Vita nei boschi, sognando Beckham, Il Manifesto, 04/05/07

Reportage Tra gli immigrati nelle foreste di Calais. Dimenticati dalla campagna elettorale
Vita nei boschi, sognando Beckham
A quattro anni dalla chiusura dell'inferno di Sangatte, centinaia di migranti rimangono nei dintorni. Nella speranza di arrivare in Gran Bretagna. Qualcuno ce la fa, qualcuno viene preso, altri muoiono nei tir. Mentre la Francia aspetta l'esito della sfida Royal-Sarkozy
Alberto D'Argenzio
Calais

L'Inghilterra è una grande calamita distante appena 34 chilometri da Calais. «Quando il tempo è bello, ed ultimamente è sempre bello, si vedono le scogliere di Dover. Come fai a dir loro di non provarci, è impossibile», racconta allargando le braccia Sylvie Copyans, una corpulenta volontaria dell'associazione Salam che lavora da cinque anni con i migranti spersi a Calais e dintorni. Loro la chiamano semplicemente mamà, lei li cura come dei figli che cambiano ogni giorno, perché ogni giorno qualcuno rimane e qualcun altro o ce l'ha fatta a vedere il mare dal lato britannico, quello buono, o finisce nelle mani della polizia.
Sono le 10 e mezza di quello che potrebbe essere un qualsiasi giorno dell'anno. Uno qualsiasi se non fosse per i cartelloni elettorali che tappezzano questa cittadina della costa. Una ventina di immigrati stanno già bighellonando tra la Clio bianca di Sylvie e un bungalow grigio, in uno spiazzo del centro di Calais a due passi dalla linea ferroviaria. Qui alle 12.30 c'è la ressa, si serve il pranzo: panini e frutta. Sono un centinaio, soprattutto iraniani, afgani, pakistani, qualche iracheno (nazionalità data in forte crescita), poi più lontani, lungo la massicciata, si siedono i sudanesi, gli eritrei e i somali. Sono praticamente tutti maschi, quasi tutti ragazzi, alcuni sono ragazzini di 13-14 anni. I minori sono in aumento, ma non solo, c'è anche qualche membro delle mafie dei passeurs, i «passatori». C'è anche Farrah, 60 anni ma ne dimostra di più. Viene da Teheran, racconta che lavorava in posta fino a che il governo islamico non lo ha espulso perché si era convertito al cristianesimo. In 16 giorni ha attraversato Turchia, Grecia, Italia e Francia e ora, da tre settimane, attende la notte buona per infilarsi in un camion e raggiungere l'Inghilterra. A Bristol lo aspettano moglie e due figli: non li vede da cinque anni. Per arrivare fin qui ha già speso quasi 10.000 euro: «E' la prima volta che ci provavo, sono inesperto e mi hanno fregato varie volte. Non è facile riconoscere i passatori buoni, bisogna avere contatti validi». Anche senza è arrivato sin qua, gli manca l'ultimo passo. Certo che alla sua età non sarà facile senza l'aiuto delle mafie riuscire a saltare al volo su un camion.
Muradì è assai più agile, ma non sempre basta. Ha 22 anni, viene da Mazar-e-Sharif ed è già stato in Inghilterra dal 2002 per quattro anni, il tempo per le autorità britanniche di valutare la sua domanda di asilo. E di bocciarla. «I talebani mi perseguitavano, avevo delle prove ma non le hanno volute vedere», assicura Muradì. Espulso, viene rinviato in patria il 17 gennaio 2006. Ci sta poco. Contatta una rete di trafficanti e per 5.000 dollari compra un pacchetto-viaggio che comprende il tragitto via terra fino a Istanbul, passando per l'Iran, e quindi l'aereo per la Francia con tanto di passaporto falso turco. Muradì è uno dei tanti che ha qualcosa di rotto, un polso nel suo caso. «Sono scivolato mentre la polizia mi inseguiva. Ero tornato alla jungle per dormire, poi un'ora dopo è arrivata anche la polizia e ne ha presi tre-quattro».
