Sintesi del V rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia

IN GALERA!

SINTESI DEL V RAPPORTO SULLE CONDIZIONI DI DETENZIONE IN ITALIA

 

Sovraffollamento

I detenuti sono oggi 54.605. I posti letto regolamentari sono 42.890. Vi sono 11.715 persone in più rispetto ai posti letto disponibili. Il 31 dicembre del 2007 i detenuti erano 48.693. In sei mesi sono cresciuti di poco meno di 6 mila unità. Mille detenuti in più al mese. Erano 39.005 il 31 dicembre del 2006. Per tutto il 2007 il tasso di crescita mensile è stato di 807 detenuti. Il 31 dicembre del 2005, ossia sette mesi prima dell’approvazione dell’indulto, la popolazione detenuta ammontava a 59.523 unità. Si consideri che il 31 dicembre del 2001 i reclusi erano 55.275. Il tasso di crescita nel quadriennio del primo governo Berlusconi (2001-2005) è stato quindi di circa mille unità l’anno. Il 31 dicembre del 1996 i detenuti erano 47.709. Nei cinque anni di governo del centro-sinistra i detenuti sono cresciuti di poco più di 1500 unità l’anno. L’aumento progressivo del tasso di crescita carcerario è l’effetto di due leggi: la ex Cirielli sulla recidiva e la Bossi-Fini sull’immigrazione. Leggi del 2005 e del 2002 che oggi iniziano a produrre i loro effetti inflattivi.

Alcune situazioni di particolare affollamento a livello regionale sono: in Emilia Romagna le presenze ammontano a 3.857 mentre la capienza regolamentare è pari a 2.270. La percentuale di sovraffollamento è del 170%. In Lombardia ci sono 8231 detenuti per 5382 posti letto. La percentuale di sovraffollamento è del 152%. In Abruzzo, Sardegna e Umbria vi sono meno detenuti rispetto alla capienza regolamentare.

Tra le carceri più sovraffollate: Monza (dove oltre 100 persone dormono sui materassi), la Dozza a Bologna, Poggioreale a Napoli.

Alcuni esempi ulteriori di sovraffollamento riscontrate nelle visite di Antigone: nella Casa Circondariale di Ravenna, a fronte di una capienza regolamentare pari a 60 posti, i detenuti effettivamente presenti al momento della visita erano 138, per cui ci sono celle da 7,5 metri quadrati che ospitano 3 detenuti; il letto a castello è a 3 piani, le dimensioni del tavolino consentono al massimo a due persone di mangiare contemporaneamente e nello spazio della cella le tre persone non possono stare in piedi contemporaneamente. Nella Casa Circondariale di Monza, in cui la capienza regolamentare è di 400 posti e al momento della visita erano presenti 800 persone, con un materasso a terra nella maggior parte delle celle. Al San Michele di Alessandria (Casa di Reclusione) una sezione destinata alla reclusione è stata di recente sostituita da una sezione per imputati, il che ha avuto un impatto significativo sulle attività trattamentali, sulla vivibilità e sul livello di disagio percepito dai detenuti. Il livello di sovraffollamento, che comporta una preoccupante sproporzione tra numero dei detenuti ed operatori penitenziari. In particolare, le lungaggini nelle procedure per selezionare 400 nuovi educatori su scala nazionale, nell'ambito di un concorso bandito nel novembre 2003, vanno ad aggiungersi ad una situazione complessiva di per sé grave e preoccupante. 

Imputati, condannati, reati

Il 55,32 % della popolazione detenuta è in attesa di condanna definitiva. Il tasso medio europeo dei detenuti in attesa di giudizio è invece ben inferiore al 25%. In Italia: si incarcerano i presunti innocenti in modo più che doppio rispetto agli altri paesi dell’area Ue, dura di più la custodia cautelare, durano molto di più i processi.

