Free cookie consent management tool by TermsFeed Policy Generator Rassegna stampa Campagna Il carcere dopo l'indulto, maggio - giugno '07

Rassegna stampa Campagna Il carcere dopo l'indulto, maggio - giugno '07

Comunicato stampa Gruppo regionale PRC-SE Marche Federazione PRC Ascoli Piceno, 11 giugno'07

Rifondazione Comunista e Antigone, associazione impegnata ogni anno a redigere un rapporto sulle 205 carceri italiane,  sollecitano, con la campagna nazionale “Il carcere dopo l’indulto”, l’attenzione del paese sulle condizioni di vita all’indomani del provvedimento di clemenza, legge 241/2006, applicato dal governo Prodi nell’estate scorsa.

Nelle Marche il gruppo consiliare del PRC aveva già visitato nel 2005 i penitenziari di Fermo e di Ancona. La campagna del  2007  ha visto per un mese  delegazioni di parlamentari, consiglieri regionali e osservatori di Antigone, visitare gli istituti di Camerino, Fossombrone, Barcaglione ed Ascoli Piceno.  Al termine delle prime visite alcune osservazioni sono state presentate in una assemblea pubblica a Fano il 21 maggio, alla presenza di un nutrito gruppo di operatori del settore e di Gennaro Santoro, coordinatore della campagna nazionale.

Oggi, 11 giugno, Andrea Ricci, deputato di RC si è presentato all’ingresso di Marino del Tronto accompagnato da Lucia Mielli, operatrice sanitaria, e Marcello Pesarini, assistente al gruppo regionale di RC e punto di riferimento della campagna nelle Marche.

E’ stato rilevato durante tutte le visite che l’applicazione dell’indulto ha significato nelle Marche  il dato rilevante del passaggio da 1016 presenze al 31 luglio 2006, su una capienza prevista a norma di 753,  a 693 presenze al 31 agosto e 622 al 31 dicembre 2006. Ad oggi si può rilevare che in tutt’Italia solo il 12% dei rilasciati sono tornati in carcere,smentendo l’allarmismo generale. Le Marche confermano questa media.

E’ però convinzione di Rifondazione e Antigone che il provvedimento, necessario a impedire il collasso del sistema penitenziario, debba essere seguito da interventi trattamentali, sanitari e di inclusione nel territorio, che dovrebbero essere operativi da anni, partendo dall’applicazione della legge 230 del 99, sul passaggio della sanità al SSN.

Altra necessità presente ad Ascoli è la carenza di strutture che ospitino i detenuti che hanno diritto all’esecuzione penale esterna. Le pene alternative vanno infatti incoraggiate, a partire dai risultati ottenuti: seguendo strade più socializzanti, pene alternative, si passa dal 68% di “ricadute” nel reato al 16%. Questa necessità viene amplificata dalla presenza di detenuti stranieri che è del 35%; per costoro è reso tutto più difficile dalla legislazione in materia di immigrazione, a partire dalla Bossi-Fini .

“Il carcere dopo l’indulto”, di M.Pesarini, L'Urlo, 28 maggio '07

 

Un lunedì sera è stato scelto per un’assemblea sui temi della giustizia; una aula scolastica riempita da  un pubblico vario, uno spaccato della società partecipe delle vicende della giustizia. L’iniziativa ha esposto le esperienze ed i propositi di Antigone, di Rifondazione, dell’Osservatorio sulle carceri e di Officina carcere, le ultime due associazioni attive nel pesarese.

L’ iniziativa di Fano conclude la prima parte della campagna “Il carcere dopo l’indulto”ed è parte di  una campagna più generale del gruppo regionale PRC, che presto vedrà la presentazione di una serie di proposte di legge a livello regionale nate dall’ascolto degli operatori.

Michele Altomeni , consigliere regionale PRC,ha affermato che per sua natura il carcere tende ad essere un corpo separato della società. Questo produce una forma di autoreferenzialità, una sindrome di emergenza da affrontare che produce altrettanta emergenza. Ad esempio abbiamo a che fare col paradosso che il luogo in cui chiudiamo le persone che hanno violato le regole sociali, sia un luogo che a sua volta viola le regole stesse. La campagna che stiamo facendo serve proprio a verificare questo, il rispetto delle regole che la società si è data sul carcere.

A giudizio del consigliere noi che viviamo in libertà  tendiamo a dimenticare il motivo per cui abbiamo costruito i penitenziari: rieducare e non punire. Eppure, per rispondere affrettatamente all’insicurezza sperperiamo denaro pubblico senza produrre risultati.

Si addentra in queste dinamiche Stefano Danti, detto “Tito”, più di 20 anni di esperienza come insegnante e come volontario.

