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La sicurezza del Salvini bis

polizia manifestazionedi Giuseppe Mosconi, Ordinario di Sociologia del Diritto e Presidente Antigone Veneto

Possiamo immaginare due modi contrapposti di pensare alla sicurezza. Il primo incentrato sulla risposta sostanziale ai bisogni essenziali di tutti e di ciascuno, sulla affermazione e tutela dei diritti fondamentali, sulla condivisione, il dialogo, il reciproco riconoscimento rispetto. Il secondo inteso come difesa da qualcuno, inteso o come “altro pericoloso”, dalla minaccia dallo stesso rappresentata alla nostra sfera fisico/patrimoniale, o semplicemente al senso diffuso della normalità quotidiana, ai nostri modi di vivere e di relazione. E’ evidente che il modello di gran lunga prevalente in tutte le politiche di sicurezza degli ultimi decenni è incentrato su questo secondo tipo. Centinaia di disposizioni si sono dispiegate in vari modi e con discutibili risultati nel proteggerci dal pericolo più o meno presunto di varie rappresentazioni dell’“Altro”. Incentivando il paradosso per cui tanto più condividiamo il senso di insicurezza, tanto più ci sentiamo sicuri.

La misura clou che si sta prospettando nel “decreto sicurezza bis” rappresenta, a mio parere, l’estremizzazione parossistica di questo modello. Arrivare a criminalizzare, con sanzioni pesantissime, chi aiuta i “diversi” che bussano alle nostre porte segna un rovesciamento comunicativo che trova difficilmente precedenti, quantomeno in questi termini. Si può capire, innanzitutto, che si intenda colpire chi di fatto interviene a decostruire l’immagine del nemico, segnandone il passaggio da pericolo a soggetto semplicemente e disperatamente bisognoso di aiuto, così inficiando la retorica securitaria. Ma è riscontrabile una funzione più subdola e penetrante. Scavare nell’inconscio delle persone, in cui albergano dimensioni ambivalenti tra la diffidenza e la ritrosia verso chi è visibilmente diverso, e il senso di umanità, esplicitando e glorificando le prime, al punto da rendere riprovevole, fino ad essere penalmente perseguibile, il secondo, significa catalizzare quell’ambivalenza sulla componente più retriva e incivile. Significa soprattutto rompere i freni inibitori, rappresentati dalla ragione e dal senso di dignità, dando la stura, legittimandole, alle visceralità xenofobe, tendenzialmente razziste, che serpeggiano nel sentire diffuso, soprattutto in tempi di crisi.  Se poi consideriamo che il messaggio della nuova norma sollecita a un tempo tanto la trasgressione di principi fondativi (la Costituzione, i diritti umani, l’etica), quanto il più bieco conformismo, così rassicurante quando accomuna contro l’“altro”, siamo di fronte a un vero capolavoro (non si sa quanto elaborato) di organizzazione del consenso sociale. Il che appare ulteriormente rafforzato dal condimento di una retorica religiosa, del tutto ritualistica e tradizionalista, svuotata da ogni sostanziale riferimento alla parola evangelica. Così la persecuzione delle Ong che si prodigano nel salvataggio e nell’aiuto ad esseri umani in stato di estrema sofferenza e in pericolo di vita rappresenta l’istigazione al rifiuto e alla condanna di chi esprime una scelta di vita radicalmente alternativa rispetto al piccolo, viscerale attaccamento al modello di benessere individuale, tanto più estremizzato quanto più messo in crisi dallo stato di cose presenti, a tutti i livelli.

Non siamo perciò di fronte a una proposta marginale, magari dilazionata e confusa nel marasma di urgenze che animano la trattativa politica in corso, ma comunque, al di la di ogni strumentale rimodulazione, a un vero cambio di paradigma, a un salto di (in)civiltà, che prelude a più radicali svolte autoritarie. L’assenteismo, il fatalismo, il senso di scoramento e di irreversibile impotenza, che rischiano di accompagnare la visibile sconfitta delle possibili controtendenze e resistenze, cui è riconducibile il primo dei due sopra citati modelli, rappresenterebbero le condizioni  deprecabilmente più favorevoli al dischiudersi di questa prospettiva.

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