Free cookie consent management tool by TermsFeed Policy Generator Migranti in Italia, quale futuro, di G.Santoro, GIUGNO'06

Migranti in Italia, quale futuro, di G.Santoro, GIUGNO'06

Migranti in Italia, quale futuro
Il dibattito sulla regolarizzazione, il programma dell’unione e la questione CPT: immediata chiusura o superamento?
Finalmente! Una ventata di speranze giunge dal nuovo ministro della solidarietà sociale Ferrero che prospetta la regolarizzazione dei migranti in fila alle poste nel marzo scorso ed una nuova politica dell’immigrazione attenta al sociale e all’inclusione, che riduca ad extrema ratio l’intervento repressivo dello stato nei confronti dei migranti favorendo politiche di ingresso e permanenza regolare. Una politica che, a detta del neoministro, permetterà di ‘superare i CPT’ e che viene lanciata in occasione della visita al cpa di Lampedusa, dove si assiste all’ennesima farsa di una ‘emergenza clandestini’: come se non si sapesse che col bel tempo di primavera, gli sbarchi – con il loro carico di sofferenze e di morte – diventano numerosi; come se si dimenticassero gli eventi tragici della scorsa primavera fatti di sbarchi e di respingimenti senza pause, senza diritti e senza umanità. Eppure ecco le destre aizzare le masse, accusando il neoministro di ‘favorire’ tali eventi e, sul versante del centro sinistra, il ministro dell’interno che cerca di frenare, di abbassare il tiro dichiarandosi favorevole ad una estensione delle quote ma, al contempo, contrario ad una abrogazione tout court della Bossi-Fini.
Insomma, nulla di nuovo. Ma con l’importante novità di dichiarazioni programmatiche forti,  che sin dall’apertura della nuova legislatura rilanciano con vigore la questione migranti in una chiave opposta a quella cui abbiamo assistito attoniti negli ultimi 5 anni.
Una politica che ha investito l’80% delle risorse destinate al fenomeno migratorio  alla sicurezza e alla criminalizzazione del migrante, come rilevato criticamente dalla stessa Corte dei Conti nei suoi ultimi bilanci. Eppure nel Consiglio europeo di Tampere dell’ottobre 1999 è stata solennemente affermata la necessità e la volontà di adottare una politica comune dell’immigrazione e dell’asilo  separata dalle questioni di sicurezza e giustizia penale.
In altre parole si è ben capito che la questione migranti non può essere risolta sul piano penale e deve essere ricondotta e gestita sul piano sociale, motivo per cui le preoccupazioni mosse dalla destra di un possibile ‘allontanamento dell’Italia dall’Unione Europa per le dichiarazioni di Ferrero’, lasciano il tempo che trovano, rappresentano la solita demagogia della quale la nostra politica non sembra riuscirne a farne a meno.
Eppure qualcosa di importante, in occasione della redazione del programma dell’unione, è avvenuta, e le dichiarazioni del neoministro Ferrero devono lasciarci intendere che vi sono chiari segnali perché tale chance non venga gettata alle ortiche.
Il coinvolgimento diretto dei migranti e delle associazioni del settore ha permesso la stesura di un documento programmatico inedito, completo e ben articolato. Ora tocca alla società civile diffondere i contenuti del programma, per creare una nuova cultura della cittadinanza c.d. di residenza nella società italiana, nel sapere e nel dire comune, che resta ancorato alla stigmatizzazione del migrante come pericolo per la sicurezza pubblica. Solo una evoluzione della cultura diffusa potrà, per così dire, obbligare i nostri rappresentati a rispettare gli impegni assunti. La famigerata vittoria risicata e la conseguente difficoltà strutturale di realizzare vere e proprie riforme legislative, così come le incertezze che ancora perdurano all’interno dell’attuale maggioranza in ordine ad aspetti di primaria importanza - come è nel caso dei CPT, dove non è ancora chiaro se li si vuole superare o chiudere senza se e senza ma, devono vederci impegnati in prima linea perché gli aspetti salienti del programma vengano effettivamente condivisi ed attuati. 