Rappresenta l’Osservatorio permanente sulle carceri, un punto di controllo e di diffusione delle inquietudini che vivono dietro le sbarre :” Indulto? L’indulto era il primo passo per rendere l’aria respirabile: quando si hanno 60.000 persone recluse dove la capienza programmata era di 44.000, bisogna prednere dei provvedimenti immediati, ed il governo lo ha fatto. Con l’indulto tanta gente è uscita ma gli uffici dei servizi sociali non l’hanno vista.

Perché poi non c’è stato quell’incontro che sarebbe stato naturale fra i detenuti rilasciati in anticipo, ai sensi della legge 241 che è stata necessaria per combattere il sovraffollamento, e gli operatori che dovevano provvedere di aiuti morali e materiali a chi si trovava libero si, ma senza niente e nessuno a cui appoggiarsi?

Perché i detenuti si sono rivolti a coloro che li avevano contattati, ai volontari che svolgono attività nei penitenziari, che spingono sulle istituzioni per ottenere provvedimenti e se necessario si sostituiscono loro.

Un’accusa dura viene perciò da parte del mondo dell’associazionismo:”Dell’indulto si sono accorti quelli che erano vicini e non quelli che se ne dovevano fare carico”. Per i volontari sono stati giorni difficili perché sono  stati chiamati per tante esigenze, soldi, biglietti, accompagnamenti, etc

Gennaro Santoro di Antigone ha portato dei dati strutturali: “Siamo qui per fare controinformazione. Delle 26.000 persone beneficiarie della legge 241 solo il 12% sono rientrate. Il che vuol dire che non si è data la libertà di delinquere, come sostenevano molti mezzi di informazione. La percentuale di ritorno al reato fra chi è uscito di carcere è, non in presenza di provvedimenti eccezionali, del 68%. Per rafforzare questa opinione diciamo che quando si adoperano misure alternative alla detenzione, invece,  solo il 16% dei detenuti torna a commettere reati. Cosa si intende per misure alternative lo spiega ancora il responsabile della campagna: possibilità di lavorare fuori o dentro al carcere, seguire corsi di formazione lavorativa, essere ospitati in casa comunità mentre si lavora ( senza allontanarsi quindi da un controllo sociale) o essere ospitato in case comunità quando le malattie contratte rendono il carcere incompatibile per l’essere umano.

Perciò abbiamo posto ai direttori dei penitenziari dei questionari sulle condizioni sanitarie che, con una maggior agibilità dei locali ed un uso più razionale del personale penitenziario, dovrebbero essere migliorate.”

Ma alla fine, lontano dai discorsi pur sobri che sono stati scambiati, nel pubblico composto anche da semiliberi, detenuti ospitati nella provincia di Pesaro in strutture assistite, sono tornati gli affanni di chi si sente privato di qualcosa che, falsamente, i benpensanti chiamano giustizia: “Cosa ne sanno loro-dice qualcuno, l’italiano chiaro nonostante la provenienza lontana- di attese di giudizio durante le quali non puoi far niente, di permanenze in un carcere  troppo brevi per permettere un corso di formazione, o troppo lunghe perché questo abbia significato? E, come in una rappresentazione teatrale pensata da Bertolt Brecht, operatori, politici, interessati, hanno ripreso a recitare se stessi, come ogni giorno, senza perdere di vista la risoluzione dei problemi più impellenti.

Marcello Pesarini

Lettere a Liberazione

Caro Giulio,

grazie per la tua lettera “Il carcere è una seconda pelle”. Grazie perché è giusto richiamare all’attenzione di tutti, ripeto di tutti, l’assurdità di una pena che ti cambia la vita e ti avvicina alla morte, che costa alla società in termini di denaro, di convivenza calpestata, di violenza evocata.

Ieri sera abbiamo esposto a Fano, in un’assemblea partecipata, le esperienze ed i propositi di Antigone, di Rifondazione, dell’Osservatorio sulle carceri e di Officina carcere. E’ stato il primo giro di boa nella campagna “Il carcere dopo l’indulto” nelle Marche, ed i dati che avevamo nelle mani si intrecciavano con le opinioni degli operatori, con le notizie che non circolano sul dopo indulto, con le proteste degli assistenti sociali che lamentano la scarsa considerazione in cui li tengono i detenuti, che invece si sono riversati, una volta “rilasciati” verso chi si era sforzato di comprenderne l’esistenza.

Abbiamo intrecciato le intenzioni, i dati, le riviste, i progetti.

Ma alla fine, lontano dai discorsi pur sobri che ci siamo scambiati, sono tornati gli affanni di chi si sente privato di qualcosa che, falsamente, i benpensanti chiamano giustizia: cosa ne sanno di attese di giudizio durante le quali non puoi far niente, di permanenze in un carcere  troppo brevi per permettere un corso di formazione, o troppo lunghe perché questo abbia significato?

