Free cookie consent management tool by TermsFeed Policy Generator Una Guantanamo per gli immigrati, Il Manifesto, 02/09/07

Una Guantanamo per gli immigrati, Il Manifesto, 02/09/07

Esclusivo
Una Guantanamo per gli immigrati
Ecco il centro di detenzione più grande e «high tech» d'Australia
Damian Spruce
Sydney

In un'incantevole isola tropicale, centinaia di chilometri a est della costa australiana nel bel mezzo dell'Oceano Indiano, il governo australiano sta costruendo un centro di detenzione per immigrati di ultima generazione, con più di una somiglianza con il campo di prigionia di Guantanamo Bay. Christmas Island è uno dei territori più remoti dell'Australia (è più vicina all'Indonesia, solo 360 km di distanza da Jakarta) come lo è dal continente australiano. Come Lampedusa, è un'isola turistica e le agenzie di viaggi offrono voli regolari ma molto costosi per chi vuole godersi una vacanza di spiaggia e immersioni. Ma presto diventerà il sito del centro di detenzione più grande e «high tech» d'Australia, dove i detenuti saranno tagliati fuori dal mondo non soltanto dal filo spinato e dai sistemi di sorveglianza elettronica, ma da centinaia di chilometri di oceano.
Il «Christmas island immigration detention centre» è stato pensato originariamente nel 2001 e doveva essere completato nel 2002, subito dopo la «crisi» migratoria della nave Tampa e la seguente «Pacific solution». Una storia iniziata nell'agosto del 2001 quando la marina australiana fu inviata nelle acque tra Timor Est e l'Oceano Indiano per sorvegliare e intercettare le barche cariche di richiedenti asilo dirette in Australia nell'ambito dell'operazione militare «Relex» (un precursore dell'«Operazione Frontex» nel Mediterraneo).
La prima deportazione
Dopo l'intercettazione della nave norvegese Tampa, che aveva soccorso centinaia di afghani da una barca in difficoltà partita dall'Indonesia, l'unità australiana (nei fatti un'élite delle truppe aeree speciali australiane) prese il controllo della nave e trasferì con la forza i richiedenti asilo in un vascello che li portò fino all'isola di Nauru. Qui furono esaminate le loro richieste di asilo, e chi riuscì ad ottenere la protezione fu reinsediato in diversi paesi nel mondo. Questa strategia ha preso il nome di «Pacific solution».
Una nave australiana pattuglia ancora oggi il mare a nord di Christmas Island per fermare qualsiasi barca di immigrati diretta sulle sue coste e verso il territorio australiano. Christmas Island fa parte della prosecuzione della «Pacific solution» insieme con Nauru e alcuni altri campi per immigrati sull'isola Manus e in Papua Nuova Guinea.
Inizialmente il centro doveva costare 230 milioni di dollari e era stato pianificato per ospitare 1.200 immigrati. Ma nel 2006 il centro non era ancora stato completato. Il budget era esploso fino a quota 500 milioni e i posti erano stati decurtati fino a 800. Alcune testimonianze dei lavoratori sull'isola dicono che i costi raggiungeranno il milione di dollari prima che il progetto sia completato. Al momento la data di fine costruzione è fissata a dicembre 2007. Il mantenimento degli attuali impianti costa 6,8 milioni di euro l'anno e il Dipartimento per l'immigrazione ha ammesso che quando il nuovo centro sarà ultimato i costi saranno decisamente superiori.
Le piantine del nuovo centro e i dettagli della struttura di recente sono arrivati ai media, svelando una prigione per migranti orribilmente «high tech». Il centro sarà equipaggiato con modernissimi strumenti di controllo e sorveglianza, eccessivi rispetto all'effettivo impiego. In effetti, la maggior parte del piano di sicurezza del centro sembra essere di un livello talmente alto da poter essere utilizzato nei luoghi in cui vengono detenuti terroristi o prigionieri militari, come a Guantanamo Bay. E a causa di queste misure, sono molti gli aspetti che suscitano perplessità.
Microsonde e celle
Ci sono, ad esempio, centinaia di microsonde per controllare i movimenti e telecamere a circuito chiuso sotto le grondaie, sui soffitti e in ogni camera. Come compendio di questo regime di sorveglianza, i detenuti saranno costretti a indossare cartellini elettronici che registreranno tutti i loro movimenti. Le telecamere sono collegate a un sistema di controllo centrale, situato a Canberra, la capitale dell'Australia a sud est del continente, cioè a centinaia di chilometri di distanza. E' da qui che vengono attivate le porte elettroniche e le reti metalliche per chiudere le celle singole, gruppi di celle, o addirittura interi blocchi. Dal sistema di controllo centrale si può anche controllare cosa si guarda nelle tv del centro (magari i burocrati dell'immigrazione costringeranno gli immigrati a guardare il «Grande Fratello» ventiquattro ore al giorno).
Il progetto mostra anche come il centro sia un mondo autosufficiente, rinchiuso dentro al filo spinato, con tutti i servizi a disposizione, cosicché un immigrato non avrà mai la scusa per chiedere di potersene andare.
