Free cookie consent management tool by TermsFeed Policy Generator L’integrazione degli immigrati: l’esperienza italiana a confronto con quella tedesca, immigrazione.biz, 17/06/07

L’integrazione degli immigrati: l’esperienza italiana a confronto con quella tedesca, immigrazione.biz, 17/06/07

L’integrazione degli immigrati: l’esperienza italiana a confronto con quella tedesca

Conferenza sull’integrazione degli immigrati, delle loro famiglie e dei giovani

Partire dai dati statistici per evitare i pregiudizi

Siamo soliti partire dai dati statistici perché questa è la nostra specializzazione nella lettura del fenomeno migratorio.

Pensiamo anche che questo tipo di lettura sia in grado di assicurare vantaggi consistenti: innanzi tutto perché i numeri, correttamente utilizzati, sono un efficace antidoto contro i pregiudizi e i modelli del passato, che, come ha sottolineato il vescovo presidente di Caritas Italiana, mons. Montenegro, non sono stati inutili ma non sono più all’altezza dei tempi; in secondo luogo, le statistiche hanno il vantaggio di favorire l’individuazione degli aspetti strutturali che caratterizzano il caso italiano.

Il CNEL si è adoperato per far assurgere questa impostazione ad una metodologia organica e cura da cinque anni un Rapporto sugli indici di inserimento degli immigrati, nel quale, sulla base di molteplici indicatori statistici, si mette in evidenza come le potenzialità di integrazione siano differenziate tra le diverse Regioni e le diverse Province.

Questa metodologia favorisce anche il confronto tra i diversi Stati membri e, in particolare, risulta molto funzionale per evidenziare differenze e somiglianze tra Italia e Germania. Il confronto verrà fatto, in questo contesto, in maniera sommaria, mentre uno specifico progetto permetterebbe di pervenire a risultati ben più soddisfacenti.

Il compito di questa relazione consiste, per l’appunto, nel presentare lo stato dell’integrazione degli immigrati in Italia in una maniera che sia confrontabile con quanto avviene in Germania.

Come redattori del Dossier Statistico Immigrazione non siamo solo studiosi ma anche operatori della rete Caritas/Migrantes e perciò, grazie alla collaborazione dell’Ambasciata tedesca e della Friedrich Ebert Stiftung, non solo abbiamo proceduto ad una comparazione delle statistiche dei due paesi e curato una rassegna delle ricerche fatte nel passato, ma abbiamo anche condotto un’indagine a proposito dello stato dell’integrazione, facendo intervistare 60 testimoni privilegiati, scelti tra la popolazione immigrata a Roma, l’area urbana con il più alto numero di immigrati.

Il tutto, compreso questa premessa metodologica, è stato condensato in 10 punti, una sorta di decalogo comparativo sull’integrazione, che speriamo aiuti noi e gli amici tedeschi a giungere ad una visione europea dell’integrazione degli immigrati.

2. L’Italia è simile alla Germania per essere un grande paese di immigrazione

In Italia gli immigrati sono all’incirca la metà di quelli della Germania (6.751.002 al 31.12.2006): circa 3.500.000 e un’incidenza del 6% secondo le nostre stime (Caritas/Migrantes, Dossier Statistico Immigrazione 2006, edizioni Idos, Roma, 2006). Ogni 10 anni, inoltre, la popolazione immigrata è raddoppiata: così è avvenuto negli anni ’70, negli anni ’80 e negli anni ’90. Dal 2000 in poi per il raddoppio sono bastati appena 5 anni. In Germania gli immigrati superarono la soglia di 7 milioni nel 1993 e si mantennero a tale livello per 10 anni, per scendere nel 2004 di 250 mila unità e ridimensionare l’incidenza dall’8,9% all’8,1%.

