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Stipati e alla deriva sui barconi della morte, meltingpot.org, 18/01/08

Stipati e alla deriva sui barconi della morte

Sono 2.487 gli immigrati morti nel Canale di Sicilia dal ’94 ad oggi percorrendo le rotte che vanno dalla Libia e dalla Tunisia alle isole di Malta, Pantelleria e Lampedusa, quindi alla costa sud della Sicilia. Ma anche dall’Egitto e dalla Turchia alla Calabria. Oltre la metà risulta dispersa, mentre almeno 64 sembrano essere annegati navigando dall’Algeria alla Sardegna. Nel corso del 2007, poi, nonostante un sensibile calo degli sbarchi, i morti sono raddoppiati. Questo forse anche perché, per evitare i pattugliamenti, le imbarcazioni si fanno sempre più piccole e percorrono rotte più lunghe che, di conseguenza, sono molto più rischiose. I comandanti non rischiano più né personalmente né mettendo in gioco i loro uomini. Nella maggior parte dei casi, ad un certo punto abbandonano l’imbarcazione, lasciando la guida ad uno degli sfortunati passeggeri che solitamente non ha alcuna esperienza di navigazione. Tutta questione di fortuna, dunque. Se, poi, la barca o il gommone su cui viaggia il disperato carico umano riesce ad incrociare un altro mezzo in mare, può solo pregare che quest’ultimo decida di fermarsi anche solo per capire la loro provenienza. Se subentra la compassione, allora magari i naufraghi potranno essere tratti in salvo e cominciare a sognare una vita migliore di quella sino ad allora condotta.
“Solitamente quando noi avvistiamo queste barche - spiega Piero Billeci, presidente dell’associazione Pescatori di Lampedusa - avvisiamo subito la Capitaneria di Porto e aspettiamo che arrivi una vedetta. E’, però, per noi una gran perdita di tempo e di denaro perché, per esempio, quando qualcuno di noi ha deciso di recuperare un cadavere, ha avuto sempre problemi. E, nel caso in cui incontriamo dei naufraghi, non sempre li carichiamo a bordo perché è capitato anche il caso di qualche caso di abbordaggio in alto mare. E’ giusto salvare loro la pelle ma non rischiando la nostra”. All’associazione di Billeci fanno capo 209 pescatori. “Il primo sbarco lo abbiamo avuto nel ’93 – prosegue il presidente – e non c’era certo l’organizzazione di oggi. Gli immigrati vagavano per l’isola, aprivano le case, rubavano. Ma lo facevano solo per vestirsi e mangiare qualcosa. Quando lo Stato ha preso in mano la situazione è sorto il Cpt, una struttura aperta e disponibile per tutti e non, come si dice, solo per questi cittadini. Certo, la pubblicità negativa all’inizio c’è stata e continua in parte ad esserci, ma quando passa l’estate tutti i malumori si attenuano”.
Nonostante lo neghino, i continui sbarchi di clandestini hanno sempre creato problemi ai pescatori. Qualcuno minimizza, altri denunciano i tentativi di criminalizzazione della marineria locale.
“In mare esistono delle leggi tacite, ma anche una solidarietà che va praticata – aggiunge Attilio Nardo, presidente dell’associazione Pescatori “San Francesco di Paola” di Porto Palo, a cui fanno riferimento 130 tra pescatori e armatori, la quasi totalità della marineria locale siracusana –. Diversamente da altre realtà, da noi durante l’estate ci sono pochi sbarchi e, quindi, non abbiamo grosse ripercussioni sull’economia locale. Magari qualcuno, a forza di sentire questo nome, Porto Paolo, pensa che si tratti di un posto tremendo. La verità è che abbiamo un porto in cui non è possibile nascondere nulla e nessuno. Quando arrivano i clandestini sono costretti a stare necessariamente in banchina, sotto il sole, il vento o la pioggia, in attesa di sapere quale sarà il loro destino. Ricordo lo scorso maggio, ero fuori in barca e via radio abbiamo saputo dell’avvistamento di un barcone che stavano guidando in porto. Abbiamo assistito a scene di disperazione allucinanti: gente che si buttava in mare, che cercava di fuggire. Situazioni che non si vorrebbero mai vivere”. E sulle voci che dicono che, quando un pescatore trova un cadavere lo ributta in mare per non avere problemi? “Da quando, nel ’96, c’è stato un importante naufragio, hanno messo in croce la marineria locale. Bisogna, però, sfatare il tutto. Il Mauro ha trovato un cadavere impigliato nelle reti e, invece, di restituirlo al mare, lo ha portato in banchina. La con- seguenza? Gli hanno fermato la barca e solo dopo 20 giorni è potuto tornare a lavorare. Nessuno, però, nel frattempo, lo ha risarcito del denaro perduto. Il Cico, per esempio, tempo fa trovò a 40 miglia un barcone che andava alla deriva. Avvertì la Capitaneria di Porto che gli disse di rimorchiarlo e andare verso Malta, ma dovette puntare verso Pozzallo, sempre dietro autorizzazione della capitaneria, perché i naufraghi si ammutinarono. Una volta arrivato in porto, fu sequestrato e l’equipaggio considerato alla stregua degli scafisti. Possono, dunque, i pescatori avere mai fiducia nelle autorità?”.
