologico e percorsi che permettano ai ragazzi di assumersi la responsabilità delle proprie azioni senza essere privati della possibilità di cambiare. Il sistema italiano di giustizia minorile, a lungo riconosciuto come un modello avanzato, continua così ad essere svuotato della propria identità. La crisi che oggi investe gli IPM non è una fatalità, è il risultato di scelte politiche fatta dal governo (DL Caivano, Decreti sicurezza) che hanno privilegiato la repressione e ampliato il ricorso alla detenzione. Presentare l'aumento dei posti in carcere come soluzione significa affrontare gli effetti di queste scelte senza correggerne le cause".
Per questo Antigone, insieme a Libera e Defence for Children Italia, ha promosso fin dal marzo scorso gli Stati Generali della Giustizia Minorile, un percorso di confronto che ha coinvolto circa 500 esperti ed esperte: magistrati, avvocati, educatori, operatori sociali, ricercatori e organizzazioni impegnate quotidianamente con ragazze e ragazzi. Il prossimo 26 novembre a Roma, nell'evento conclusivo degli Stati Generali, presenteremo e rilanceremo proposte concrete per affrontare la crisi della giustizia minorile. Proposte di buon senso, pragmatiche, fondate sull'esperienza di chi lavora ogni giorno sul campo e sulla consapevolezza che prevenire la criminalità significa intervenire sulle sue cause, non limitarsi a punirne le manifestazioni.
"Di fronte alla crisi della giustizia minorile - conclude la coordinatrice di Antigone - servono responsabilità e soluzioni, non dichiarazioni che scambiano la punizione per prevenzione. Il Governo è ancora in tempo a scegliere di ascoltare chi conosce il sistema e lavora per migliorarlo. Ciò che invece non può fare è continuare a chiamare sicurezza la progressiva distruzione di un modello di giustizia costruito per offrire ai ragazzi una possibilità di futuro".