Sulle visite in carcere di ferragosto

di Mauro Palma

Presidente del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, dei trattamenti e delle pene inumane o degradanti (Consiglio d’Europa) - Presidente onorario di Antigone.

Nei prossimi giorni più di centosettanta rappresentanti della collettività nazionale, parlamentari, consiglieri regionali, amministratori locali, garanti dei detenuti e anche alcuni magistrati, entreranno a vedere le condizioni di detenzione della quasi totalità degli istituti penitenziari italiani. Una giornata diversa per molti di loro e anche per l’informazione che sarà così chiamata a dare visibilità a un mondo spesso non visibile e non visto.

Per il Comitato per la prevenzione della tortura che ha il compito istituzionale di monitorare i luoghi di privazione della libertà nell’esteso territorio europeo, al fine di prevenire situazioni offensive della dignità delle persone in essi ristrette,  il contributo della società esterna è elemento essenziale e irrinunciabile. Lo è  affinché i diritti fondamentali, spesso enunciati come valori e che riguardano ogni persona, non contrastino con la realtà concreta dei luoghi dove è ancor più forte la necessità della loro affermazione.
Per questo vanno ringraziati radicali, promotori di un’iniziativa che vuole essere di conoscenza e di presa in carico del problema; così come vanno ringraziati gli operatori penitenziari che, pur lavorando in condizioni particolarmente difficili – perché la situazione attuale delle carceri italiane ha effetti in chi vi è detenuto, ma anche in chi vi lavora – consentiranno lo svolgimento delle visite.
Il fatto che nel gruppo di visitatori siano inclusi membri di forze politiche diverse, di opposizione, ma anche di maggioranza, fa sperare che l’approccio alle misure da adottare sin dal giorno successivo alla visita non trovi schieramenti ideologici opposti, magari accentuati da ricerca di consenso in una società ansiosa. Al contrario che ci si ritrovi uniti nell’adottare quelle soluzioni, da tempo individuate, perché si coniughino in modo diverso l’esigenza di sicurezza, l’uso oculato della privazione della libertà personale e il rispetto dei diritti umani,che sono patrimonio anche di chi ha commesso un reato. E ci si ritrovi altresì uniti nell’inviare messaggi in tal senso alla comunità esterna, facilitando la conoscenza del mondo detentivo e investendo nel sociale affinché non venga richiesto al carcere di risolvere problemi che altrove sorgono e altrove devono trovare risposte.

Questo è il senso da dare alle visite. Nella consapevolezza che finora tutto ciò non è avvenuto. E non è avvenuto scientemente, nonostante non mancassero analisi e fotografie di una realtà che andava degenerando, nonché indicazioni di quali provvedimenti legislativi e quali culture erano alla base di quanto si andava sviluppando. Non si può scoprire a ferragosto che la popolazione detenuta è più che raddoppiata rispetto a venti anni fa, mentre non sono mutati gli indici di criminalità; che i posti ufficiali di detenzione sono circa i due terzi di quelli necessari e che l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo un anno fa per violazione di quell’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani che stabilisce che nessuno può essere sottoposto a pene inumane o degradanti.

Non c’è infatti alcun bisogno oggi di una semplice ulteriore denuncia. La situazione è nota a chi aveva ed ha responsabilità per intervenire. Già da tempo sono state realizzate analisi anche in sede internazionale e sono state inviate ai governi italiani che si sono succeduti, raccomandazioni che però attendono conseguenti risposte concrete. Leggendo i rapporti del Comitato per la prevenzione della tortura sulle sue visite – queste sì ispettive, perché i luoghi da visitare non venivano preventivamente annunciati, come avviene invece nelle visite dei prossimi giorni – ha più volte evidenziato deficienze e distanza tra quanto stabilito da Ordinamento penitenziario e regolamento di esecuzione (adottato nel 2000) e quanto di fatto attuato, nonostante il livello professionale e la dedizione di molti operatori.
Ha reiterato le proprie raccomandazioni e ha recentemente organizzato anche una visita speciale – “ad hoc” – centrata sul problema del disagio e sul numero di suicidi in carcere. Numero, questo, che tuttavia ancora recentemente veniva sottovalutato dal sottosegretario alla giustizia con delega al carcere, in sua dichiarazione.

Le linee su come intervenire, quindi, sono state già evidenziate. Così come è stato più volte evidenziato che un fattore decisivo del profondo star male che avvolge il mondo penitenziario e che purtroppo porta a volte a decisioni drammatiche, è l’irrilevanza del tema nella discussione politica più generale, l’abbandono teorico e pratico di interesse verso tali istituzioni.

L’iniziativa di questo ferragosto ha un significato forte. Ma, lo ha solo nella direzione di segnalare l’intenzione effettiva di voltare pagina; altrimenti rimane un punto in una immutabile rappresentazione. E solo nell’intenzione del voltare pagina, si può leggere positiva la presenza di alcuni visitatori che mai hanno obiettato adottando provvedimenti che predeterminavano la situazione odierna.
Quindi, è nell’affermazione della volontà di adempiere pienamente agli obblighi internazionali che concernono la tutela dei diritti delle persone private della libertà che voglio oggi leggere l’iniziativa che si sta avviando. Anche superando – e qui parlo solo dal punto di vista nazionale, come presidente onorario di Antigone – alcune perplessità che un impegno episodico, certo non di chi organizza bensì di chi semel in anno aderisce, suscita; nonché quelle che avrebbero consigliato a mio parere di evitare di includere nel gruppo di autorevoli visitatori del carcere coloro che, stando alle sentenze, potrebbero esservi ospitati.
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