Accuse derubricate, salvi gli agenti dei maltrattamenti al carcere di Asti. Protesta l’associazione Antigone: “ingiustizia è fatta”, di Luca Rastello, Repubblica, 31 ottobre 2012

Si conclude fra gli abbracci degli imputati contro cui non si procederà la vicenda giudiziaria relativa alle presunte violenze di polizia nel reparto isolamento del carcere di Asti, una storia definita da un avvocato «la Abu Ghraib italiana». Il giudice Riccardo Crucioli ha emesso la sentenza di primo grado assolvendo per non aver commesso il fatto l' agente Sciamanna, e derubricando il reato di maltrattamenti, contestato dal pubblico ministero, in abuso d' autorità (prescritto) per gli agenti Sacchi e Bucci e in lesioni personali per gli agenti D' Onofrio e Di Bitonto, per i quali in mancanza di querela non si procederà. Se i cinque agenti festeggiano, pur in presenza di formule dubitative, si dichiarano sconcertati i membri dell' associazione Antigone, per la prima volta ammessa come parte civile in un processo simile: «Un' ingiustizia profonda - è il commento dell' avvocato Simona Filippi di Antigone - e un nonsenso procedurale: in mancanza delle condizioni per procedere il giudice avrebbe dovuto chiudere il processo senza portarlo fino al termine». E rincara la dose Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, dichiarando che la sentenza «dimostra come in Italia si possa torturare senza subire alcuna conseguenza».
I fatti risalgono al dicembre 2004, quando i detenuti Claudio Renne e Andrea Cirino, in seguito a uno scontro con gli agenti, sarebbero stati sottoposti a un regime sistematico di abusi, pestaggi, privazioni di cibo e sonno, detenzione in una cella priva di riscaldamento, di vetri alla finestra e di suppellettili. L' inchiesta aveva preso avvio da una serie di intercettazioni a carico di due agenti coinvolti in un traffico di stupefacenti che nelle conversazioni si vantavano delle violenze ed era stata portata a una svolta dalle ammissioni di uno degli agenti e dalla testimonianza di una operatrice sociale: «Proprio questa è la novità - commenta Simona Filippi - che in qualche modo ci spinge a guardare avanti: soggetti operanti in carcere, e non solo parti lese, hanno scelto di parlare. Per la prima volta in un processo simile sono emersi tutti gli anelli di una catena che ora si può spezzare». Le irregolarità nel funzionamento del carcere astigiano, in effetti, non sono sostanzialmente smentite, anche se lascia perplessi la scelta di imputare soltanto agenti quando dal dibattimento emerge l' ipotesi una catena di responsabilità assai più ampia, dagli ispettori di sorveglianza ai medici. Quanto alla scelta di derubricare il reato, «era obbligatoria - commenta un magistrato astigiano - dato che il reato contestato, maltrattamenti, attiene alla sfera familiare e non può essere applicato in carcere. Il vero problema è che quel che è avvenuto qui configura un crimine che non è previsto dal codice italiano: quello di torture». Antigone intanto è stata ammessa come parte civile anche in un secondo, analogo processo a Firenze.
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