C'è una scuola, un centro per la cura dei minori, una nursery e uno spazio dedicato ai giochi dei bambini. C'è anche un ospedale attrezzato, completo di sala operatoria, di modo che un immigrato possa rimanere incarcerato anche in caso di emergenze sanitarie. Ci sono inoltre celle per l'isolamento che sono già state utilizzate dal Dipartimento per l'immigrazione su detenuti con problemi psichici, esacerbando i loro disturbi mentali. E poi ci sono delle speciali stanze per le interviste, con vetro rinforzato a separare i detenuti dallo staff. Altre caratteristiche del centro sono state progettate per impedire le proteste degli immigrati che in questi anni sono scoppiate in altri centri di detenzione australiani.
Aspettando i «terroristi»
Per impedire che gli immigrati inscenino proteste sui tetti, dove sono visibili all'esterno, gli edifici del centro hanno tetti costruiti in modo tale che sia impossibile scalarli. Infine, le barriere perimetrali del centro sono molto distanti dalle strutture in cui risiedono i detenuti. Questo significa che se qualche attivista per i diritti degli immigrati dovesse riuscire ad arrivare a Christmas Island (o dalla comunità locale) e andasse al centro, avrebbe scarse possibilità di stabilire un contatto con i detenuti. Le barriere sono state anche elettrificate e munite di telecamere, luci e sensori capaci di intercettare gli spostamenti.
Tecnologie di controllo così avanzate hanno suscitato interrogativi, molte persone pensano che un complesso così nuovo non possa essere stato pensato soltanto per in carcere più immigrati irregolari. Anche perché il numero di arrivi di migranti illegali in Australia è calato significativamente dal 2001 ed è difficile che saranno mai tanti da poter riempire quel centro. Una ipotesi è che il centro sarà una struttura a «uso misto» dove, insieme agli immigrati detenuti, presunti terroristi e nemici combattenti dalla «guerra al terrore» statunitense saranno spediti qui per essere imprigionati, soprattutto se le pressioni politiche imporranno al governo degli Stati uniti di chiudere Guantanamo Bay. Questo genere di supposizioni è stata rafforzata dall'arrivo sull'isola di alcuni funzionari dal Dipartimento di Sicurezza americano dal 4 al 9 novembre dello scorso anno. Sono arrivati con voli charter da Singapore e si sono fermati per un tempo piuttosto lungo sull'isola. Il governo australiano non ha mai rivelato il motivo di quella visita, ma non ci sono molti dubbi sul fatto che servisse a ispezionare il centro e le sue nuove tecnologie.
La visita dei funzionari statunitensi si è svolta in un contesto di sempre più forte collaborazione tra Usa e Australia sia sul fronte dei prigionieri militari rinchiusi a Guantanamo Bay (l'ultimo australiano detenuto lì dentro, David Hicks, è stato rilasciato dal governo degli Stati uniti all'inizio di quest'anno) sia sul fronte dei migranti illegali detenuti a Guantanamo. Lo scorso aprile Usa e Australia hanno firmato una accordo per scambiarsi ogni anno fino a 200 rifugiati che vanno insediati in nuovi territori (il così detto «resettlement»). I rifugiati statunitensi saranno quegli immigrati haitiani o cubani intercettati dagli Stati uniti mentre cercano di raggiungere gli Usa e detenuti temporaneamente nella base navale di Guantanamo Bay. Invece di ospitarli negli Stati uniti, saranno spediti in Australia. I rifugiati australiani potrebbero essere una parte dei detenuti del nuovo centro di Christmas Island.
La protesta locale
I piani del governo australiano, comunque, non filano lisci e persino a Christmas island, con una popolazione di sole 1.200 persone, i movimenti di opposizione stanno crescendo. Anna Samson, un avvocato australiano per i diritti dei rifugiati, ha ricevuto fondi dalle associazioni Oxfam Australia e Oxfam Olanda per raggiungere Christmas Island e ispezionare il centro. Ha raccontato della crescita della sezione di Christmas Island dell'organizzazione australiana di sostegno «Rural australians for refugees» che contesta il trattamento ruvido del governo nei confronti dei richiedenti asilo nonché la costruzione del nuovo centro.
Pochi abitanti dell'isola sono stati coinvolti nella costruzione, la manodopera è stata presa dal continente (con molti rifornimenti provenienti dall'Indonesia, un modo per placare il potente vicino di casa dell'Australia). In molti si oppongono all'idea che la loro isola diventi una prigione per rifugiati, e in particolare si oppongono a quella detenzione indefinita di richiedenti asilo che ormai è diventata una norma in Australia, con detenuti che vengono trattenuti per anni senza che i loro casi trovino una soluzione. Dato l'isolamento dell'isola dal resto dell'Australia, saranno i movimenti politici locali a giocare un ruolo importante nel contrastare la carcerazione dei migranti in questa nuova prigione.
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