Il 29,5% dei reati ascritti alla popolazione detenuta consiste in delitti contro il patrimonio. Il 16,5% in reati contro la persona. Il 15,2% in violazioni della legge Fini-Giovanardi sulle droghe. Il 3,2% dei reati consiste in crimini di associazione a delinquere di stampo mafioso. 1.357 sono gli ergastolani. 10.800 detenuti devono scontare una pena residua inferiore ai tre anni. Oltre 10.000 i casi seguiti in misura alternativa.

Donne con e senza prole

Le donne sono 2.385 pari al 4,3 del totale. Una percentuale invariata nell’ultimo quindicennio e corrispondente ai tassi di detenzione femminile a livello europeo. Sono 68 le detenute madri e 70 i bambini di età inferiore ai tre anni reclusi con le mamme. 23 sono le donne in stato di gravidanza.

Stranieri

I detenuti stranieri sono 20.458 pari al 37,4% del totale della popolazione detenuta. Nel 2000, ossia prima dell’approvazione della legge Bossi-Fini, la percentuale era del 29,31%. Nel 1991 era del 15,13%. Il 21,9% proviene dal Marocco, il 13,6% dalla Romania, il 12,1% dall’Albania, l’11% dalla Tunisia. Il 29,1% ha commesso reati contro il patrimonio. Il 24,3% ha commesso reati in violazione della legge sugli stupefacenti. Lo 0,3% ha commesso un crimine di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sono già 1873 gli stranieri in carcere per violazione della legge Bossi-Fini, ossia per irregolarità nell’ingresso in Italia.

In Europa

Sono circa 600mila i detenuti, definitivi o in attesa di giudizio, ristretti nelle carceri dei paesi dell’Unione Europea. Di questi, circa 131.000 sono in attesa di giudizio. Le donne rappresentano circa il 5% dell’intera popolazione carceraria. Nella UE negli ultimi anni in 23 stati su 27 è aumentata costantemente la popolazione carceraria. 14 stati su 27 hanno superato il limite della capienza regolamentare.  I paesi con maggiori problemi di sovraffollamento sono la Grecia (168%), la Spagna (140%), l’Ungheria (137%) e il Belgio (117.9%).  Tra i 14 paesi che non superano il limite della capienza regolamentare, il primato spetta alla Slovenia, seguita da Danimarca, Finlandia, Irlanda e Svezia. I tassi di carcerazione (numero di detenuti ogni 100.000 abitanti) sono elevatissimi. Il primato spetta all’Estonia (321.6), seguita dalla Lettonia (285.3), Lituania (237.0), Polonia (229.9), Repubblica Ceca (185.6). Nell’Europa occidentale il primato spetta al Lussemburgo (163.6), seguito da Spagna (146.1) e Inghilterra (145.1). Il paese con il minore tasso di carcerazione è la Slovenia (65.0) seguita da Danimarca (69.2), Finlandia (70.6), Irlanda (74.3) e Svezia (79.0).

 

Lavoro

I detenuti impiegati in una qualche attività lavorativa sono 13.326, pari al 27.4% della popolazione detenuta. Di questi, 11.717 (l’88%) lavorano alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria, mentre 1.609 (il 12%) lavorano per conto di imprese private. La qualifica dei lavoranti interni è poco professionalizzante: scopino, spesino, porta vitto, addetto mof, scrivano.  I lavoranti stranieri sono 4.579 (pari al 25.1% della popolazione straniera detenuta); la quasi totalità lavora alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria (4.286 persone, pari al 94% del totali degli stranieri lavoranti).