In altre parole credo che nel dibattito culturale e politico del paese bisognerebbe partire dai punti maggiormente condivisi evitando, almeno in una prima fase, scontri diretti sulle questioni controverse che condurrebbero inevitabilmente all’empasse delle attività istituzionali, con lo scontro tra area moderata e area radicale dell’unione che l’opposizione già attualmente cavalca come un cavallo di Troia. 
Allora, entrando finalmente nel merito del programma, ecco che le prime riforme da fare – accanto all’ampliamento del precedente decreto flussi - dovranno evidentemente riguardare l’abrogazione del contratto di soggiorno e delle altre aberrazioni introdotte dal precedente governo e l’attuazione di una nuova politica degli ingressi e del soggiorno che parta dal corollario secondo il quale “gli stranieri non sono ospiti in prova perenne”, non sono merce di scambio ma titolari di diritti e doveri alla pari del cittadino autoctono.
Bisognerebbe dunque favorire le vie legali all’immigrazione, creando una convenienza all’ingresso regolare, eliminando la finzione dell’incontro a distanza tra domanda e offerta di lavoro e adeguando le politiche degli ingressi alla necessità concreta ed attuale dell’offerta di lavoro. Come viene affermato chiaramente nel programma,  la programmazione dei flussi d’ingresso per lavoro a vocazione stabile deve essere flessibile. Tale flessibilità può essere aumentata tramite: lo scorporo dalla programmazione triennale di alcune categorie di lavoratori: collaboratori domestici e di cura, per i quali si può ipotizzare un canale continuativo d’ingresso su domanda; una politica attiva di attrazione di studenti immigrati e professionalità specifiche di alta qualificazione, grazie a pacchetti di sostegno che non si limitino alla concessione del permesso di soggiorno. Per rendere poi meno precaria la presenza e la legalità del soggiorno dei migranti, ovvero per superare la situazione attuale per cui, per il singolo soggetto straniero, è facilissimo passare da una posizione regolare a una irregolare, mentre è praticamente impossibile il percorso inverso, il programma propone una semplificazione dei  meccanismi d’ingresso e stabilizzazione del migrante tramite:
l’introduzione del permesso annuale per ricerca di lavoro, da rilasciare in seguito a prestazione di precise garanzie economiche;
la reintroduzione della figura dello sponsor, privato, imprenditoriale o istituzionale; l’istituzione di un meccanismo di regolarizzazione permanente ad personam per lo straniero in possesso di determinati requisiti;
la previsione di norme che regolino la possibilità di convertire permessi brevi in permessi di lavoro;
l’introduzione di permessi di soggiorno di durata più ragionevole e crescente ad ogni rinnovo.
Sempre nella prospettiva di una sorta di “umanizzazione” della normativa relativa allo straniero si propone il passaggio dalle questure (e dalle poste) agli enti locali delle competenze amministrative successive al primo ingresso e l’introduzione di garanzie sui tempi entro i quali devono essere concluse le pratiche, per evitare che le lungaggini procedurali possano creare danni e lesione dei diritti degli interessati. Per altro verso vengono in rilievo le politiche dell’integrazione e del welfare, dal potenziamento degli sportelli di orientamento e consulenza legale alle politiche abitative e di contrasto al mercato nero degli affitti, di assistenza socio-sanitaria e di incentivo all’occupazione.
Si passa poi al tema dei diritti civili e politici, con la proposta di introdurre finalmente una regolamentazione organica e garantista del diritto di asilo, il riconoscimento del diritto di
voto alle elezioni amministrative, la modifica delle regole in tema di acquisizione della cittadinanza, una semplificazione della procedura per l’acquisizione della carta di soggiorno.