In Italia, dal 1970, quando gli immigrati erano solo 144.000, l’aumento è stato di ben 25 volte. Tutto lascia prevedere che tra 10 anni in Italia gli immigrati saranno 7 milioni, tanti quanti se ne contano oggi in Germania. Avvicinandoci alla metà del secolo e continuando questo andamento, senz’altro gli immigrati supereranno i 10 milioni, in pratica 1 ogni 5 residenti. Non è escluso che l’Italia diventi il paese dell’Unione con il maggior numero di immigrati. Questo afflusso è determinato da un trend demografico più negativo rispetto a quanto avviene nell’Unione e negli altri paesi del mondo: basti pensare che, secondo le più recenti previsioni (Istat 2006), tra il 2005 e il 2020 gli italiani tra i 19 e i 44 anni diminuiranno di 4 milioni e mezzo di unità.

La Germania risulta statisticamente un paese di più antica immigrazione, in cui un quinto degli stranieri è nato sul posto (e ben il 30% degli italiani residenti, e cioè 160.144 persone).

L’anzianità dell’immigrazione si rileva anche dagli anni medi di permanenza: 16,8 per la totalità degli immigrati e ben 24,3 per gli italiani, preceduti peraltro dagli immigrati di Olanda, Austria, Slovenia e Spagna. È sorprendente constatare che l’84% degli immigrati vive sul posto da più di 5 anni (e tra di essi il 72% da più di 10 anni), mentre in Italia l’anzianità di 5 anni di residenza è maturata a stento dalla metà della popolazione immigrata.

Vi è un curioso parallelismo all’inverso tra Germania e Italia. La Germania, in mezzo secolo, dal 1951 al 2001, ha accolto 31 milioni di immigrati (compresi gli oriundi tedeschi nati in altri paesi, circa la metà del totale) e ne ha visto ripartire 22 milioni. L’Italia dal 1861 ad oggi ha visto emigrare 28 milioni di cittadini, dei quali, ad esclusione di quelli che sono rimpatriati o che hanno acquistato la cittadinanza del posto o che sono morti, 3 milioni conservano la cittadinanza italiana (Cfr. Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo 2006, edizioni Idos, Roma 2006). E però, seppure con un ritardo di almeno 30 anni rispetto alla Germania, l’Italia è diventata un paese di immigrazione e si caratterizza per un ritmo di aumento che non ha l’uguale in Germania, con un fabbisogno di 200.000 lavoratori e 100.000 ricongiungimenti familiari all’anno. In Germania nel 2004 il saldo tra entrate e uscite è stato positivo, ma solo di 55.216 unità; in Italia i rientri sono molto pochi e il saldo positivo è ben più consistente. Anche il flusso di richiedenti asilo, che in Germania superava le 100.000 unità fino al 1997, è sceso a 35.000 nel 2004 (comunque tre volte di più rispetto all’Italia, che invece, come paese di frontiera, registra flussi più elevati di immigrati irregolari).

Attualmente Italia e Germania, per il fatto di essere due grandi paesi di immigrazione, sono sollecitate al varo di grandi politiche di integrazione, trattandosi di una dimensione strutturale della società attuale e del futuro, e quindi da prendere seriamente in considerazione. L’immigrazione, insomma, è una questione con la quale bisogna per forza misurarsi.

3. L’Italia si distingue dalla Germania per una composizione più policentrica dei suoi immigrati

La Germania è nota per la netta supremazia numerica del primo gruppo nazionale, quello turco, pari ad un quarto del totale, e cioè 1.764.000 persone. L’Italia è, invece, un paese da noi definito “policentrico”, che conta numerose collettività di una certa consistenza: per arrivare a un terzo del totale bisogna mettere insieme le prime tre collettività: romeni, albanesi e marocchini. Segue un gruppo di altri paesi, dalla presenza non così numerosa ma comunque consistente, alcuni di vecchia data e altri no: Ucraina, Cina, Filippine, Tunisia, India, Perù, Ecuador, Egitto, Senegal, Moldavia e Sri Lanka.