Formazione professionale

I corsi attivati a livello nazionale sono stati 556, per un totale di 6.465 detenuti coinvolti, pari al 13,3% dei presenti. A livello regionale emergono notevoli differenziazioni: se in Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Basilicata, la percentuale di detenuti iscritti è rispettivamente del 47.9, 42.0 e 40.5 (rispetto al totale dei detenuti presenti nelle singole regioni), in altre realtà, quali Puglia, Valle d’Aosta e Liguria, le percentuali sono, rispettivamente, del 7.9, 4.9 e 0.0. Le percentuali di detenuti stranieri iscritti ad un corso di formazione professionale sono molto inferiori rispetto alle percentuali complessive. Il caso più significativo è quello del Lazio, in cui i detenuti iscritti risultano pari al 9.2% dei presenti, ma gli stranieri sono soltanto il 3.7% del totale degli stranieri presenti. In Sicilia, dove il totale degli iscritti a un corso è pari al 18% del totale della popolazione detenuta, gli stranieri a cui è offerta tale opportunità sono soltanto il 9.6%. In Basilicata, infine, dove pure le percentuali di iscritti sono fra le più alte d’Italia (40.5%), gli stranieri coinvolti risultano soltanto il 26.2% del totale dei detenuti stranieri presenti nella regione. Quanto alla qualità dei corsi offerti e alle prospettive di effettivo reinserimento lavorativo fuori dal carcere che tali corsi aprono, in genere non si riscontrano legami con le richieste da parte del mondo del lavoro. Sono gli stessi operatori del trattamento a sottolineare spesso tale scollegamento e a parlare di intrattenimento più che di trattamento.

Istruzione

Molti istituti non dispongono di aule e spazi idonei alla didattica; gli orari della quotidianità detentiva (dove in genere si pranza alle 11.30 e si cena alle 17.00) sembrano incompatibili con i normali orari scolastici; carenze nell’organico della polizia penitenziaria rendono difficoltoso anche l’apparentemente semplice accompagnamento dei detenuti dalle celle alle aule di lezione; l’esistenza di circuiti rende difficoltosa l’organizzazione dei corsi e soprattutto la fruibilità da parte di tutti i detenuti. In particolare, la categoria delle donne sembra essere particolarmente svantaggiata da questa situazione. La maggior parte dei detenuti (34%) è in possesso di una licenza di scuola media inferiore; il 17% ha una licenza di scuola elementare; il 3.6% è privo di un qualunque titolo di studio e l’1.8% è analfabeta. Soltanto l’1.2% possiede un diploma di scuola professionale, il 4.8% un diploma di scuola superiore secondaria e lo 0.9% ha conseguito una laurea. Nel 36.6% dei casi, il dato relativo al grado di istruzione non è stato rilevato. Si tratta presumibilmente dei dati relativi a detenuti stranieri, per i quali spesso non è possibile appurare formalmente il livello di istruzione raggiunto.

Religione

Durante le visite si è riscontrato che in ogni istituto sono presenti un cappellano ed un locale adibito alle funzioni cattoliche, il cui svolgimento è garantito. Solo in sporadici casi è invece effettiva la possibilità di incontrare ministri di culto di altre religioni. E’ il caso ad esempio del carcere di Milano-Bollate, dove le attività religiose sono garantite per tutti i culti esistenti e accertati, sono presenti cappelle in ogni reparto, moschee nei reparti a prevalenza musulmana, attività gestite dai Testimoni di Geova e dalla Chiesa Evangelica Battista del Settimo Giorno.

Salute

A nove anni dalla riforma Bindi da poche settimane finalmente la sanità penitenziaria è di competenza delle regioni e quindi delle asl. Sono in via di trasferimento i rapporti di lavoro dipendente e quelli convenzionali. Le risorse strumentali e le attrezzature sono anch’esse in via di trasferimento alle A.S.L. entrando nel patrimonio delle stesse, mentre i locali sono concessi in uso gratuito. Le risorse finanziarie sono quantificate per il triennio 2008-2010 per le tre annualità in 157,8, 162,8 e 167,8 milioni di euro (art. 6); questi fondi sono ripartiti tra le Regioni destinatarie attraverso criteri stabiliti nella Conferenza Stato-Regioni.