Cosa ne sanno di un carcere troppo ampio perché una comunicazione arrivi da un detenuto all’altro, o di un bambino che cresce fino a tre anni fra le sbarre, e per prima parola dice: “Apri!”.

Il nostro lavoro è anche nel loro nome.

Marcello Pesarini, PRC Marche

 

Voglio raccontarvi il carcere, la pena che ha inizio e che non trova mai fine. Dall'età di 21 anni fino ai 27 sono stato detenuto per reati politici ma ho scontato più del doppio della pena comminatami. Il "mio carcere" è stata una ferita insanabile, che continua a sanguinare anche dopo aver riacquistato la libertà.
Il carcere è un luogo di morte vivente dove tutto, non solo la vita che fino ad allora si era vissuta fuori, si interrompe, dove tutto è silenzio. E' un'istituzione durissima, la peggiore per chi la vive. Un'esperienza troppo forte per essere anche solo per un po' dimenticata; è un mostro che rimane solo sopito nel profondo della mente, ma a cui basta poco per svegliarsi e ricominciare a mordere.
Il carcere distrugge, i detenuti e le detenute incontrati mi dicevano sempre che chi supera i cinque anni di reclusione percorre una via senza ritorno e che, anche se disperatamente cerca di nasconderlo, a tutti, a se stesso, anche se sembra "normale", riabilitato alla vita sociale, qualcosa dentro si slabbra per sempre. E' una sensazione quasi palpabile, si cerca di fronteggiarla, ma non si può non riconoscerla tanto è la sua forza. Dopo essere stato prima un detenuto e poi un uomo, e nel carcere è così, non si è più come gli altri, perché la sofferenza rimane attaccata addosso fino a diventare una scomoda seconda pelle.
La reclusione non è vita, è chiaro, è un'esperienza estrema che per fortuna non tutti fanno. Io per esempio sono stato quasi due anni detenuto in art. 90, chiuso da solo in cella 23 ore su 24; potevo godere solo di un'ora d'aria da dividere con altri sei compagni. Dopo sei mesi di questo trattamento, mi trovavo allora nel carcere di Fossombrone, una sera iniziai a tremare violentemente, ad avere paura di essere veramente solo, perduto nella solitudine. Ancora adesso - sono passati vent' anni - quando rimango solo per un periodo prolungato di tempo, mi sento come allora, avverto le stesse sensazioni. Subito dopo, nel dividere la cella con più persone, mi è capitato a volte di iniziare inspiegabilmente a sudare, come se il passaggio da un isolamento totale a una quotidianità coatta con gli altri mi soverchiasse. La mancanza di libertà, le torsioni che la mente fa per reggere questa condizione, creano uno stress notevole che non tutte e tutti sono in grado di reggere; io, francamente, sono uno di questi. Il carcere e i suoi danni sono ancora oggi conficcati dentro di me.

A volte nei sogni riassaporo intatto quel dolore, talmente intollerabile che la mente si contorce facendomi svegliare sempre in un bagno di sudore, sconvolto e confuso.
Probabilmente anche la mia giovane età, sono stato arrestato la prima volta a 18 anni, ha inciso perché quella è un'età dove le restrizioni mal si sopportano, con fatica si riesce a capirle e nel carcere sono troppe ed inspiegabili le regole a cui doversi piegare. Nei miei quasi sei anni di reclusione però, ho costruito anche rapporti intensi, perché poi l'altra faccia della detenzione è che dentro si vivono relazioni più forti, più autentiche, forse perché nei momenti di massima disperazione e sofferenza vengono fuori le cose migliori, forse perché i rapporti non sono contaminati dalla velocità della vita di fuori ed è questo un balsamo, l'unico, che lenisce un po' la sofferenza.
Sono state diverse le carceri che ho visto in quegli anni: L'Aquila, Teramo, Pescara, Trani, Bellizzi Irpino, Ascoli Piceno, Pesaro, Fossombrone, Milano, sono città che ricordo anche per via della mia detenzione. Di ogni carcere conservo un ricordo particolare: di San Vittore, è ancora vivo quello spicchio di Piazza Filangeri che si vedeva dal corridoio, il doloroso contrasto tra una via piena di gente e macchine veloci e la mia solitudine. Di Fossombrone, penso alle colline piene di verdi tutti diversi, verdi infiniti che coloravano prati visti da lontano, un miraggio oltre il mio cemento, le mie mura, le mie sbarre. Ma il mare di Trani è il mio preferito, quel poco d'azzurro che si intravedeva era stupendo, ne respiravo a pieni polmoni il profumo e la voce della Berté in "Mare d'inverno" era il mio, personalissimo legame, tra la reclusione e la bellezza del mondo fuori.
Ricordi di gioventù, struggenti, non è facile neanche adesso, o forse proprio adesso, raccontare l'esperienza della detenzione. Il carcere è un pò come la guerra, ha la stessa forza dirompente che distrugge fisicamente e psicologicamente, e questo piccolo contributo vorrebbe solo ricordare agli uomini liberi quanti "cuori in inverno", come il mio, ci sono ancora nelle carceri del nostro Paese.
Giulio Petrilli, dirigente Prc-Se