In questo gruppo di testa sono inclusi quattro continenti (Europa, Africa, Asia e America), diverse aree subcontinentali, numerose lingue e tradizioni culturali, le più grandi religioni del mondo (cattolici, ortodossi, protestanti, musulmani, induisti, buddisti, sikh, seguaci delle religioni tradizionali). Un gruppo, che nel processo di integrazione volesse assolutizzare i suoi tratti linguistici, culturali e religiosi, non troverebbe il supporto in questa realtà di base, per cui si può ritenere che la molteplicità, se ben gestita nonostante la sua complessità, diventa garanzia di democraticità e un baluardo contro gli unilateralismi.

Notevole è la differenza delle provenienze continentali. In Germania si registrano questi valori: Europa 79,6% (tra gli europei, i comunitari sono 2 milioni su 5.375.000 e gli italiani 535.000), Africa 4,0%, America 3,2%, Asia 12,1%, Australia e altri paesi 1,1%.

In Italia, invece, l’immigrazione è meno europea e più terzomondiale: Europa 48,8%, Africa 23,1%, Asia 17,4%, America 10,6%, Oceania e altri paesi 0,1%.

4. L’Italia, a differenza della Germania, ha preso coscienza più velocemente di essere un paese di insediamento stabile

L’immigrazione è iniziata in Italia nei primi anni ’70, quando nei paesi europei, a seguito della crisi petrolifera e del ristagno dello sviluppo, si determinarono le prime chiusure ai flussi migratori.

Nella prima fase della sua storia di immigrazione, durata per tutti gli anni ’80, l’Italia è stata in buona misura un’area di passaggio per immigrati che si sono diretti verso l’area francofona o anglofona, di curdi e turchi interessati a recarsi in Germania, come anche di richiedenti asilo desiderosi di stabilirsi definitivamente oltreoceano, specialmente nel Nord America.

Con la legge Martelli del 1990 e a seguito dei flussi di tutti gli anni ’90, avvenuti in maniera preponderante al di fuori delle ridotte quote ufficiali, è maturata la consapevolezza che l’Italia è un paese di insediamento stabile. Per giungere a questa conclusione gli italiani hanno impiegato minor tempo rispetto alla Germania, anche perché nel frattempo in tutta l’Unione si era resa più evidente la tendenza di lunga durata dei flussi migratori.

Questa presa di coscienza trova un riflesso nelle norme italiane sull’immigrazione, che si sono succedute: basti pensare a quanto dice la prima legge sull’immigrazione (del 1986) sulla parità dei diritti e sull’accesso ai servizi sociali e a quanto dispone la legge del 1998 in materia di politiche d’integrazione e di aperture interculturali.

Oggi la Germania e l’Italia, nonostante l’alto numero di disoccupati (in Germania 3,9 milioni, più del doppio rispetti all’Italia), sono coscienti che gli immigrati senza lavoro non sono in grado di coprire tutti i posti vacanti: in Germania si punta molto sui lavoratori qualificati, in Italia si è coscienti che, in una certa misura, servono anche lavoratori non qualificati.

In Italia si riscontra maggiormente la tendenza all’insediamento stabile, non solo dall’alto numero dei ricongiungimenti familiari (sui 100.000 l’anno rispetto ai 76.000 della Germania), ma anche dalla sostanziale parità tra i sessi (in Germania, invece, i maschi immigrati sono il 52%) e dall’incidenza dei minori (pari in Germania al 18,2% e in Italia al 21,9%). In Italia sono anche più elevate le nascite da entrambi i genitori stranieri (52.000 nel 2005), pari al 9,4% del totale delle nascite, mentre in Germania sono state nel 2004 appena 36.214 (un terzo rispetto alle 100.000 nascite degli anni ’90) su un totale di 755.622, ma questo avviene anche perché molti dopo la nuova legge sulla cittadinanza nascono già come cittadini tedeschi.

Il tallone di Achille, tipicamente italiano, consiste nelle prassi amministrative insoddisfacenti, nelle coperture finanziarie insufficienti e nella eccessiva contrapposizione dei partiti sul tema dell’immigrazione, contrapposizione che ha esercitato un pesante effetto negativo sulla popolazione, dividendola tra favorevoli e contrari agli immigrati.