Spese ad oggi sostenute per l’organizzazione ed il

funzionamento del servizio sanitario penitenziario

Regione

Importi erogati

ABRUZZO

2.028.723,97

BASILICATA

727.449,02

CALABRIA

3.666.072,40

CAMPANIA

12.335.205,41

EMILIA ROMAGNA

6.645.352,80

FRIULI VENEZIA GIULIA

1.111.791,04

LAZIO

9.621.973,38

LIGURIA

2.791.400,00

LOMBARDIA

11.289.352,77

MARCHE

1.614.800,31

MOLISE

465.348,54

PIEMONTE

6.587.672,63

PUGLIA

4.595.076,27

SARDEGNA

3.708.794,38

SICILIA

10.413.931,17

TOSCANA

8.025.010,99

TRENTINO ALTO ADIGE

574.525,03

UMBRIA

2.012.200,00

VENETO

3.535.461,16

VALLE D'AOSTA

298.800,00

 

92.048.941,27

Convenzione O.P.G. Castiglione delle Siviere                             12.871.031,50

 

TOTALE:                  104.919.972,77

 

La vita negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

Condizioni di vita troppo dure, diversi casi di detenzione ingiustificata, eccessivo uso di letti di contenzione, strutture in alcuni casi sovraffollate e sporche. Gli internati sono 1.348, dei quali 98 donne.

O.P.G.

Capienza

Presenti

Uomini

Donne

Aversa

164

321

321

-

Barcellona Pozzo di Gotto

216

250

250

-

Castiglione delle Stiviere

193

237

139

98

Napoli

150

76

76

-

Montelupo Fiorentino

100

184

184

-

Reggio Emilia

132

280

280

 

Totale                      

955

1.348

1.250

98

Fonte: ns. elaborazione su dati Dipartimento amministrazione penitenziaria

 

Il 65,1% degli internati in misura di sicurezza ha commesso un reato contro la persona, il 15,4 contro il patrimonio, il 4,9% contro la libertà sessuale, il 14% altro.

La coercizione negli opg

In tutti gli  Ospedali psichiatrici giudiziari italiani sono presenti una o più sale di coercizione, con letti con cinghie di cuoio e in alcuni casi un buco al centro per i bisogni fisici.  Il dato è preoccupante in sé perché la pratica della coercizione è di per sé una pratica violenta che costringe un soggetto con disagio mentale a essere legato al letto per un periodo di tempo indefinito. Preoccupa anche l’assenza di dati relativi ai tempi medi della coercizione. Di certo non mancano casi di internati costretti al letto di coercizione sino a 14 giorni di seguito. Non esiste però un protocollo unico di intervento, né un registro apposito che consenta di monitorare l’uso che viene fatto dalla pratica della coercizione, né è possibile stabile in che misura abbia una efficacia terapeutica e in quale sia invece uno strumento di mero contenimento fisico. In media almeno un internato su sei ha conosciuto l’esperienza, terribile, della coercizione. Un dato sottostimato se consideriamo che non disponiamo dei dati relativi a Napoli e ad Aversa. Pertanto, esclusi questi ultimi due, sono 195 i soggetti coerciti. A Reggio Emilia sono 84, a Castiglione 47, a Barcellona e a Montelupo 32. Complessivamente gli episodi di coercizione sono stati 515. Se ordinati per istituti, vediamo che a Castiglione sono stati 188, a Reggio Emilia 123, a Barcellona 84, a Montelupo 69, ad Aversa 51 a Napoli 50. Quella della coercizione è un vulnus nel sistema penitenziario italiano, una zona grigia che andrebbe indagata con maggiore attenzione.

