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E non ci parlino di mele marce...

E non ci parlino di mele marce...

di Patrizio Gonnella, Terra, 13 maggio 2010

Ho incontrato Stefano Gugliotta a Regina Coeli. Ho incontrato anche altri suoi sfortunati colleghi di sventura giudiziaria. Non mi parevano facinorosi ultras, anzi. A me pare che siamo  di fronte a un atto arbitrario (nonché violento) di polizia legittimato in prima istanza dalla magistratura. La teoria delle mele marce non regge più. Dopo una, due, tre, quattro mele marce il problema non è più la mela ma l’intero albero e tutte le sue radici. Fuor di metafora non siamo di fronte all’ennesima mela marcia dell’ultimo decennio ma a un sistema che è diventato marcio. Un marciume pericoloso perché mette in discussione conquiste secolari della nostra democrazia e del nostro stato di diritto: in primo luogo l’habeas corpus.
Dal Global Forum di Napoli nel 2000 ai fatti che riguardano Stefano Gugliotta sono trascorsi dieci anni. Nel frattempo ci sono state le violenze gratuite al carcere San Sebastiano di Sassari, i pestaggi alla Diaz e a Bolzaneto, decine e decine di casi meno noti, le morti di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. La difesa delle forze dell’ordine – parole analoghe le abbiamo però sentite dire anche dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro – è sempre la stessa: “se ci sono mele marce le puniremo”. I sindacati di polizia – non tutti a dir del vero - si stringono intorno ai loro uomini assecondando un pericoloso spirito di corpo. Le violenze subite da Stufano Gugliotta – i cui segni ho visto di persona sul suo corpo – vanno risarcite con una rapida inchiesta e una altrettanto rapida condanna del poliziotto colpevole delle lesioni a lui inferte. Quella violenze vanno, però,  risarcite anche politicamente. Se ciò non dovesse accadere sarà avallata la tesi che è il sistema a essere marcio e non il singolo operatore di polizia. Tre cose si possono fare nel mondo della politica in tempi stretti per dare un segnale culturale simbolico e significativo: 1) introdurre il crimine di tortura nel codice penale; 2) istituire una figura indipendente di controllo di caserme, commissariati, carceri e centri di identificazione per stranieri; 3) prevedere – attraverso un numero, un codice o come per i calciatori un nome – la riconoscibilità e l’identificabilità di tutti i poliziotti che svolgono funzioni di ordine pubblico. Così finalmente quando un bambino, un ragazzo che manifesta, un tifoso per strada ha paura si potrà dire per incoraggiarlo: “stai tranquillo, ora chiamo la polizia per proteggerti”. Quelle che chiediamo sono poche cose in assenza delle quali possiamo tristemente affermare che il nostro stato di diritto sta lentamente degradando a stato di polizia.
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Il carcere visto da dentro

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