5. La difficoltà della politica italiana consiste nel dover rispondere contemporaneamente alle esigenze degli immigrati già insediati stabilmente e a quelle differenziate degli immigrati arrivati da poco

In sintesi, l’Italia è chiamata a continuare a farsi carico dei compiti di emergenza, a causa delle elevate quote di ingresso e della pressione migratoria anche irregolare, e nello stesso tempo deve concentrarsi sempre più sull’integrazione della popolazione già insediata.

Per i nuovi arrivati, che in Italia sono molto più numerosi rispetto a quelli che si registrano in Germania, servono misure in grado di superare le emergenze tipiche di chi è spaesato in un nuovo contesto in cui la lingua, la mentalità, il funzionamento degli uffici, le normative sono differenti. A questo scopo sono indispensabili, innanzi tutto, uffici pubblici più funzionali, obiettivo ancora lontano che si sta cercando di raggiungere attraverso una sperimentazione di ampia portata. Inoltre, i nuovi arrivati hanno bisogno di essere aiutati per il disbrigo delle pratiche amministrative, con l’orientamento, le traduzioni, l’interpretariato, l’assistenza.

Vi sono poi quelli che, vivendo in Italia da almeno cinque anni, sono ormai soggiornanti di lunga durata: si tratta di circa la metà della popolazione straniera, una percentuale che nel passato era ancora più alta ed è stata ridimensionata dalla frequenza degli arrivi. Questi “lungosoggiornanti”, salvo casi particolari, non hanno più bisogno di aiuti di emergenza bensì di un sostegno per un’integrazione non superficiale. Pur essendo portatori di culture diverse, essi sono intenzionati a inserirsi armoniosamente e stabilmente nella società italiana e, per questo, chiedono spazi adeguati per una dignitosa partecipazione: sotto questo aspetto la situazione italiana è analoga a quella riscontrabile in Germania e in altri Stati membri, ma non contempla in maniera organica corsi di integrazione e di lingua.

In Italia è molto diffusa la figura del mediatore culturale e molto apprezzata la funzione della mediazione culturale, che, rispetto a strutture tradizionali di tutela come i patronati, è meno tecnica e più culturale. In concreto, poiché la società odierna si compone di diversità una volta neppure immaginabili, il concetto di “mediazione” sottolinea che gli immigrati devono essere aiutati ad adattarsi agli italiani e alle loro norme fondamentali e che gli italiani, a loro volta, devono essere aiutati a conoscere le specificità socio-culturali degli immigrati e, quindi, a rispettarle. In prospettiva, l’intera società è chiamata ad essere intrinsecamente interculturale: nelle sue leggi, nei suoi uffici, nella mentalità dei suoi cittadini.

6. Per l’integrazione, anziché modelli da seguire, vi sono ormai solo piste operative da sperimentare

L’Italia, pervenuta alla consapevolezza di essere un paese di immigrazione stabile, è diventata un laboratorio molto meno condizionato dalle esperienze del passato, come invece è il caso non solo della Germania, ma anche della Francia, della Gran Bretagna e di altri Stati membri, che hanno dovuto constatare i limiti dei loro modelli, ciascuno dei quali contiene però elementi positivi da salvaguardare, per cui è fondato affermare che non si parte dall’anno zero.

Questi, ad esempio, sono alcuni dei punti fermi emersi nell’esperienza europea:

1. Non sono assolutamente ammissibili deroghe alle norme fondamentali che regolano la vita del paese di accoglienza. Con altrettanta risoluzione non si devono confondere le consuetudini particolari di un paese occidentale con aspetti fondamentali, quali il concetto di società laica, l’uguaglianza dei sessi di fronte alla legge e anche l’uguaglianza delle religioni, per limitarci ad alcuni esempi significativi.

2. Il fatto che alcuni paesi abbiano incentivato le acquisizioni di cittadinanza, è positivo per l’ampliamento dello spazio di identificazione e di partecipazione che così viene offerto specialmente ai figli degli immigrati, ma ancora non è determinante per una pacifica convivenza societaria, se in precedenza non si è lavorato per costruire una società pienamente inclusiva e aperta al pluralismo.

