Free cookie consent management tool by TermsFeed Policy Generator Carmelo Musumeci e Giovanni Spada, Spoleto ottobre 2008

Carmelo Musumeci e Giovanni Spada, Spoleto ottobre 2008

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Dal di Dentro
“Nessuno uccida la speranza,
neppure del più feroce assassino,
perché ogni uomo è una infinita possibilità!”
(D.M.Turoldo)
 

In previsione delle annunciate riforme della giustizia, ci permettiamo di riepilogare la condizione che viviamo noi che scontiamo pene lunghe nelle sezioni di alta sicurezza delle carceri italiane. Oggi, con la complicità dei media, che fermentano l’odio nei nostri confronti, niente ha più contorni nitidi e ben definiti. Contrariamente a quello che è lo spirito dell’articolo 27 della Costituzione, siamo destinati a morire in carcere per effetto delle differenziazioni e dell’ostatività alla concessione dei benefici penitenziari. Differenziazioni che annullano ogni diritto e ogni eguaglianza di giustizia, perché nella pratica, il richiesto contorno investigativo sull’attuale pericolosità, viene esercitato alla stregua di una routine, da uffici di polizia che non possono che riferire fatti risalenti al passato, che di vero portano il titolo del reato e la frase uguale per tutti: “Non si esclude possa commettere altri reati”. Ciò non tiene in alcun conto il giudizio degli operatori penitenziari che ci seguono e ci hanno seguiti da dieci, venti o trent’anni. Gli operatori penitenziari conoscono le relazioni di polizia ancor prima di richiederle e le usano come pretesto per astenersi dall’accertare i mutamenti interiori avvenuti durante i decenni di detenzione. Di fatto, oggi, operatori penitenziari (psicologi, educatori, assistenti sociali e criminologi) sono ridotti a lumicino e sostanzialmente non hanno alcuna voce in capitolo. Nel momento in cui il condannato rivolge un’istanza al magistrato per un beneficio, ad esempio per il permesso premio che la norma prevede come parte integrante del trattamento, non avendo effettuato realmente alcun trattamento nei decenni precedenti, viene dato in ogni caso parere contrario. Ma dare parere contrario in ogni caso al Magistrato, è come se ad una conduttura idrica si chiudesse la valvola alla sorgente. In quel caso infatti la conduttura si può dotare anche di rubinetti d’oro, ma gli utenti non si disseteranno comunque mai! Il Magistrato a sua volta, non ricevendo informazioni individualizzate riguardo ad un detenuto che non ha modo di conoscere personalmente, non potrà valutarne la maturità e finirà per negare il beneficio. Anche se non siamo titolati adire certe cose, è incontentabile che tali prassi perseguono sicuramente una gestione fallimentare, che contribuisce in larga misura ad ingolfare i tribunali dei nostri inutili continui ricorsi e rende futili le spese per gli organismi proposti alla rieducazione e persino per gli uffici di sorveglianza e dei tribunali, perché sono gli uffici di polizia che di fatto, decidono la sorte di un individuo che non vedono da decenni e dunque non conoscono. “Ma che senso hanno allora i progetti di intervento per la realizzazione di attività scolastiche, culturali, ricreative e formative all’interno delle sezioni dove scontiamo le nostre pene, se si ignora il percorso penitenziario del detenuto?”. Che senso hanno quelle risorse inutilmente consumate se l’obbiettivo del reinserimento per noi nemmeno si pone e le attività assumono un carattere fittizio? Forse è solo per far sentire un detenuto un utile idiota, buono solo per garantire assunzioni e finanziamenti di ogni genere per clientelismi, lassismi e interessi corporativi, sfruttando i termini tanto decantati e poco messi in pratica “rieducazione e reinserimento”? Che tutto ciò sia in atto è un fatto incontestabile ed è dimostrato dal confronto tra le cifre spese per il reinserimento e l’inesistente numero dei detenuti effettivamente reinseriti. E se non vi sono detenuti reinseriti, a cosa servono i sociologismi e gli psicologismi degni di un’accademia bizantina, sulla rieducazione e il reinserimento del reo, se poi nella realtà la prassi, stravolge e confonde il diritto fino a far scivolare la giustizia nell’incertezza e nell’eclissi del buon senso comune? Sino a qualche anno fa, si sentiva spesso affermare che lo scopo del carcere era punire, riabilitare e reinserire; oggi, nonostante la demagogia e la vuota retorica, nessuno osa pronunziare quei principi nei nostri confronti, ritenendola una prospettiva inutile. Ma se così fosse, basterebbe abrogare l’articolo 27 della Costituzione e ripristinare la pena di morte, assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni. Sarebbe più razionale ed onesto, perché si avrebbe più rispetto per noi e più rispetto anche delle risorse dei contribuenti che pagano le tasse per attuare gli scopi previsti dalla Costituzione, che di fatto non vengono attuati. Nel clima che viviamo, come si può parlare di rieducazione e di reinserimento se siamo persino allontanati geograficamente dal luogo di residenza dei nostri familiari e negati alla presenza dei nostri figli minori in base a burocratiche attribuzioni di pericolosità, anche quando non si trova giustificazione alcuna nella legge e nei reali comportamenti degli individui? A cosa serve questa crudele, inutile e costosa barbarie che scava un solco profondo tra noi e i nostri figli e tra noi e la società, se non a ridurci come quell’albero su cui non cade mai la pioggia, che ad un certo punto appassisce, perde le foglie, secca le radici e diventa come legna da ardere? Ci sentiamo di affermare che nel caso di condanne lunghe o all’ergastolo, un condannato che ha scontato già dieci o quindici anni di carcere e sa di doverne scontare ancora tanti, pensa mille volte prima di tradire la fiducia concessa, essenzialmente per tre motivi:

Innanzitutto perché si percepisce come moralmente impegnato ne confronti dei familiari che attendono anni la possibilità di tornare a vivere una vita normale;
Nei confronti degli operatori e dei Magistrati che si assumono l’onere dei rischi connessi con l’onere di concederci fiducia;
Nei confronti dei compagni di pena che si attendono da lui il rispetto delle regole in quanto li precede nel ottenere un beneficio.

Oggi, la reale prospettiva che resta a noi ergastolani, è che la durata della pena sarà tanto più lunga quanto maggiore sarà la durata delle nostre vite, anche quando ci sentiamo maturi per una nuova condotta di vita e questo avviene mentre in Europa è stato in molti paesi abrogato e laddove è in vigore in nessun caso si scontano pene superiori in durata ai 21 anni.

Noi affermiamo che ogni individuo rappresenta una storia a sé e dovrebbe conservare il diritto di potersi riscattare dal proprio passato, ed è per questo motivo che riteniamo che non hanno senso quelle norme emergenziali, introdotte in via provvisoria e riconfermate da decenni, che per effetto dell’ostatività negano ogni possibilità di riscatto dal passato. Sono norme che suddividono gli individui in base alle etichette che sono state poste su di loro annullando ogni diritto e ogni uguaglianza di giustizia. Certamente non sono norme che favoriscono chi ha scarsi mezzi economici e nemmeno chi non dispone di capacità di inganno. Anzi, finiscono per introdurre all’interno del carcere gli aspetti più deleteri della società esterna, dove il diritto è concesso, nel migliore dei casi per una situazione “di favore o di fortuito caso”. Ad esempio, in tema di benefici, l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario ha cancellato per noi la speranza ancor più dopo le contraddittorie pronunzie della Corte Costituzionale, che hanno basato la costituzionalità della pena dell’ergastolo su un beneficio teorico come la liberazione condizionale, che l’articolo 4 bis di fatto nega. Ma tutto questo a quale dimensione o a quale tipo di società corrisponde? Noi, anche quando abbiamo fatto del male, quando ne diveniamo consapevoli, aspiriamo di mettere fine al male, ma non lo possiamo fare da soli. Abbiamo bisogno di chi si rende conto che capacità di capire non significa non punire, ma aiutare a reinserire nella società chi ha sbagliato. E’ quindi necessario e giusto aiutare chi, per effetto di tutte le lacrime versate in infiniti anni di detenzione, ha acquisito la consapevolezza reale del male arrecato ai propri familiari e ai familiari delle vittime dei propri reati, perché sono queste le consapevolezze che danno la forza di non assoggettarsi più a valori non condivisibili e alle coercizioni mentali negative. Sono queste, consapevolezze che andrebbero seriamente verificate durante la detenzione, ma il più delle volte si rimane prigionieri degli slogan mediatici e dei pregiudizi. Oggi ci sentiamo definitivamente collocati inutilmente in un non-luogo in cui ogni misura del tempo appare irrisoria e ogni senso del tempo è perduto. Anche se non siamo titolati a suggerire misure legali, noi vogliamo e sentiamo forte il bisogno di segnalare la nostra disperata e disperante condizione e in questo segnalare anche il nostro bisogno di sottostare a regole chiare e non a norme come quelle attuali, che aprono il campo a ogni genere di speculazione. Vorremo regole chiare che permettano di accedere alle misure alternative quando ci sentiamo di aver raggiunto la maturità e l’equilibrio necessari per essere in grado di non ripercorrere i sentieri sbagliati del passato. Se ci viene tolta ogni speranza per il futuro, quale ragione ci resterà per continuare a desiderare di vivere? Siamo consapevoli che nel clima politico e sociale attuale, una riforma che tenga conto di tutto ciò richiede a tutti di compiere scelte coraggiose e il superamento di tanti pregiudizi, ma da questo, a rinunciare a desiderare che si attuino leggi trasparenti, ce ne corre! Solo una democrazia costituita su un diritto dove fermezza e rigore, razionalità ed efficienza, stanno sullo stesso piano, può aspirare a realizzare il giusto equilibrio tra diritto e sicurezza. Non è indispensabile aver letto tanti libri per capire che non è negando possibilità future a chi è stato condannato per reati consumati in altre epoche che si assicura l’attuale sicurezza dei cittadini.

 

“Non fa mai savio partito

Far disperare gli uomini,
perché chi non spera il bene
non teme il male”
(N.Macchiavelli – Istorie Fiorentine)
 
Carmelo Musumeci e Giovanni Spada, Spoleto ottobre 2008
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