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Rom, associazioni contro Veltroni, Il Manifesto, 23/05/07

Rom, associazioni contro Veltroni
Legalità I nomadi via da Roma? La società civile si ribella al Patto per la sicurezza
Dalla Caritas a Sant'Egidio, contro il Patto per la legalità che prevede lo spostamento dei campi fuori dalla città. Ma il fronte del volontariato si divide sui finanziamenti
Eleonora Martini
Roma

«Sono uno sporco zingaro», hanno scritto sulle loro magliette. È stata questa la risposta dei cittadini romeni all'ingiuria razzista lanciata dal loro capo di stato, il presidente Traian Basescu, all'indirizzo di una giornalista giudicata troppo invadente.
Che l'antigitanismo sia «una realtà diffusa, professata senza alcun pudore o memoria storica», è fin troppo evidente. E non fa eccezione il paese degli «italiani brava gente». A ricordarlo è il documento «Rom e legalità» indirizzato al sindaco di Roma, Walter Veltroni, stilato da un nutrito gruppo di associazioni attive nel volontariato sociale. Prendono la parola dopo la firma congiunta di Comune e Viminale al cosiddetto «Patto per Roma sicura» che ruota essenzialmente attorno allo spostamento dei campi rom al di fuori del Grande raccordo anulare con la costruzione di quattro mega villaggi da mille posti l'uno. E lo fanno per proporre un «patto nel quale la sicurezza di tutti», compresa quella dei rom, «venga perseguita mediante l'inclusione sociale». Perché «chi commette reati sia sanzionato secondo le leggi» ma senza «criminalizzare un intero popolo».
«Non si può utilizzare la popolazione rom e sinta, come falso bersaglio, anziché mettere a fuoco i reali problemi delle nostre periferie», scrivono la Caritas diocesana di Roma, la Comunità di Sant'Egidio, l'Arci solidarietà, la Comunità di Capodarco, Jesuit Refegee Service e la Fcei, i cui rappresentanti sono stati ricevuti ieri pomeriggio in Campidoglio. «Conosciamo bene i "campi" e i tanti "non luoghi" in cui i rom vivono nelle nostre città e frequentiamo chi li abita - si legge nel testo - In questi giorni abbiamo sentito parlare dei rom nelle maniere più stereotipate e persino fantasiose, spesso con toni ostili e talvolta apertamente intolleranti» che, «in maniera incosciente, creano allarmismo sociale in tessuti urbani difficili e ritornano allo stereotipo dello zingaro criminale-girovago». Forse il loro è anche un riferimento alle parole del prefetto di Roma Achille Serra che sabato scorso in un'intervista a Repubblica dichiarava: «Visito personalmente i campi nomadi e vedo alle 10 del mattino i bambini, sporchi, giocare a pallone. Le donne non ci sono, forse sono sulla metro a scippare borsette e gli uomini dormono perché forse hanno lavorato di notte svaligiando appartamenti. Senza generalizzare, s'intende».
E' necessario fare un po' di chiarezza sui numeri, spiegano le associazioni firmatarie della lettera a Veltroni: «La percentuale di rom e sinti sul totale della popolazione in Italia rimane, malgrado l'aumento delle migrazioni dalla Romania degli ultimi anni, al di sotto dello 0,3%, di cui la metà sono cittadini italiani». Se si pensa poi che in queste popolazioni - dove il concetto di «famiglia indissolubile» è forte e radicato - quasi il 40% ha meno di 18 anni, è lecita la domanda: «Può la sicurezza del nostro paese essere messa in crisi da 150 mila persone di cui la metà bambini? E può veramente la sicurezza di Roma essere a rischio per 10 mila rom?».
«Sono nomadi? E allora si spostino», è il leghista-pensiero diventato ormai luogo comune. E il nomadismo è lo stereotipo di comodo affibbiato alla più grande minoranza d'Europa. In particolare, spiegano le associazioni, «i rom e i sinti che vivono a Roma non sono nomadi, ma stanziali (sebbene vittime di continui sgomberi), e aspirano ad una soluzione abitativa stabile». Sono più di 5 mila quelli che vivono nella capitale da oltre 30 anni. E la «novità» della proposta di «ripulire» la città dai campi rom non è nell'ubicazione, visto che «già ora sono fuori o a ridosso del raccordo anulare, ma nel messaggio: "accanto ai rom e ai sinti non si può vivere", e perciò vanno isolati». Una decisione, ricordano le associazioni, che va esattamente nella direzione opposta a quel «Piano Rom» varato dal comune di Roma nel 2005 che prevedeva il progressivo inserimento in abitazioni. Esattamente il contrario di quanto raccomandato dall'Ue, dal Consiglio d'Europa e soprattutto dalla Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza che due anni fa ammoniva le autorità italiane a non «basare le loro politiche relative a rom e sinti sul presupposto che tali gruppi preferiscono vivere come nomadi». E raccomandava vivamente «di affrontare la questione dell'alloggio» al fine di eliminare del tutto i campi.
La proposta che viene dalle associazioni cristiane è di lavorare per la promozione umana dei bambini, dei giovani e della donna, e per l'inserimento nelle scuole e nel mondo del lavoro. Una richiesta non molto dissimile da quella formulata dall'Opera nomadi, l'associazione che dal 1966 lavora con le popolazioni rom e che non non compare tra le firme del documento. Perché, come spiega il presidente Massimo Converso, sono in disaccordo con «la linea fin qui tenuta di assegnare ad un unico blocco di associazioni di partito l'80% delle risorse in convenzione, con il pessimo risultato che abbiamo sotto gli occhi». Ma anche loro saranno ricevuti dall'amministrazione comunale il 4 giugno prossimo in un tavolo di consultazione separato. Proporranno, tra l'altro, l'autorecupero da parte delle famiglie rom e sinti di edifici abbandonati nell'area metropolitana romana, il trasferimento di alcune famiglie «estese» nei piccoli centri laziali, la promozione delle cooperative rom, come quella che lavora alla raccolta differenziata dei rifiuti ingombranti in alcuni municipi della capitale e la presenza della Protezione civile nei campi abusivi, come quelli sul Tevere. Proposte che forse cadranno nel vuoto perché sindaco e prefetto sono già al lavoro per nominare una commissione che individui «i siti ideali per la città e i cittadini», come ha spiegato Serra, dove costruire i nuovi mega campi.
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