3. Diversi fattori, in grado di favorire una convivenza fruttuosa, più che essere ancorati alla normativa, dipendono dallo sforzo di capirsi a vicenda, cercando cioè di adattarsi gli uni agli altri. La storia, che impone a noi e agli immigrati di convivere stabilmente, esige da tutti una mentalità di reciproco adattamento.

Siamo, quindi, di fronte ad un concetto di integrazione diverso rispetto a quello proposto nel passato. Si può dire che siamo tutti apprendisti. Tanto i vecchi paesi di immigrazione che quelli di nuova immigrazione, tanto gli Stati membri del Nord e Centro Europa che gli Stati membri del Mediterraneo: siamo chiamati a costruire, anche con il contributo degli immigrati, un nuovo modello di convivenza, più europeo e comunitario che calibrato sulle esigenze del singolo Stato membro.

7. L’Italia è riuscita abbastanza bene con le prime generazioni, mentre resta da accertare cosa avverrà con le seconde generazioni

Sono tanti i fattori che hanno consentito un inserimento relativamente positivo delle prime generazioni: il carattere comparativamente aperto della normativa; lo schieramento favorevole delle forze sociali ed ecclesiali; il supporto assicurato dal mondo del lavoro, tanto da parte dei sindacati che degli imprenditori; il forte fabbisogno di manodopera aggiuntiva; il basso tasso di conflittualità tra culture e religioni. Non tutto però è andato per il verso giusto e il processo risulta ora rallentato, perché persistono le discriminazioni, sono stati ridotti gli spazi di partecipazione in ambito pubblico, societario e nel mondo del lavoro e una quota considerevole della popolazione locale si mostra o chiusa o quanto meno titubante di fronte all’immigrazione.

Qualche esempio può essere illuminante. Il 60% dei lavoratori immigrati segnala l’esistenza di discriminazione da parte dei colleghi e solo il 35% dichiara di aver ottenuto avanzamenti nell’inquadramento professionale, percentuale che scende all’11,4% per le donne (Ires-Cgil 2005).

Nonostante il rifiuto di fornire un alloggio agli immigrati regolari rientri tra le forme di discriminazione sanzionate da un risarcimento e da una reclusione fino a 3 anni, nei giornali di annunci economici (“Porta Portese” a Roma e “Secondamano” a Milano) le inserzioni di questo tipo sono ricorrenti (Indagine della testata www.stranieriinitalia.it pubblicata nel mese di aprile 2005). L’indisponibilità ad affittare agli immigrati è stata confermata anche da un’indagine condotta su 10.000 iscritti (su un totale di 60.000) all’Associazione Piccoli Proprietari di Case in 5 città del Nord Italia e in 7 del Sud: il 57% degli intervistati non è disponibile.

Resta, poi, da decifrare quale sarà il nostro atteggiamento verso le seconde generazioni, che iniziano ad essere di numero consistente (i minori hanno superato le 600 mila unità). La scuola italiana, che nel passato si è rivelata una grande agenzia di inserimento dei figli degli immigrati, inizia a mostrare segni di fatica per la diversità di orientamenti impartiti dai diversi schieramenti politici al governo e anche per l’esiguità delle risorse finanziarie disponibili.

Al momento è molto preoccupante (e anche poco studiata) la ridotta partecipazione dei giovani immigrati ad attività in comune con gli italiani e ancora non è stata superata la rigidità dell’attuale percorso di attribuzione della cittadinanza. Tornerebbe sommamente utile riflettere su quanto è stato realizzato in altri Stati membri e segnatamente in Germania. In base alla nuova legge tedesca sulla cittadinanza, in vigore dal 1° gennaio 2001, per gli adulti il requisito di residenza per ottenere la naturalizzazione è stato ridotto da 15 a 8 anni e presuppone la conoscenza della lingua tedesca. Per i minori l’accesso alla cittadinanza è spianato quando almeno uno dei genitori ha da 8 anni il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Nel 2004 i casi di naturalizzazione sono stati 127.000 (sei volte di più rispetto all’Italia).