Suicidi ad Aversa

Nel 2004 si erano registrati 2 suicidi (1 ad Aversa, l’altro a Reggio Emilia). Nel periodo che va dal settembre 2006 al marzo 2008 nel solo ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa vi sono stati 6 suicidi ed un tentativo di suicidio. Non è un caso se pensiamo che la struttura di Aversa è arrivata ad ospitare un numero di internati pari al doppio della sua capienza. Si registra anche un episodio molto grave nell’Opg di Montelupo Fiorentino. Il 22 maggio 2007, Maurizio Sinatti, 42 anni, viene ucciso dal compagno di stanza. La vittima era stata internata da pochi mesi, dopo aver scontato una pena per alcuni furti. Secondo alcune testimonianze tra la vittima e il suo compagno di stanza si erano già verificati degli screzi.

 

Suicidi in carcere

Nel 2007 vi sono stati 45 suicidi. Ci si ammazza in carcere più o meno diciotto volte di più che all’esterno. Ulteriori 76 sono i reclusi morti per cause naturali. I 45 suicidi avvenuti nel corso dell’anno passato hanno interessato lo 0,10% della popolazione detenuta mediamene presente nell’anno. Di essi, 43 hanno riguardato uomini, di cui 27 italiani e 16 stranieri, e due hanno riguardato donne italiane (lo 0,22% delle poche donne detenute complessivamente). La maggior parte degli atti auto-soppressivi si è registrato tra gli imputati, visto, da un lato, l’alto numero di suicidi che si hanno al momento sconfortante dell’ingresso in carcere ma anche, dall’altro, il maggior numero di imputati che si registra a seguito dell’indulto, che li ha interessati più marginalmente. 31, di cui una donna, sono stati infatti gli imputati che si sono tolti la vita, contro 13 condannati (di cui una donna) e un internato. Se guardiamo invece ai tentativi di suicidio, gli episodi totali sono stati 610, di cui 571 hanno riguardato uomini, equamente distribuiti in valore assoluto tra italiani e stranieri (287 contro 284). Quanto alle donne, 22 erano italiane e 17 straniere. Anche qui la maggiore rappresentazione è tra coloro che non hanno ancora una condanna definitiva (400, di cui 23 donne, contro 198 condannati, di cui 15 donne, e 12 internati, di cui una donna). I tentativi di suicidio hanno interessato l’1,35% della popolazione detenuta presente in media nel corso del 2007. Cifre molto superiori emergono nel conteggio degli atti di autolesionismo, che hanno riguardato ben l’8,14% dei detenuti e degli internati, vale a dire, in termini assoluti, 3.687 persone, di cui 1.447 uomini italiani, 2.066 uomini stranieri, 117 donne italiane (addirittura il 12,89% del totale) e 57 donne straniere (solo il 5,29% del totale). Tra questi detenuti, 2.213 erano imputati (di cui 104 donne), 1.402 condannati (di cui 69 donne) e 71 internati (di cui una donna). Se ci rivolgiamo adesso ai decessi per cause naturali, troviamo che sono morti in carcere nel 2007 76 detenuti (lo 0,17% della media complessiva dei presenti), tra cui 2 donne. Tra questi, 63 erano italiani (lo 0,22% della media totale, tra cui due donne) e 13 stranieri (lo 0,08% della media totale). Inoltre, 35 erano gli imputati, 32 i condannati e 9 gli internati (questi ultimi ben lo 0,63% del totale), mostrando una disparità tra le categorie ben inferiore a quella relativa agli atti volontari. Se diamo ora uno sguardo agli anni precedenti, vediamo che nel 2006 (al 31 dicembre i detenuti erano 39.005, mentre nel primo semestre, prima dell’indulto, sfioravano i 60.000) si sono registrati 50 suicidi (tra cui una donna italiana e 9 detenuti stranieri), che anche qui rappresentano lo 0,10% della popolazione detenuta media. Questa percentuale è ancora identica a quella del 2005, quando però il valore assoluto del dato era pari a 57 unità (i detenuti al 31 dicembre di quell’anno erano infatti 59.523), di cui 36 uomini italiani, 15 stranieri, cinque donne italiane e una straniera. Lievemente inferiore la percentuale del 2004 (0,09%), quando si sono contati 52 suicidi nelle carceri italiane (i detenuti al 31 dicembre erano 56.068), di cui 35 uomini italiani e 13 stranieri, 3 donne italiane e una stranera. La discrepanza tra il dato relativo agli imputati e quello relativo ai condannati va assottigliandosi fino a ribaltarsi nell’incrociare l’indulto: nel 2006 si riscontrano 23 suicidi tra gli imputati, 21 tra i condannati e 6 tra gli internati, nel 2005 se ne riscontrano 20 tra gli imputati, 34 tra i condannati e 3 tra gli internati, nel 2004 se ne riscontrano 24 tra gli imputati, 26 tra i condannati e 2 tra gli internati. Se guardiamo alle morti naturali, esse presentano un valore percentuale oscillante negli anni. In termini assoluti, nel 2006 se ne sono riscontrate 81, di cui 70 tra gli uomini italiani e 9 tra gli stranieri, nessuna tra le donne italiane e due tra le straniere; nel 2005 se ne sono riscontate 115, di cui 95 tra gli uomini italiani e 14 tra gli stranieri, quattro tra le donne italiane e due tra le straniere; nel 2004 se ne sono riscontrate 104, di cui 82 tra gli uomini italiani e 17 tra gli stranieri, quattro tra le donne italiane e una tra le straniere. Tra gli internati, categoria particolarmente a rischio, si sono registrati 11 decessi per cause naturali nel 2006 (lo 0,84%), 14 decessi nel 2005 (l’1,27%) e ancora 11 nel 2004 (l’1,02%).

