Free cookie consent management tool by TermsFeed Policy Generator Un presidio per il permesso di soggiorno, carta.org, 18/01/08

Un presidio per il permesso di soggiorno, carta.org, 18/01/08

Un presidio per il permesso di soggiorno

Kalu ha 34 anni, vive in Italia da 3 anni. Lavora per 500 euro al mese come venditore ambulante, ma è senza permesso di soggiorno e quando c’è la polizia deve scappare via con tutta la sua roba per non farsi arrestare. Vende collanine e orecchini di bigiotteria in una di quelle bancarelle improvvisate per le strade. Se gli va bene gli sequestrano la mercanzia e lo mandano a casa, ma la giornata di lavoro è finita, niente soldi per mangiare, niente soldi da mandare a casa per aiutare la famiglia. Divide una stanzetta con tre concittadini nel quartiere romano di Centocelle, in quattro pagano al padrone di casa 600 euro al mese, se non pagano li buttano fuori. Eppure ogni giorno Kalu ringrazia Dio [Allah] per quello che ha.
Non è sposato e in Bangladesh è un disonore non esserlo alla sua età. «Da me – dice – la religione ha molta importanza nella vite delle persone, perciò se tornassi in Bangladesh nella mia comunità tutti si vergognerebbero di me.» Da una settimana Kalu partecipa al presidio allestito in Piazza San Giovanni, e cerca di ammazzare il tempo e il freddo bevendo caffè.
Il passaggio del ciclone Sidr che ha colpito il Bangladesh a novembre del 2007 ha causato circa 30 mila morti, ucciso 4 milioni e mezzo di animali; provocato 8 milioni di senza tetto, senza cibo e generi di prima necessità, impossibile una stima dei dispersi. Ma l’emergenza colpisce anche il sistema politico del paese che da moti mesi è nelle mani dei militari: hanno arrestato molti uomini politici dei partiti avversari, accademici e giornalisti che manifestavano contro la repressione, per la libertà di parola. Da un anno e mezzo non esiste alcun governo eletto democraticamente, è vietata in qualsiasi attività politica indipendente, viene violata la libertà di associazione. Oggi, dopo il ciclone, mancano riso e grano, circa il 30 percento delle coltivazioni è andato perduto, gli aiuti umanitari inviati dalle nazioni ricche, compresa l’Italia, hanno solo tamponato la crisi.
Il 4 Dicembre la comunità bengalese in Italia ha manifestato per la prima volta davanti al senato. Cinquecento persone hanno chiesto, anche a nome dei 20 mila bengalesi che vivono in Italia, aiuto umanitario immediato. Una settimana dopo in Piazza Esquilino, nel cuore del quartiere interetnico di Roma, è stato allestito il primo presidio permanente a cui è seguito un incontro tra la sottosegretario all’interno Marcella Lucidi, quella della solidarietà sociale Cristina De Luca e i rappresentanti della comunità bengalese. Il 9 gennaio scorso, sempre a Roma, a chiedere al governo italiano il riconoscimento del loro status sociale attraverso un permesso di soggiorno umanitario è stato un corteo di 7 mila bengalesi. Il ministero ha risposto con una circolare che ha sospeso le espulsioni fino a che non sarà arginata in Bangladesh l’emergenza post ciclone. Una cittadinanza a metà che non migliora affatto la situazione. Il problema di non riuscire a trovare onestamente un lavoro resta, l’alternativa è come sempre il lavoro nero. Le promesse del prefetto Carlo Mosca e del vice prefetto restano per ora solo sulla carta. Parole di solidarietà ai migranti bengalesi sono arrivate invece da Gianluca Peciola, assessore dell’undicesimo municipio romano che dice: «Si tratta di una rivendicazione corretta ma difficile, è necessario andare avanti con la protesta» e da Stefano Galieni, responsabile per l’immigrazione di Rifondazione comunista: « Appoggiamo tutte le realtà migranti e condanniamo gli atteggiamenti delle forze dell’ordine, nel gestire queste situazioni.»
Nonostante il presidio di Piazza San Giovanni si svolga in maniera pacifica, senza disturbare gli abitanti della zona, non sono mancati atteggiamenti razzisti. Alcuni vigili urbani non si sono accontentati di minacciare lo sgombero immediato del presidio, hanno dovuto anche insultare i bengalesi, «Facce nere» come tante altre.

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