In Italia il tasso di accesso alla cittadinanza è tre volte inferiore alla media europea, per cui la società italiana al suo interno conta solo poche centinaia di migliaia di cittadini di origine straniera, in grado di rappresentare le esigenze delle diverse collettività ai vari livelli della vita associata (parlamento, uffici pubblici, scuola, strutture religiose ecc.) e di svolgere una funzione di mediazione.

8. L’atteggiamento degli immigrati nei confronti dell’Italia è, tutto sommato, non negativo.

L’analisi delle principali indagini condotte nell’ultimo triennio consente di evidenziare un atteggiamento fondamentalmente positivo della popolazione immigrata insediatasi in Italia.

I rapporti di vicinato con gli italiani solitamente vanno bene e sono caratterizzati dalla reciproca disponibilità, e però per il 30% degli intervistati si tratta di una cordiale indifferenza; sono invece più rari i casi di manifesta ostilità e di rifiuto/intolleranza (Progetto Inte.Mi.gra 2004). Un’altra ricerca, limitata alla Toscana, ha evidenziato che nei due terzi dei casi in cui le cose vanno bene le tonalità sono differenziate e per il 35% del campione si tratta di rispetto e per il 29% di tolleranza. Sono 8 su 10 gli immigrati che dichiarano che la loro vita è migliorata a seguito dell’arrivo in Italia e più del 60% è certo di restare in Italia in maniera stabile: ciò non è sinonimo di ingenuità e gli stessi intervistati conoscono i lati deboli del “Sistema Italia” ed esprimono una forte richiesta di servizi di base (trovare casa e lavoro, imparare l’italiano, praticare il proprio culto). All’inizio i problemi maggiori sono legati alla sopravvivenza e si è aiutati dai connazionali e sempre più anche dagli amici immigrati, mentre in un secondo tempo emergono la nostalgia, la solitudine e la mancanza di partecipazione (Ricerca Iref-Acli, dicembre 2005-marzo 2006, su un campione di 1.000 famiglie di 31 nazionalità).

Nel loro cammino di inserimento gli immigrati devono fare i conti con una diffusa insensibilità degli italiani. In un’indagine su un campione di 3.000 immigrati, condotta nel 2003 dall’Osservatorio Immigrati della UIL di Roma e del Lazio, un terzo degli immigrati si è dichiarato insoddisfatto della capacità di accoglienza e di tolleranza mostrata dagli italiani e ben il 40% scontento nei confronti dei pubblici impiegati.

Non mancano, come si è accennato, le vere e proprie discriminazioni. A telefonare maggiormente all’UNAR-Ufficio Antidiscriminazioni Razziali sono persone che hanno più anni di permanenza vissuta in condizione di regolarità e quindi anche un’età media sui 40 anni e una situazione di stabilità lavorativa e relazionale, che li rende più coscienti dei propri diritti e doveri. Come attesta l’analisi di 3.438 telefonate pervenute al numero verde dell’Unar nel 2005, a lamentarsi maggiormente sono gli africani. Le lamentele riguardano più spesso il lavoro e la casa e, in misura minore, la convivenza quotidiana e l’accesso ai servizi, (Ministero Pari Opportunità/Ufficio Nazionale Andiscriminazioni Razziali, “Un anno di attività contro la discriminazione razziale”, Rapporto 2005, Roma 2006, Demetra).

Nonostante tutto, gli immigrati sono più ottimisti degli italiani, riescono a risparmiare di più, si mostrano più disposti ad affrontare rischi e sfide e, generalmente, sono anche propensi ad indebitarsi per migliorare il loro standard di vita (Ricerca Censis per il Gruppo Delta su un campione di 800 immigrati, novembre-dicembre 2005).