Ormai, comunque, è cronaca quotidiana. Mentre la maglia difensiva dell’Europa diventa sempre più impenetrabile, il mare resta un colabrodo e continua a mietere vittime. Il 2007 si è chiuso con un bilancio negativo per gli immigrati che dal Nord Africa attraversano il Mediterraneo o l’Atlantico sperando di potere accedere al vecchio continente. Secondo Fortress Europe, i morti in mare nel 2007 sono stati 1684 contro i 1625 del 2006. Soprattutto dicembre è stato il mese più sfortunato. Tra migranti e rifugiati si sono avute 243 vittime, 120 delle quali nel mar Egeo, 96 diretti alle Canarie, 17 al largo delle coste Algerine, 10 nell’Oceano Indiano. Meno di 50mila, invece, quelli che nel 2007 sono riusciti ad arrivare in Europa. Questo il dato generale. Se, poi, andiamo a vedere cosa succede nel solo Canale di Sicilia, sempre Fortress Europe fornisce i dati relativi agli immigrati morti e dispersi nel tentativo di entrare nel nostro Paese dal 1994 al 2007. Sensibile la crescita, soprattutto a partire dal 2004 quando i morti sono stati 111, i dispersi 95. Nel 2005 abbiamo una diminuzione di quanti hanno perso la vita nel Canale (78), mentre sale vertiginosamente il numero dei dispersi in mare (359). L’anno successivo non riusciranno mai più coronare il loro sogno di una vita migliore, perché decedute, 96 persone contro le 206 di cui si sono perse tutte le tracce. Il 2007 si chiude con 146 morti e 410 dispersi mentre, alla data dell’11 gennaio 2008, si sa solo di un disperso nell’immenso e non sempre benevolo Canale di Sicilia.
Ad essere stato abbandonato al proprio destino dal comandante di un peschereccio questa volta è stato un giovane somalo. Un gommone, con a bordo 60 disperati, stava effettuando la traversata dal Nord Africa nelle acque a circa 50 miglia a Sud delle isole Pelagie. Incrociando la rotta di un motopeschereccio italiano, l’immigrato si è tuffato ed è riuscito a raggiungerlo. L’equipaggio l’avrebbe, però, respinto e ributtato in mare dopo un’accesa colluttazione, noncurante di vederlo scomparire quasi subito tra i flutti. A denunciare l’accaduto sono stati i compagni della vittima, non appena in salvo al centro di accoglienza di Lampedusa.
Una volta giunto in porto il peschereccio, sono subito iniziate le indagini. Il 46enne Mariano Ruggiero, capitano dell’imbarcazione, è stato rinchiuso nel carcere di Agrigento con l’accusa di omicidio. La vicenda ha suscitato sconcerto tra quegli stessi pescatori che più volte si sono visti fermare le barche per avere prestato soccorso ai tanti clandestini che solcano il Canale di Sicilia.
Nota positiva all’interno di un panorama abbastanza sconfortante? Il comandante di un altro peschereccio pugliese, il Salvatore De Ceglia, è stato premiato lo scorso 20 giugno dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati per avere salvato la vita di decine di migranti naufragati. Questo uno degli ultimi casi di cronaca ma sono continui gli avvistamenti di imbarcazioni, stipate di clandestini, al largo di Sardegna e Sicilia. E nulla sembra, riuscire a fermare questa ondata di arrivi direttamente dal mondo della disperazione.
Cittadini del mondo che chiedono solamente di essere accolti da un paese in grado, almeno quello che credono, di ridare loro la dignità perduta.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno, al 28 agosto del 2007 gli sbarchi in Italia sono stati, comunque, molto minori rispetto all’anno precedente. Nei primi 8 mesi dell’anno da poco trascorso, gli stranieri irregolari giunti nel nostro paese sono stati 12.419 contro i 14.511 del 2006, anno che già aveva visto una leggera flessione rispetto al 2005.
Si ha, poi, un aumento dei clandestini sbarcati in Sardegna (960 nel 2007) rispetto alla rotta principale che dalla Libia porta a Lampedusa. Secondo, poi, un rapporto dell’Unhcr sulle richieste di asilo nei primi sei mesi del 2007, sono 2839 le domande presentate al nostro Paese in modo particolare da cittadini di Serbia Montenegro, Nigeria, Afghanistan, Costa D’Avorio e Turchia.
Quelle dei cittadini iracheni sono 109.
”La cosa che dobbiamo ricordare sempre a tutti - dice Germana Graceffo, della Rete Antirazzista Siciliana – è che purtroppo i richiedenti asilo, oltre alla possibilità di attraversare il deserto, hanno solo questo modo di arrivare in Europa. La tragedia del mare è per loro solo l’ultimo scalino, prima di potere arrivare in Europa, ma quello che c’è dietro è un’odissea che dura anni.
A fine ottobre siamo andati a Strasburgo in occasione della discussione in seduta plenaria del Parlamento europeo sulle misure di sicurezza di contrasto all’immigrazione clandestina.
Abbiamo fatto un’audizione e una conferenza stampa con alcuni componenti il Parlamento europeo e abbiamo verificato che la situazione è ormai grave dappertutto. Eppure, invece, di trovare le soluzioni, si cerca di dare conto alle vene xenofobe razziste che non sono mai sparite. Dall’estero ci guardano tutti vergognati e sconvolti rispetto al nostro immobilismo. Non si é capito che stiamo combattendo una battaglia di civiltà e chi non muoverà oggi un dito per fare qualcosa, ne risponderà anche tra 40 anni sui libri di storia.
Non si può essere connivente con un sistema che uccide ogni anno centinaia di persone.
E’ ovvio che questi sono morti di serie B. Perché la vita di un tunisino, di un egiziano, di un ghanese per qualcuno vale un terzo della vita degli altri.
Ma è una situazione che prima o poi esploderà”.