Nei primi sei mesi del 2008 vi sarebbero stati già 23 suicidi più altri 30 detenuti morti.

Alcune vicende di maltrattamenti e mala-sanità

L’articolo 4 della Convenzione ONU contro la tortura impone a ogni Stato di adoperarsi affinché la tortura sia considerata un reato nel proprio diritto interno e affinché si prevedano per essa pene adeguate alla sua gravità. In Italia, a tutt’oggi, uno sguardo quotidiano sui luoghi di detenzione rileva gravi episodi di abusi e violenze.

Bari, Casa Circondariale  Il 9 novembre 2007 la procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio colposo di due medici del carcere pugliese indagati per aver provocato la morte di Fabio Malinconico 44 anni, avvenuta il 29 novembre 2004. Secondo l'accusa i due medici avrebbero omesso di disporre che il trasferimento del detenuto avvenisse a bordo di un'ambulanza, necessario perché l'uomo era affetto da “cardiopatia ischemica con pregresso infarto del miocardio e da morbo di Crohn ed igroma frontale”. 

Catania, Casa Circondariale Nel dicembre 2007 quattro medici del carcere catanese sono stati rinviati a giudizio per omicidio colposo in seguito alla morte di Pietro Sangiorgi,  50 anni, avvenuta il 3 maggio del 2006. Secondo il Pubblico Ministero, questi, in cooperazione tra loro, avrebbero cagionato la morte dell’uomo “per negligenza e imperizia consistite nel non avere effettuato né prescritto alcun esame o approfondimento diagnostico di segno cardiologico nonostante che Sangiorgi presentasse una sintomatologia dolorosa epigastrica di dubbia interpretazione”.

Firenze, Sollicciano Casa Circondariale Il 28 febbraio 2008, un agente di polizia penitenziaria è stato indagato dalla procura di Firenze per un “presunto” pestaggio ai danni di un detenuto marocchino, avvenuto nel novembre del 2007. Il medico riscontrò “segni di contusioni compatibili con calci e pugni”. L’agente avrebbe agito in concorso con altri soggetti ancora da identificare. Ad oggi si attendono ulteriori sviluppi.

Forlì, Casa Circondariale  Il 14 marzo 2006 è terminato il processo contro un agente di polizia penitenziaria, condannato a otto mesi, pena sospesa, per lesioni in danno ad un detenuto marocchino.