9. Il comportamento degli italiani è contrassegnato da diverse ombre, accentuate dal confronto con altri paesi europei.

Da un sondaggio di Eurobarometro del 2005 è risultato che il 54% dei tedeschi, contro il 40% degli italiani, ritiene che gli immigrati lavorino più duramente degli autoctoni, eppure è noto che proprio in Italia sono moltissimi i diplomati e i laureati che sono occupati come manovali o, comunque, in mansioni non qualificate. Sempre tra gli italiani, il 41% ritiene che gli immigrati siano maggiormente coinvolti in attività criminali, mentre solo il 14% pensa il contrario.

L’immigrato, quindi, ha un più elevato tasso di criminalità? Lo pensa addirittura il 58% degli intervistati in un’altra indagine, in cui l’opinione espressa è che la violenza è in crescita a causa principalmente degli immigrati, la cui presenza avrebbe causato la diminuzione dei livelli di sicurezza (Sondaggio SWG per l’Espresso, luglio 2005).

Un altro sondaggio di Eurobarometro (gennaio 2004), realizzato in 31 città dell’UE a 15, mostra che il 42,3% dei torinesi è critico circa l’integrazione degli immigrati nella propria città, a fronte di una media europea del 30,5% e di punte negative molto più alte a Stoccolma, Rotterdam e Amsterdam.
(http:/europa.eu.int/comm/public_opinion/flash/fl_156_en.pdf). I più fiduciosi in un buon livello di inserimento si mostrano i romani (46,5%) e, specialmente, con il 49,3% delle risposte, i napoletani.

Comunque, in confronto con gli altri Stati membri, l’Italia ne esce abbastanza bene. Nella ricerca Challenge of Europe 2005 dell’Istituto Gfk di Norimberga, i francesi, i tedeschi e gli italiani risultano essere i popoli più tolleranti e meno xenofobi dell’UE e si mostrano, nell’ordine, meno preoccupati rispetto all’immigrazione (www.gfk.com).

Si riscontra un buon grado di flessibilità rispetto alle altre culture e alle altre religioni. Su un campione di 1.000 intervistati dal Cirm nel 2004 a Milano, Bologna, Roma, Napoli e Palermo, il 55% è d’accordo che gli immigrati mantengano le proprie usanze: la percentuale delle risposte positive è ancora più alta per le coppie miste e per il velo islamico, rispettivamente il 63% e il 69%.

Il pregiudizio risulta più marcato nei confronti di musulmani, ebrei e immigrati extracomunitari: quasi il 50% degli intervistati ritiene che essi debbano tornare a casa loro (Ricerca su un campione di 22.000 giovani tra i 14 e i 18 anni residenti in più di 100 comuni di tutte le dimensioni condotta dall’Università Roma La Sapienza, Dipartimento di ricerca sociale G. Statera, ricerca coordinata dal prof. Campilli presentata il 28 aprile 2004).

Sulla consistenza del pregiudizio influisce anche la classe di età. Gli studenti sembrano avere una mentalità più aperta: su un campione di 4.000 giovani tra i 15 e i 25 anni, il 56% ritiene che gli studenti stranieri consentano di conoscere altre culture, a fronte del 19% che rimane del tutto indifferente alla loro presenza e del 7% che li ritiene una minaccia per la società italiana (www.studenti.it).

Venendo infine agli aspetti progettuali, gli strumenti per favorire l’integrazione sono per gli italiani la creazione di posti di lavoro, la diffusione di coppie miste e la concessione del voto amministrativo, voto accettato dal 63% degli intervistati per gli immigrati che hanno maturato 10 anni di residenza previa (Indagine del 2005 della Società Dinamiche su un campione di 1.000 persone a Milano, Bologna, Roma, Napoli e Palermo).

10. La città del futuro, per essere accogliente, deve essere internazionale, interculturale e interreligiosa.

Riprendiamo l’idea di città dalle “3 I” dal terzo rapporto dell’Osservatorio Romano sulle Migrazioni, pubblicato nel 2007 dalla Caritas di Roma con il supporto del Comune e della Provincia e della Camera di Commercio di Roma, come anche di altre strutture pubbliche, per presentare sotto un’angolatura unitaria il punto di vista del mondo istituzionale e di quello sociale.