Isaac Ababio Kwaku viene dal Ghana. E’ nato ad Accra 35 anni fa e aveva 7 fratelli, 3 dei quali rimasti uccisi insieme al padre durante le lotte tribali tra clan avversi. Essendo la sua famiglia di fede cristiano-ortodossa, i conflitti per lui non sono stati mai solo etnici, ma anche religiosi, tradotti in sistematiche operazioni di pulizia etnica, un bel giorno sfociate nell’incendio della propria abitazione in cui morirono, appunto, i suoi familiari. Allora aveva circa 16 anni. Seppure con enormi difficoltà, riesce a conseguire quella che per noi è la terza media e, dopo un po’ di tempo, comincia a fare il tassista. Nel 2003 il giovane ghanese viene coinvolto in un incidente automobilistico e la polizia lo arresta. In quella occasione riporta delle ferite abbastanza gravi in varie parti del corpo. Subisce anche delle violenze, viene maltrattato dalla polizia, quasi incolpato di avere causato l’incidente.
Resta in prigione un solo giorno e poi trasferito agli arresti in ospedale. Una volta uscito decide, però, di andare via, anche perché le sue condizioni fisiche cominciano ad aggravarsi. Gli stessi medici gli dicono che ha una grave cardiopatia che deve essere curata subito, altrimenti morirà. Quindi parte e arriva in Niger dove riesce a racimolare 150 euro, cifra necessaria per raggiungere un’altra tappa. Riesce ad arrivare in Libia, pagando 1200 euro per un posto sul barcone che lo dovrà portare in Italia. Quando Isaac giunge a Lampedusa, nell’agosto 2007, viene immediatamente trasportato con l’elicottero di Emergency al Policlinico e operato d’urgenza a torace aperto per un aneurisma all’aorta. Un intervento che gli salva la vita. Ora gli operatori del centro di accoglienza “Concezione”, di cui è ospite, lo seguono con una terapia farmacologica anche abbastanza pesante per evitare che possano intervenire problematiche connesse alla cardiopatia. Ben presto dovrebbe anche ottenere lo status di rifugiato politico o la protezione umanitaria per gravi motivi medici. Anche se con estrema difficoltà ed una serie infinita di limitazioni, una volta accolta la sua domanda di asilo, potrà lavorare e frequentare assiduamente i corsi di formazione.