Tutte le riforme menzionate inequivocabilmente contribuiscono ad implementare il passaggio da una politica e da una cultura dell’esclusione ad una politica e ad una cultura dell’inclusione e dell’integrazione del migrante nel tessuto sociale italiano. Tali riforme avrebbero poi delle ripercussioni positive anche nel campo della sicurezza e nel sistema delle espulsioni. In primo luogo perché lo status di irregolare diventerebbe l’eccezione e non la regola motivo per cui il fenomeno dell’irregolarità sarebbe ricondotto a dimensioni, per così dire, fisiologiche quindi gestibili in maniera maggiormente adeguata, ovvero rispettosa dei diritti fondamentali. In secondo luogo perché i diversi interventi sul piano del riconoscimento dei diritti civili e sociali inevitabilmente porterebbero da un lato ad incentivare la convenienza ad un inserimento sociale, culturale e lavorativo, e, per altro verso rappresenterebbero un deterrente all’attrazione del migrante nei percorsi della  devianza.
Per questo ordine di ragioni dare priorità a tali battaglie non vuol dire accantonare l’idea di chiudere i lager del terzo millennio; vuol dire invece riportare la questione dei migranti dal penale al sociale, delegando ad extrema ratio l’intervento coattivo dello stato.
Ciò non toglie che parallelamente alle riforme in tema di diritti civili, politici e sociali bisogna intervenire immediatamente anche sul regime delle espulsioni e dei trattenimenti nei CPT. Ma, in un primo momento, tale intervento non può andare oltre la riforma perché è irrealistico pensare che i CPT possano essere chiusi dall’oggi al domani: le destre aizzerebbero le masse sotto il vessillo della sicurezza e ciò comporterebbe un effetto domino anche nelle forze moderate dell’unione che condurrebbe ad un empasse istituzionale anche sul piano delle riforme maggiormente condivise prima analizzate.
Le misure individuate nel programma, con l’accordo di tutte le parti, per concretizzare il superamento dei cpt, sono le seguenti:
- graduare le misure di espulsione, modulandole sul grado di integrazione e situazione personale;
- prevedere sanzioni limitate e un meccanismo premiale per l’immigrato irregolare che collabora all’identificazione e al rimpatrio;
- consentire alle autorità di pubblica sicurezza di utilizzare misure di sorveglianza di pubblica sicurezza dove il trattenimento non sia necessario.
Dalla introduzione di tali riforme il programma postula il c.d. superamento dei CPT, senza entrare nel merito della gestione dei centri fin quando tale fase di (presupposta) transizione persista. Abbiamo già evidenziato che le ragioni di tale genericità sono dettate dalla volontà  politica  di evitare lo scontro tra area moderata e area radicale dell’unione; ora si tratta di partire dai principi condivisi in tema di espulsione per porre in essere una regolamentazione organica e garantista anche in tema di sicurezza.
A tale proposito ci viene in aiuto l’unico disegno di legge presentato nella precedente legislatura in questo specifico ambito, promosso dall’Associazione Antigone e firmato dai rappresentanti di tutte le forze dell’unione nel luglio scorso.