La prima “I” sta per internazionale. Roma lo è in una maniera peculiare per la storia romana, quella della chiesa cattolica, la sua arte e anche per essere, come capitale, la sede delle rappresentanze diplomatiche e consolari e una delle città più importanti per numero di agenzie delle Nazioni Unite. La capitale ha accentuato, con il radicarsi dell’immigrazione, il suo carattere internazionale per il fatto che sono rappresentati 193 paesi del mondo, con più di 250.000 immigrati soggiornanti nella metropoli e più di 100.000 nei comuni della Provincia. Si può dire che con l’immigrazione tutte le città italiane, seppure in diversa misura, siano contrassegnate dall’internazionalizzazione. La globalizzazione non è più un concetto astratto bensì un insieme di legami culturali e sociali, destinati ad aumentare sempre più.

La seconda “I” sta per interculturale. La diversità, che nel contesto italiano risulta ancora più forte rispetto ad altri contesti nazionali, non si tramuta in confusione quando sussiste la disponibilità al confronto, allo scambio e alla sintesi, favorendo forme di convivenza, nello stesso tempo, più complesse e più ricche. Roma e tante altre città italiane, per chi frequenta i luoghi e le manifestazioni in cui tutto ciò viene sperimentato, è un’opportunità eccezionale. Il diverso, quando si fa a noi vicino, perde i suoi connotati di ostilità e mantiene quelle tonalità differenziate, che attraggono e stimolano. La vita delle persone, che si sono lasciate catturare da queste prospettive, è molto più avanzata rispetto alla rappresentazione che ne fanno solitamente i politici e le strutture e però bisogna che questi due livelli vadano di pari passo, per evitare che l’immigrazione, da risorsa indubbiamente demografica e lavorativa e potenzialmente anche culturale, sociale e religiosa, si tramuti in una miriade di realtà ingovernabili.

La terza “I” sta per interreligioso. È scandaloso che Dio che, comunque venga inteso, è una realtà assoluta in cui si crede come forza unificante dell’esperienza mondana, si tramuti in uno stimolo alla contrapposizione societaria. Vi sono responsabilità specifiche delle singole religioni e vi una responsabilità in solido di tutti i credenti, la cui testimonianza non riesce a far breccia in chi ritiene che senza religioni il mondo sarebbe più pacifico. Bisogna ritornare all’essenza unificante di ciascun messaggio religioso, che per natura sua deve essere libero da ogni costrizione, e imparare ad essere rispettosi degli altri messaggi. Gli Stati, da parte loto, hanno il compito di evitare ogni forma di prevaricazione. Sotto questo aspetto l’esperienza migratoria può essere, con il tempo, un’opportunità che può far cambiare il mondo, facendo veramente delle religioni una forza di pace. Le città europee, grazie al concetto di società laica e di rispetto delle coscienze, possono adoperarsi molto al riguardo e non solo Roma, come sede del papato, ma l’Italia tutta, devono sentire in maniera del tutto particolare questa vocazione.

Questi sono i 10 punti, nei quali l’équipe del “Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes” ha voluto condensare le sue riflessioni sull’integrazione, mentre per quanto riguarda il pensiero dei leader degli immigrati a Roma sullo stesso argomento, è illuminante la scheda che alleghiamo, destinata ad essere ampiamente commentata quando verranno pubblicati gli atti di questo convegno. Ci piace ricordare che un’ampia indagine sugli italiani residenti in Germania e negli altri paesi europei è stata condotta, con riguardo agli aspetti socio-previdenziali, dal Patronato Inas-Cisl. È stato evidenziato che il 70% valuta positivamente la propria situazione, mentre il restante 30% si dichiara insoddisfatto e di essi un terzo non esclude l’ipotesi di un rientro in patria (Fondazione Giulio Pastore, Il patronato Inas in Europa. Qualità dei servizi e soddisfazione degli utenti. Sintesi dei risultati, Roma, gennaio 2005).




caritas/Migrantes


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