Zaccaria viene, invece, dal Darfur. E’ arrivato a Lampedusa dopo circa 20 giorni di viaggio, fatto in parte via terra attraverso l’Egitto, in parte via mare. “Sono scappato per problemi politici. In Sudan non si può fare attività politica mentre io in un certo senso la facevo, ma non come dicevano loro”. Nella sua città Zaccaria aveva una piccola scuola per i bambini disagiati e anziani. Insegnava loro a leggere e scrivere. Proveniva da un buon ceto sociale e culturale e cercava di dare una mano ai più bisognosi. “Un giorno arrivò la polizia e mi accusò di fare politica mentre insegnavo”. E così lo arrestarono, tenendolo in prigione per una decina di giorni. “Una volta uscito decisi di scappare, lasciando purtroppo da sola la mia famiglia. Non avevo, però, alternative. Come me molta altra gente del mio villaggio è andata via. Prima ho raggiunto l’Egitto con le carovane, a dorso di dromedario. Circa 12 giorni, a camminare ininterrottamente. Arrivato a destinazione ho incontrato un mio compaesano che poteva aiutarmi, ma voleva 3500 dollari. Quando mi arrestarono la mia famiglia decise di vendere tutto per darmi una mano. Avevo, quindi, un po’ di soldi messi da parte. Gliene diedi 3000 e mi ritrovai in un barcone mal odorante, pieno zeppo di roba di ogni genere, con altre 20 persone di differente nazionalità. Cominciammo a navigare, chiusi dentro la stiva. Dopo 4 giorni ci dissero che eravamo in Turchia e che dovevamo cambiare barca. Ci fecero salire su un gommone, ci diedero una bussola e ci abbandonarono a noi stessi”. Il motore, però, improvvisamente si rompe e solo dopo tre giorni, sicuri ormai che sarebbero morti, i naufraghi vedono in lontananza una piccola barca tunisina.
“Ci chiesero da dove venivamo e dove stavamo andando. Dissi loro: ‘in un paese dove c’è democrazia’”. Era una nave militare, si fermò a 500 metri e i naufraghi furono tratti in salvo. Zaccaria riesce, così, ad arrivare a Lampedusa dove rimarrà per 12 giorni. “Ci hanno accudito, nutrito e poi portato alla Questura di Agrigento dove credevo si occupassero di noi. Invece, dopo un’ora e mezzo, siamo usciti con il decreto di espulsione. Entro 15 giorni dovevamo lasciare l’Italia. Quindi, ciao. E’ la prima parola che ho imparato qui da voi. Di quel giorno mi ricordo solamente il freddo e la fame. Nessuno ci diceva niente. Ci sembrava di impazzire. Chiamai un amico che stava in Italia e che mi indicò Santa Chiara, a Palermo. Grazie a don Meli ho veramente ricominciato a vivere. Se oggi posso essere così positivo è solo grazie all’accoglienza ricevuta in questa città da quanti credono che sia possibile convivere e condividere mondi e culture diverse”.

di Gilda Sciortino

Tratto dalla rivista asud’Europa
n. 2, gennaio 2008, Il mercato degli schiavi passa dal canale della morte

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