Giustizia: quale risarcimento sarà mai possibile dare a una madre che ha perso un figlio di Stefano Anastasia, Terra, 22 maggio 2010-05-23

Quale risarcimento sarà mai possibile dare a una madre che ha perso un figlio, a una moglie che ha perso un marito, a una figlia che ha perso il padre? Quale risarcimento economico, morale, materiale, simbolico? Non c’è nulla nella vita umana che possa risarcire una simile perdita e certo non lo si può chiedere a quella prosaica forma di giustizia che si raggiunge allo stato degli atti in un’aula di tribunale e si affida, come possibile, all’esecuzione di una pena comminata in nome della legge. Questa incommensurabilità tra la sofferenza dei parenti delle vittime e i limiti della giustizia umana rende mal posta l’invocazione che abbiamo sentito ripetere in questi giorni, in occasione del differimento della pena per motivi di salute riconosciuto a Salvatore Vitale, condannato all’ergastolo per il sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, “reo” di essere stato figlio di un collaboratore di giustizia.
“Questa gente ha diritto al risarcimento”, scriveva ieri Francesco La Licata su La Stampa. Ma quale risarcimento? Noi, come La Licata, non conosciamo gli elementi sulla base dei quali il giudice di sorveglianza di Pavia ha riconosciuto la necessità della sospensione della pena. Come La Licata, presumiamo che la decisione sia stata “formalmente e tecnicamente inappuntabile”. E allora? C’è qualcosa che non va nelle leggi? Bisogna abrogare la sospensione della pena per motivi di salute? Bisogna farlo per chi si è macchiato di gravi reati? Il diritto (questo sì, veramente) umano alla salute è limitabile per chi abbia commesso gravi crimini? Naturalmente, no.
No in generale e neanche in casi come questo. Se fosse il tipo di reato a determinare la qualità della pena, se si dovesse riscoprire una necessaria equivalenza tra reato e pena (“il ricordo del figlio perduto, non è anch’esso un ergastolo senza fine?” si chiede La Licata), solo la morte bilancerebbe la morte, ma - come sappiamo - Giuseppe Di Matteo non tornerebbe in vita e il dolore dei familiari non sarebbe meno straziante, e quello strano ergastolo meno duro. La tragedia resta tragedia, qualunque epilogo si voglia darle.
Per questo il diritto penale si è dato dei limiti: inseguendo una “giusta punizione” irraggiungibile potrebbe varcare ogni soglia, fino a fare dell’omicidio di Stato una pratica legittima e finanche rituale. Succede, ancora oggi, in molte parti del mondo. Per questo la nostra Costituzione vieta la pena di morte e i trattamenti contrari al senso di umanità.
Per questo anche il più biasimevole dei criminali conserva intatto, dopo la condanna, il diritto alla vita e alla salute. È questa la differenza del diritto: ciò che distingue la giustizia dalla vendetta; ciò che distingue una comunità civile dalla violenza che intende combattere e sconfiggere.
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