Free cookie consent management tool by TermsFeed Policy Generator Lettera aperta dal di dentro - Il caso Battisti

Lettera aperta dal di dentro - Il caso Battisti

Sulla mancata estradizione di Cesare Battisti dal Brasile e sull’intenzione del ministro della giustizia brasiliano di concedergli l’asilo politico il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è dichiarato: “Stupito e rammaricato”. Difende l’Italia dall’accusa implicita nella decisione del Brasile, che i detenuti in Italia vedono violati i propri diritti. (Fonte il Manifesto del 18 gennaio 2009).
La decisione del governo brasiliano dimostra, invece, che le massime cariche dello Stato o non conoscono la realtà italiana o che la retorica dei loro discorsi ufficiali non basta a nascondere la realtà, peraltro ben nota, ormai, al di fuori dei confini nazionali.
Infatti, anche un giudice americano nel 2007 ha negato l’espulsione di un italiano accusato di mafia, avvalendosi della testimonianza di un agente F.B.I., il quale a proposito del 41 bis in Italia ha riferito al giudice: “Lo useranno per ottenere informazioni”.
Il giudice ha motivato la negazione dell’estradizione: “C’è il rischio che venga sottoposto al regime di carcere duro, previsto dall’art. 41 bis del codice italiano, un trattamento che equivale alla tortura”. Il premio Nobel Bassiouni ha condiviso la sentenza, per le pressioni psicologiche attuate nel regime del 41 bis italiano. (Corsera 16/10/07).
Ricordiamo al presidente Giorgio Napolitano che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per il regime di tortura del 41 bis.
Non a caso il presidente dell’Alta Corte Americana, mister Scalia – di origine italiana – alla domanda come giudica la giustizia italiana, qualche anno fa, rispondeva: “Da tutti i giudici mi farei giudicare, ma non da quelli italiani”, dimostra di saperne di più dei nostri governanti.
Ricordiamo al nostro presidente che la retorica dei discorsi ufficiali non cancella il fatto che l’Italia, unico paese al mondo, ha una pena ostativa come l’ergastolo che a tutti gli effetti si estingue solo con la morte.
Non cancella il fatto che quello che sta avvenendo attualmente nelle carceri italiane non è aderente ai principi costituzionali su cui è stato fondato questo Stato.
In Italia in otto anni sono morti all’interno delle carceri duemiladuecento detenuti, un terzo dei quali per suicidio.
Quello che si consuma all’interno delle carceri italiane, non è lontanamente paragonabile al passato della storia penitenziaria italiana, né della storia irachena, né a quella statunitense dove è pur in vigore la pena di morte.
In Cina, in Iran, in Iraq, ammazzano in un colpo solo, in Italia gli ergastolani che non possono ottenere i benefici penitenziari vengono psicologicamente uccisi ogni giorno e ogni giorno sempre di più.
Ricordiamo al nostro presidente che Pianosa non è stata diversa da Abbu Graib e Guantanamo, solo perché si sono insabbiate le inchieste o perché è stato occultato alla gente cosa è avvenuto in quei luoghi.
La retorica dei discorsi ufficiali o le amnesie non cancellano il fatto che oggi nelle sezioni del 41 bis vegetano da decenni esseri umani che hanno figli anche ventenni che non hanno mai avuto la possibilità di conoscere o semplicemente abbracciare, mentre persino il regime fascista raccomandava gli operatori penitenziari: “Le relazioni tra le famiglie e i detenuti si mantengano affettuose, esortando le famiglie a dare ai detenuti frequenti notizie e buoni consigli”.
Non cancellano il fatto che in Italia vi sono detenuti entrati in carcere diciottenni/ventenni che dopo 20/30 e più anni di detenzione, ormai cambiati, non hanno possibilità di rifarsi una vita, solo perché rientrano nel comma 1 dell’art. 4 bis, per effetto del quale gli ergastolani italiani con l’ergastolo ostativo non possono coltivare alcuna speranza di reinserimento nella società.
Non possono e non devono essere reinseriti, non per provare, personali e contingenti esigenze di sicurezza, ma per il reato per il quale sono stati condannati.
Condannati molte volte solo perché accusati di quel reato e non per le specifiche, personali e provate colpe.
Come gli ebrei nella Germania nazista, attraverso il reato d’autore gli ergastolani non devono essere restituiti alla vita, perché, nel paese patria del diritto romano occidentale, ormai è regola che dal momento dell’arresto, il titolo del reato fa perdere all’individuo ogni diritto e ogni uguaglianza di giustizia nel processo prima e durante l’espiazione della pena.

Carmelo Musumeci
Sebastiano Milazzo
Giovanni Spada
Ivano Rapisarda
Ergastolani in lotta per la vita di Spoleto – gennaio 2009

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