Imperia, Casa Circondariale Il 5 febbraio 2008, A. B., 29 anni, detenuto da sette mesi, è stato trovato morto all’interno della propria cella. Le circostanze del decesso restano da chiarire: scartata la tesi di un morte naturale (arresto cardiocircolatorio), il Sostituto Procuratore della Repubblica ha aperto un fascicolo avvalorando l’ipotesi di omicidio. Ad oggi si attendono gli sviluppi processuali.

Lecce, Casa Circondariale Nel dicembre 2007 un detenuto di 52 anni, a tre giorni dall’arrivo nell’istituto leccese, è stato trovato morto nella propria cella da alcuni agenti di polizia penitenziaria. A seguito del ritrovamento di tracce ipostatiche sul corpo del cadavere, a fronte di possibili violenze subite, la Procura ha aperto un’indagine per omicidio colposo.

Livorno, Casa Circondariale L’11 luglio 2003 Marcello Lonzi, 29 anni, viene trovato esanime, coperto di sangue e con il volto tumefatto. Secondo l’autopsia il decesso sarebbe avvenuto a seguito di arresto cardiaco, quindi per cause naturali. Maria Cioffi, la madre, ritenendo la morte conseguente a un violento pestaggio, sporge denuncia e il Pubblico Ministero apre un fascicolo, contro ignoti, per omicidio. Il 23 luglio 2004 si richiede un supplemento di indagine, a partire da alcune fotografie. “In quelle foto - spiega l’avvocato - ci sono i segni di vere e proprie vergate, striature viola sulla pelle gonfia e rialzata, ecchimosi che possono essere state fatte solo con un bastone, un manganello. Certo, non sono i segni di una caduta”. Il gip dispone l’archiviazione confermando la prima versione dei fatti: morte a seguito di un infarto, ovverosia “cause naturali”. Il 29 ottobre 2006, a seguito di specifica richiesta, si è proceduti alla riesumazione della salma del ragazzo per ivi rilevarvi le eventuali percosse subite. Dal 3 ottobre 2007 il magistrato sta escutendo nuovamente i detenuti vicini alla vittima, ed anche alcuni agenti della polizia penitenziaria in servizio quel giorno. Ad oggi si attendono gli sviluppi processuali.

Perugia, Casa Circondariale La procura di Perugia ha aperto una inchiesta per la morte di Aldo Bianzino 44 anni, avvenuta in carcere il 14 ottobre 2007. Dai primi risultati delle indagini autoptiche emergono “lesioni massive al cervello e all'addome”. Altri detenuti presenti in sezione affermano che Bianzino avrebbe chiesto invano più volte aiuto. L’ultima perizia ritiene la morte compatibile con un evento naturale. Ad oggi un agente è indagato per omissione di soccorso. Si attendono gli sviluppi processuali.

Piacenza, Novate, Casa Circondariale  Nell’ottobre 2007, un agente della polizia penitenziaria accusato di avere molestato sessualmente due detenute del carcere piacentino è stato condannato ad un anno e otto mesi (pena sospesa) con l’attenuante della lieve entità del fatto (si sarebbe trattato di palpeggiamenti). Secondo quanto si è appreso, il Gup avrebbe altresì disposto un risarcimento nei confronti delle due detenute per una somma pari a 4.500 euro.

Sassari San Sebastiano, Casa Circondariale  Marco Erittu, 40 anni, viene trovato morto il 18 novembre 2007 all'interno di una cella d'isolamento. I risultati autoptici evidenziano “morte causata da asfissia provocata da impiccagione”. Il giorno prima il detenuto avrebbe scritto ai giudici sostenendo di “temere per la propria vita”.

 

I numeri della giustizia minorile

446 sono i minori ristretti negli istituti penali per minori. 231 gli stranieri, ossia oltre il 50% del totale. Le minori straniere sono oltre il 25% del complessivo dei non italiani.