La jungle è la foresta dove vivono gli immigrati, o meglio dove dormono poche ore prima di recarsi, intorno alle due di notte, al porto o alle stazioni di benzina dei dintorni di Calais per provare ad entrare in un camion. Ed è sempre qui che tornano all'alba, se il tentativo è fallito. Ci sono tre jungle nei dintorni di Calais. Due in un boschetto distante un chilometro dal porto, in cui gli immigrati si accampano per nazionalità, in cui le mafie organizzano i loro traffici ed in cui ogni tanto sorge qualche screzio, ed una terza tra gli arbusti ed i rovi bassi che formano la vegetazione nei pressi della spiaggia a poche centinaia di metri dagli imbarchi. Questa è la jungle dei poveri, abitata in gran parte da ragazzini iraniani, afgani e pakistani, che non hanno i soldi per pagare i passatori e a cui non resta che provare ad infilarsi dentro o sotto un camion. Un'operazione assai più pericolosa.
A parte il diverso potere acquisitivo e la vegetazione differente, lo scenario è lo stesso per tutti. Di desolazione. Non ci sono baracche, i migranti dormono poche ore in rifugi di fortuna fatti di teli di plastica, panche e coperte. In mezzo all'immondizia. In inverno fa molto freddo, in questa estate precoce predomina il fetore. E non potrebbe essere diversamente: è questo il terreno preferito dalla polizia per giocare al gatto e al topo con gli immigrati e ad ogni raid il bosco accumula rifiuti. I membri della Crs, le Compagnie repubblicane di sicurezza, arrivano ogni notte, gli immigrati scappano, alcuni si arrampicano sugli alberi, altri si nascondono sotto la vegetazione. Il campo viene distrutto. «Li fermano con forza, ma se sono arrivati fin qui sono tutti abituati alla violenza, non è quella che gli fa paura», racconta Sylvie mostrando i resti dell'ultimo raid notturno, «quello che non sopportano è di essere gassati, non sono delle bestie».
Amid è iraniano, ha 14 anni, sguardo intelligente, pantaloni mimetici e kefiah al collo, poche parole di francese ed inglese e quattro fratelli che vivono a Teheran assieme ad una madre senza lavoro. Il padre è morto combattendo in Afghanistan con l'Alleanza del Nord. Come gran parte dei suoi connazionali ha attraversato la Turchia, poi la Grecia, si è imbarcato di nascosto per l'Italia ed è arrivato qua. In Francia è stato fermato e affidato ad una famiglia, ma per poco. «Il capofamiglia fa il poliziotto e mi trattava come un bambino», racconta Amid, che di bambino ha ormai assai poco. Se n'è andato ed è arrivato alla jungle dei poveri. Alcune settimane fa la polizia lo ha picchiato tanto che per una settimana non ha più parlato. Ma le botte non lo hanno fermato: questa notte proverà ancora a passare in Inghilterra. Vuole andare all'Università.
«È vero che ci sono stati arresti e fermi in cui i Crs hanno abusato della forza ed è vero che usano i gas lacrimogeni», riconosce Bernard Barron, portavoce del comune di Calais, un municipio di circa 100.000 abitanti retto da una coalizione di socialisti e comunisti. «Abbiamo chiesto al prefetto e al ministro di calmarli - continua il portavoce - almeno di non usare i gas e di non effettuare arresti mentre mangiano: sono vittime, non sono banditi. Il problema è che i Crs non dipendono da noi». I Crs sono agli ordini del viceprefetto, che però non parla. «L'immigrazione è una questione di Stato e fino alla fine delle elezioni il viceprefetto non può parlare di alcuna faccenda politica. È il periodo di riserva», taglia corto un inserviente della viceprefettura.
