Free cookie consent management tool by TermsFeed Policy Generator Stefano Cucchi e gli altri

Stefano Cucchi e gli altri

Improvvisamente l’opinione pubblica ha scoperto il volto violento dell’amministrazione della giustizia. Le responsabilità penali, sia chiaro, sono e restano personali, anche quando chi dovesse averle commesse veste – vestiva addirittura in quegli indicibili momenti – una divisa rappresentativa dello Stato e delle sue istituzioni. Si farebbe un torto alla memoria di Stefano Cucchi e dei suoi compagni di sventura, se si recitasse la litanìa del “così fan tutti”: tutti colpevoli nessun colpevole. Di ciò che loro hanno subito devono rispondere coloro che ne hanno diretta causato la morte. Ma bisogna sfuggire anche alla opposta tentazione di isolare una per una quelle morti per celebrare il rito espiatorio della individuazione delle “mele marce” che fanno salvo il mondo che gira intono a loro. Conviene allora prendere sul serio quella percezione diffusa che la tragica vicenda di Stefano Cucchi (e di Geppo Saladino, Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, …) ha suscitato e non nascondersi ciò che chiunque abbia frequentato un carcere sa bene, e cioè che la privazione della libertà personale può essere un castigo meritato, ma è sempre una forma di violenza, che affida quotidianamente il corpo e la vita di migliaia di persone – per di più etichettate come devianti o criminali - alla cura di altre persone, alla loro professionalità come ai loro pregiudizi e ai loro umori.
Per questo il carcere andrebbe preso con le pinza: per contenere la sua necessità nelle possibilità che esso sia rispettoso della dignità umana, anche dell’autore del più spregevole dei delitti. In fondo è questo, e solo questo, che giustifica il terribile potere di punire: la distanza che esso riesce a darsi dalla violenza cieca della vendetta.
Il sentiero lungo cui cammina il potere punitivo dello Stato è un crinale scivoloso, lungo cui il rischio di cadere in pratiche illegittime di vessazione di quei corpi e di quelle vite a esso affidate è sempre presente, ed è bene tenerlo sempre presente.
La magistratura dirà quello che riuscirà ad accertare di quella mattina nel tribunale di Roma e di quei giorni all’ospedale Sandro Pertini; a noi tocca chiederci se nella considerazione pubblica del carcere e nelle scelte di politica penale e penitenziaria vi siano gli anticorpi a quell’abuso del potere coercitivo dello Stato che si è visto all’opera nella morte di Stefano Cucchi. E la risposta non può che essere negativa. Il Governo delle destre, ostaggio della politica demagogica e razzista della Lega e dei problemi personali del premier, è solo la punta dell’iceberg di una opinione pubblica molto vasta, che pesa anche a sinistra, e che invoca carcere e pene per qualsiasi forma di irregolarità o di devianza, sperando che ne siano placate la propria ansia e la propria sofferenza sociale. In questo modo, nell’abuso che si fa del carcere (per i tossici, per gli immigrati, per i venditori di cd falsi e chissà per altro) matura la sua banalizzazione e si nasconde l’idea che sia poco afflittivo (“non basta”, “deve essere duro”, ecc. ecc.). Insomma: che i detenuti si meritino “ben altro”. Capita così che gli irregolari della galera, quelli che non se ne sono fatta abbastanza o che non ne conoscono a fondo le regole, disturbino il suo tranquillo ménage, e allora sì, che arriva il resto.
Che fare dunque? Confidiamo nell’azione della magistratura, come si dice. Si potrebbe poi finalmente prevedere nel nostro ordinamento quel reato di tortura che una convenzione Onu ci chiede da decenni e che eviterebbe che casi simili a quello di Stefano Cucchi - ma che non ne abbiano analoghi, tragici, esiti - siano rubricati sotto la rubrica minimalista delle “lesioni personali”. Sarebbe forse il momento di istituire quella autorità indipendente di monitoraggio di tutti i luoghi di detenzione che l’associazione Antigone chiede ormai da più di dieci anni e che è ormai diffusa in quasi tutti i Paesi europei. Tutto questo va fatto. Ma se non si torna a prendere sul serio il carcere e il suo potenziale di violenza, se non si torna a riservarlo a quei reati e per quel tempo che è strettamente necessario, non ci si sorprenda degli abusi e delle degenerazioni.
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