Lecce, Istituto penale per minori

Il 13 ottobre 2007 si è conclusa l’indagine della magistratura sugli abusi compiuti dal personale penitenziario su alcuni detenuti dell’istituto penale minorile leccese. Secondo l’accusa i ragazzi venivano denudati e successivamente pestati nelle proprie celle. La procura di Lecce ha indagato undici agenti con l’accusa di abuso di mezzi di correzione e violenza su minori. Dal 16 luglio 2007 la struttura è ufficialmente chiusa con provvedimento a firma del Capo Dipartimento della Giustizia Minorile per il “mancato adeguamento alle norme antinfortunistiche della legge 626” ed i ragazzi sono stati trasferiti nel carcere minorile di Bari.

Torino Ferrante Aporti, Istituto Penale per minori

Agli inizi di luglio 2008 vi sono state proteste dei ragazzi reclusi per l’affollamento intollerabile.

Una buona prassi: a Cagliari la Comunità “la Collina”

Rivolta all’accoglienza di 12 giovani-adulti (18-25 anni) in misura alternativa alla detenzione, in situazione di emarginazione sociale ed a rischio di recidività.

La comunità dove è stato girato il film “Jimmy della collina”, tratto dall’omonimo libro di Massimo Carlotto, si trova tra le colline che circondano Cagliari. Per chi si intende di vino, non è difficile da trovare perché in paese, a Serdiana, c’è una famosa cantina, l’Argiolas, superata la quale si gira per una strada di campagna. Un paio di chilometri e sulla sinistra, tra campi di olivi e i colori della terra sarda, si vede ergersi sulla collina a sinistra un bizzarro edificio in pietra. L’entrata è modesta, un cancello, un piccolo cartello con la scritta La Collina e un viale che si inerpica verso le costruzioni. Qui abita, con alcuni dei ragazzi, don Ettore Cannavera, fondatore e anima delle attività che qui si svolgono. E’ un tipo deciso, Ettore, non ha peli sulla lingua e il suo è il coraggio di chi ha rischiato di persona e continua a farlo, portando avanti idee di giustizia e di eguaglianza nei diritti. E’ cappellano volontario dell’Istituto penale minorile di Quartucciu e ha dovuto rendere una dichiarazione scritta per non essere pagato dal Ministero: “Non condivido il Concordato – afferma – se hai bisogno è la comunità cristiana che ti deve sostenere, non lo Stato. Se ti nomina la Chiesa e ti paga lo Stato, è troppo comodo e significa che lo Stato non  è laico”. Racconta delle sue traversie con la gerarchia ecclesiastica, quando fu sospeso “a divinis”: Ettore disse che non era d’accordo con la raccomandazione del pontefice ai farmacisti perché facessero obiezione alla vendita dei profilattici. Il vescovo lo chiamò e gli disse che era lui a non essere “funzionale” alla Chiesa. Il luogo riservato alla preghiera, a “La Collina”, è impregnato di una spiritualità che comprende le credenze di tutti i popoli. Ci sono il Vangelo e il Corano, la Bibbia rivolta verso i fedeli come usano i protestanti. La comunità è oggi finanziata dalla Regione, che ha inserito nel suo bilancio annuale un finanziamento di 200.000 euro. La comunità sorge su un terreno che era proprietà della sua famiglia. La comunità è rivolta a minori in misura alternativa. Quando sono in casa, i ragazzi si dividono la responsabilità dei vari lavori, cucinano, puliscono, tengono gli spazi esterni. Il sabato mattina, con sveglia alle 7 e inizio delle attività alle 8, si occupano del giardino e delle aiuole fiorite, zappano, potano, decespugliano, mentre la domenica mattina, con sveglia alle 8, fanno le pulizie “di pasqua” in casa. Le famiglie dei ragazzi possono andare a trovarli ma naturalmente chi può va in permesso a casa.
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