 

 

Marche: Rifondazione e Associazione Antigone visitano carceri, Comunicato stampa, 17 maggio 2007

 

Rifondazione Comunista e Antigone, associazione impegnata ogni anno a redigere un rapporto sulle 205 carceri italiane hanno sollecitato, con la campagna nazionale "Il carcere dopo l’indulto", l’attenzione del paese sulle condizioni di vita all’indomani del provvedimento di clemenza applicato dal governo Prodi nell’estate 2006.

Anche nelle Marche, a partire dall’11 maggio, delegazioni di parlamentari, consiglieri regionali e osservatori di Antigone, visiteranno le 7 case circondariali e di reclusione, per monitorare di quanto siano cambiate le condizioni di vita di tutti i presenti (detenuti e personale) dopo il rilascio di 26.000 persone avvenuto l’estate scorsa.

È convinzione di Rifondazione e Antigone che il provvedimento sia stato necessario a impedire il collasso del sistema penitenziario, gravato dalla presenza di 60.000 detenuti in luogo dei 44.000 reputati idonei per le strutture, ma che ora si debba far luogo ai provvedimenti trattamentali, sanitari e di inclusione nel territorio che dovrebbero essere operativi da anni. Il primo aspetto che sarà esaminato dalle delegazioni è la legge 230 del 1999 che regolamenta il passaggio della sanità dall’amministrazione penitenziaria al SSN, che finora è stata applicata in poche regioni.

In sintonia con quanto accade negli ambiti sociali che insistono sui penitenziari, occorre, sempre per gli organizzatori della campagna, rendere possibili le attività che collegano il carcere al mondo circostante, per combattere l’isolamento che conduce all’ignoranza e riduce tutti i problemi connessi al reato all’interno di logiche securitarie. Altra problematicità deriva dalla presenza di cittadini stranieri, oltre il 35%, spesso legato alla microcriminalità ed alla legge Bossi-Fini. Al termine delle visite le prime osservazioni saranno presentate in una assemblea pubblica a Fano il 21 maggio, che sarà organizzata con un nutrito gruppo di operatori del settore.

 

Prigioni d'Italia dopo un anno di governo, Liberazione 15/5/07  

 

di Davide Vari


Luci e ombre del sistema dopo la misura che ha estinto la pena per 13mila persone. Arriva il Garante ma molti istituti non rispettano i regolamenti. Un dossier di Prc e Antigone.

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Camerino: delegazione parlamentare in visita al carcere Corriere Adriatico, 12 maggio 2007

 

Le condizioni dei detenuti, lo stato della struttura e la situazione a qualche mese dall’indulto dei mesi scorsi. Sono questi i motivi della visita di ieri mattina nella casa circondariale di Camerino da parte della senatrice Erminia Emprin, dell’on. Maria Lenti, rappresentante dell’associazione Antigone, di Marcello Pesarini e del consigliere regionale, Michele Altomeni. La visita si inserisce all’interno della campagna nazionale promossa dall’Associazione Antigone per analizzare la condizione delle carceri in Italia dopo l’indulto, con quanto messo alla luce nella casa circondariale di Camerino che è stato illustrato nel corso di una conferenza stampa, tenutasi ieri mattina in comune, alla presenza del sindaco Fanelli. La struttura camerte ha brillantemente sperato l’esame per quanto riguarda l’impegno del personale e le condizioni igienico sanitarie. Meno bene, invece, per quanto riguarda l’immobile che ospita il carcere, ormai non più adeguato a contenere una struttura di questo genere. Dopo l’indulto, a Camerino, i detenuti sono passati da circa 45 a 24. L’incontro di ieri, comunque, ha fornito anche l’occasione per tornare a parlare con i rappresentanti del governo e della Regione della costruzione del nuovo carcere nella frazione di Morro.

 

 

Doina Mattei in cella con la bibbia, di E.Piccolotti e G.Santoro, Liberazione 9/5/07

Lunedì scorso abbiamo accompagnato Elettra Deiana a visitare il carcere femminile di Rebibbia. A visitare la sezione nido dove sono recluse 13, esclusivamente rom, delle 40 detenute con figli in Italia. Dove bambini di pochi anni sono reclusi per un tentativo di furto di un telefonino commesso dalla madre
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