Il disegno di legge si prefigge di trasformare i CPT in luoghi con la funzione (umanitaria) di prima accoglienza dei migranti appena giunti in Italia. Nello stesso tempo prospetta l’abrogazione dell’attuale procedura di espulsione/intimazione coatta sostituendola con una nuova procedura interamente giurisdizionalizzata. In altre parole chi oggi è destinatario di un provvedimento di espulsione o allontanamento potrebbe eccepire l’illegittimità dello stesso innanzi al giudice ordinario (e non più il giudice di pace) e non potrà essere espulso fino a quando non intervenga la decisione dell’autorità giudiziaria. L’accoglimento del ricorso potrà avvenire anche nei casi in cui, pur essendo legittimo il provvedimento d’espulsione, l’interessato adduca ragionevoli motivi che giustificano il soggiorno regolare nel nostro paese (c.d. regolarizzazione permanente); nelle ipotesi di rigetto del ricorso, inoltre, il giudice potrà liberamente determinare il periodo di tempo di interdizione al rientro in Italia, venendo meno la regola secondo cui tale divieto operi di regola per un periodo di 10 anni o, eccezionalmente, per almeno 5 anni. A tutela dell’ordine pubblico e della effettività delle espulsioni legittime viene introdotta la misura della sorveglianza speciale – disposta dal questore con decreto motivato e sottoposta alla convalida del giudice entro 48 ore-, ossia, l’obbligo per chi è destinatario di un provvedimento espulsivo di dichiarare un domicilio dove dovrà rendersi reperibile in determinate ore del giorno; in via sussidiaria, ossia, per chi non abbia alcun luogo dove poter eleggere domicilio, quest’ultimo potrà essere eletto presso i CPT. Naturalmente, vi dovrà essere l’impegno della società civile e degli enti locali per creare strutture idonee dove lo straniero senza dimora possa eleggere domicilio senza essere costretto a passare alcune ore della giornata in CPT; ma la preoccupazione che, per dirla spiccia, il trattenimento nei CPT esca dalla porta per entrare dalla finestra viene meno se si considera il vasto intervento (anche) nel campo dell’accoglienza già oggi esistente grazie all’impegno delle associazioni di settore che potrà essere finalmente essere sorretto dallo Stato e dagli enti locali: si consideri l’ingente somma di denaro che la finanza pubblica risparmierà una volta che verrà smantellata la logica custodiale sottesa ai CPT. In ogni caso dovrà essere redatto un regolamento chiaro che disciplini nel dettaglio la trasparenza di tali strutture, eliminando l’attuale discrezionalità assoluta del Ministero dell'interno e dei singoli prefetti in ordine alla possibilità di accesso nei CPT di soggetti qualificati - quali autorità, giudiziarie e non, con funzioni di controllo, operatori, medici e legali delle organizzazioni della società civile che si occupano di immigrazione e diritti umani, di giornalisti e operatori dell’informazione, nonché di rappresentanti delle istituzioni e degli enti locali. Per altro verso il ddl propone di inserire un meccanismo premiale nei confronti dello straniero che si attenga alle prescrizioni impartite nel provvedimento che dispone la sorveglianza speciale, ossia, in caso di rigetto del ricorso e conseguente esecutività del provvedimento espulsivo, non solo non vale la regola del divieto di rientrare in Italia per almeno 5 anni ma anche non viene effettuata la segnalazione al SIS, in tal modo incoraggiando il rispetto delle prescrizioni impartite; nei confronti di chi si renda irreperibile può invece scattare l’arresto fino ad un mese, così come, nei confronti di chi rientri in Italia contravvenendo l’interdizione al rientro per un determinato periodo di tempo l’espulsione è immediatamente esecutiva. 
Credo che la trasformazione dei CPT in luoghi con la funzione (umanitaria) di prima accoglienza e, in via residuale, come luoghi dove eleggere domicilio allorquando si è sottoposti alla misura della sorveglianza speciale, con tutte le garanzie ed il sistema premiale più su delineato, rappresentino in primo luogo un modo per rescindere il tabù che persiste (nel senso comune e) anche nell’area moderata dell’unione secondo il quale i CPT sono un “male necessario” e l’alternativa sola è rappresentata da una proliferazione degli stessi in ogni regione italiana per evitare il sovraffollamento e l’inumanità di tali luoghi.
Sommessamente ritengo che seguire la strada delineata in questo intervento, della riforma organica della materia, con ‘rivoluzioni’ sul piano del riconoscimento dei diritti dei regolari e ‘riforme’ sul piano della sicurezza, può costituire un modo valido e concreto per aggirare gli attuali ostacoli di ordine culturale e politico che impediscono l’immediata chiusura dei CPT. Ma la trasformazione radicale e, per così dire, genetica dei CPT, accompagnata dalle garanzie della trasparenza e della partecipazione della società civile nella gestione degli stessi, nonché dalle ‘rivoluzioni’ sul piano del riconoscimento dei diritti dei regolari, può portarci a diffondere una nuova cultura di cittadinanza e di società che, a medio termine, ci porti a dire anche sul piano normativo mai più CPT
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