Elezioni o meno, la situazione è intanto diventata esplosiva. Tre domeniche fa i migranti, stanchi dei continui attacchi della polizia, hanno organizzato una marcia silenziosa di protesta che è sfilata dalla jungle al centro di Calais, fin davanti al palazzo del comune. Le cose non sono cambiate molto. «La notte successiva alla manifestazione il portavoce dei migranti, un vecchio ex comandante talebano, è riuscito a scappare in Inghilterra, buon per lui, ma la cosa è quantomeno sospetta», racconta sempre Sylvie.
Alle 18.30 è ancora lei con gli altri volontari a distribuire la cena sotto la lunga tettoia di un capannone del porto. Riso al sugo, pane e poi la ressa per accaparrarsi le bottiglie di acqua, assai utili per la notte. Finita la cena termina anche la tranquillità ed inizia la caccia della polizia. L'area del porto si riempie di furgoni dei Crs, agenti nerboruti rincorrono gli immigrati che camminano lungo l'autostrada per arrivare alla jungle e riposarsi un po' in vista della notte. Corrono e ne fermano qualcuno, con una certa forza e per nulla. Chi viene preso finisce al commissariato, poi viene messo in un centro dove rimane 48 ore, quindi nella maggioranza dei casi viene rilasciato o perché non ha i documenti o perché proviene da paesi con cui non c'è accordo di riammissione. E così riprende la giostra, insensata. «La percentuale di successo è del 100%, tutti passano in Inghilterra, magari ci mettono due mesi, ma ce la fanno», assicura il portavoce del Comune.
A questo gioco partecipano anche i camionisti, loro malgrado. «Ci sono dei colleghi che sono d'accordo con le mafie, ma per quasi tutti è un gran problema», spiega Gianni, fare energico, due baffoni bianchi e da vent'anni sulla rotta che dalla provincia di Vicenza porta fino alla Scozia e viceversa. Sta cenando nella stazione di servizio Ids a pochi passi dalla jungle. «Qui nelle aree di servizio vedi i passatori con i cellulari, sono organizzati, tranciano i teli o il cavo tir, li fanno entrare e poi lo risaldano mentre mangiamo o mentre facciamo benzina. E poi ci sono persone compiacenti al porto - racconta ancora Gianni - li fanno entrare nelle navi e mentre noi siamo in coperta passano sui camion». Oltre ai danni al tir e alle merci ci sono le multe inglesi: 3.000 sterline per immigrato trovato. E, per chi non paga, il processo. Non mancano quindi le tensioni e forse non è un caso che all'Ids vendano delle barre di ferro. «Un collega ne ha picchiati due a sangue - conferma Gianni - gli erano saliti sul camion otto volte in due settimane e non ne poteva più. La polizia lo ha fermato. Un altro si è preso una coltellata». In altri casi il dramma dell'immigrazione ha risvolti comici. «Sei pakistani mi sono saliti su di notte, ma io non andavo in Inghilterra, andavo in Italia», racconta Franco, un camionista di Piacenza. Non sono rari i casi di chi si ritrova al sud della Francia o in Svizzera invece che in Regno unito.
In questo gioco manca solo un attore: la politica. Il Comune invoca uno Stato assente e se la prende con la Gran Bretagna: «Noi paghiamo i poliziotti ed anche i gas lacrimogeni che servono per proteggere le loro frontiere», dice il portavoce. Nicolas Sarkozy, che ha chiuso Sangatte, aveva promesso di tornare ma da allora non si è fatto più vedere (e son passati cinque anni), ma «nemmeno la Royal ha speso una parola su Calais, ci hanno abbandonati», si lamenta Barron. Ci pensa Roohallah a ricordarci che siamo in clima elettorale. Ha 13 anni ed ha speso 6 mesi per arrivare dall'Afghanistan al nord della Francia. Ha una domanda, per nulla ingenua: «Se Sarkozy diventa presidente, ci deporteranno tutti?». Poi prende una bottiglia d'acqua, sgattaiola sotto gli arbusti e si dirige verso il porto con i suoi amici. Conta di arrivare in Inghilterra in tempo per il secondo turno, non si sa mai.
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