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“La rappresentazione della pena" alla triennale di Milano, di P.Gonnella, Aprile, 28/3/06

“La rappresentazione della pena" alla triennale di Milano, di P.Gonnella, Aprile, 28/3/06

Patrizio Gonnella

 Non capita spesso che il carcere sia al centro di un importante evento culturale. Alla Triennale di Milano dal 23 febbraio al 19 marzo si è tenuta una mostra intitolata “La rappresentazione della pena
Carcere invisibile e corpi segregati”. Un allestimento scenico che descrive la vita dentro le celle, mostra i letti a castello, le foto di donne e di calciatori alle pareti, i bagni alla turca, le luci soffuse. Mancano ovviamente i corpi, i volti, gli sguardi. La pena rappresentata può evocare la pena vissuta, ma mai raccontarla fino in fondo. Ad Auschwitz per lungo tempo le comunità ebraiche polacche si sono lamentate della gestione museale del campo di concentramento che non rendeva fino in fondo l’orrore dello sterminio di massa. Eppure è importante che ad  Auschwitz e a Birkenau chiunque possa entrare, guardare i forni crematori, le scarpe dei bambini ammassate l’una sull’altra, leggere le tappe dell’olocausto nazione per nazione, popolo per popolo. E’ vero, mai potrà sino in fondo essere percepita la tragedia. Ci si può commuovere o indignare, sorprendere o intristire, ma è difficile che ci si potrà immedesimare in chi ha trascorso anni della propria esistenza umiliato, ridotto a cosa, disumanizzato in attesa di essere ammazzato in modo brutale. Ugualmente è difficile che una rappresentazione scenica riesca nell’intento di immedesimare perfettamente lo spettatore con il detenuto. Ciò non significa che quella rappresentazione non sia importante, soprattutto se accompagnata da immagini, parole, dibattiti, documenti. Avrà, come la Triennale ha avuto, il merito di sensibilizzare, di coscientizzare, di informare, di creare una cultura diffusa capace di rendere meno minoritario un movimento di opinione attento ai diritti e alle libertà fondamentali. Non potrà, però, produrre l’effetto dell’immedesimazione. La vita del detenuto è scandita da tempi e regole diverse da quelle che valgono per il cittadino libero. Va ridisegnato il confine spaziale dei propri movimenti. Si pensa in modo diverso rispetto a quello che si sarebbe pensato fuori, all’aria aperta. Si costruiscono relazioni che altrimenti non ci si sarebbe mai immaginato di mettere in piedi. Nascono amicizie impossibili, cambiano le abitudini alimentari e sessuali. Ci si assuefa ad odori particolari. Si convive con rumori che rimandano a battiture di sbarre, tintinnare di chiavi e manette, urla di dolore, dialetti e lingue delle più varie. Tutto questo è sì rappresentabile ma mai fino in fondo, mai sino alla autenticità e alla profondità delle sensazioni provate.Il carcere è una invenzione della modernità che si sostituisce alla punizione corporale, alla sofferenza dei supplizi, alla gogna pubblica. Quale potrà essere la pena nell’era della post-modernità non è facile a dirsi. Se la storia segue una linea retta e progressiva allora dobbiamo immaginarci un mondo che si libera prima della necessità e poi del carcere in carne e ossa restituendo alla comunità la gestione del conflitto criminale, della frattura sociale determinata dal reato commesso. Ciò che è delitto oggi non necessariamente lo è domani. Non osiamo immaginare una punizione che non porti con sé un effetto di neutralizzazione sociale. Se invece la storia dovesse seguire una rotta circolare allora possiamo temere di tornare indietro alle pene corporali, alla tortura legalizzata, alla detenzione non comunicata. Quanto visto ad Abu Ghraib e a Guantanamo, la legittimazione della tortura lieve sono i segnali di un ritorno al passato che sembrava oramai lontano o sono scosse di assestamento che non impediscono la ripresa del percorso lineare e di progresso? La Mostra milanese si sviluppava in uno spazio espositivo di 800 metri quadrati ripartendosi in cinque aree: “l’entrata dove la nuda vita diventa vita nuda; 14 celle dove si è cercato di rappresentare  simbolicamente il fiele della pena e il miele della pena come riscatto; il teatro del carcere di Bollate che è così divenuto luogo di rappresentazione e agorà ove si è discusso di carcere; la rappresentazione che il cinema ha dato della pena; l’uscita caratterizzata dai numeri dell’universo carcerario nazionale e internazionale.” Questi i titoli della esposizione che aveva un comitato scientifico di prim’ordine. Milano ha quattro carceri che rappresentano perfettamente l’universo penitenziario. Al  Beccaria sono reclusi i minori. La detenzione per i ragazzi e le ragazze di età inferiore ai diciotto anni dovrebbe essere la extrema ratio. Non lo è per gli stranieri, per le ragazzine rom, per coloro i quali non hanno una rete familiare o sociale di supporto esterno. San Vittore è il carcere nel cuore della città, malmesso, fatiscente, affollato, ma resta forse il carcere meno spersonalizzante. Opera è il carcere della periferia. Bollate quello dell’hinterland. A Monza e Busto Arsizio vanno quelli per cui non c’è posto a San Vittore, Opera e Bollate. Man mano che sono state costruite le nuove galere si sono riempite progressivamente; e come se l’edilizia penitenziaria fosse capace di condizionare i tassi di detenzione e le scelte dei magistrati. “Visto che c’è posto lo mando a svernare in galera.” È questo l’inconfessato e forse inconfessabile pensiero di chi opera nella giustizia. Siamo a pochi giorni dal voto. La giustizia penale – così come la giustizia nel suo complesso – non è stata trattata granché bene dalla destra al governo. Il perenne conflitto di interessi con la giustizia di Berlusconi ha fortemente condizionato le scelte della Casa delle libertà. Autoritarismo, paternalismo, egoismo, interessi personali si sono miscelati pericolosamente. I magistrati sono stati definiti alla stregua di malati psichici. La magistratura nel suo complesso è stata demonizzata. Hanno scioperato tutti, giudici e avvocati. I detenuti hanno raggiunto la quota record di 61 mila unità. Mai dai tempi di Togliatti Guardasigilli si era arrivati a numeri così alti. E le leggi Cirielli sulla recidiva e Fini-Giovanardi sulle droghe non hanno ancora prodotto i loro effetti nefasti. Per chi in questi anni ha seguito le vicende della giustizia è indubbio che non potrà mai andare peggio di così. Da questo però a credere che andrà molto meglio lo scarto è immenso. È necessaria una stagione riformatrice capace di affrancarsi dalle pressioni delle corporazioni e dell’opinione pubblica. L’Italia ha un codice penale del 1930. Va riscritto nella sua parte generale e nella sua parte speciale. Vanno ridotti i reati e rimodulate le pene. La Spagna e il Portogallo hanno abolito l’ergastolo. Noi nel 1998 eravamo lì lì per farlo, poi tutto si è impantanato nelle paure delle forze politiche. Ciò che definiamo criminale e come lo sanzioniamo è il segno più evidente di quale società vogliamo. Una società che ambisca ad essere comunità deve farsi carico di chi viola le regole di convivenza sociale e non può accettare forme di punizioni truci, perché nessuno sarebbe disponibile a sottoscrivere un contratto sociale che metta in discussione la propria vita, la propria integrità personale, la propria dignità. Il codice penale dell’Unione che – speriamo – verrà deve disegnare un’idea di società che affidi a giudici e carcerieri solo i valori costituzionalmente protetti.
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Il carcere visto da dentro

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