Città dell'accoglienza e non della sicurezza, Il Manifesto, 19/9/06

Commento
Città dell'accoglienza e non della sicurezza

Enzo Scandurra
La città contemporanea è diventata ormai il luogo esclusivo della convivenza; di quella condizione biologico-culturale e tecnica che Eugenio Scalfari ha definito come «senso di coappartenenza». Il mondo si avvia a diventare un'immensa città; così come la città - e i suoi modelli culturali e sociali - tende a coprire l'intero pianeta. In tal senso si pone urgente la questione di un nuovo rapporto tra libertà dell'individuo e forme organizzative della società. Ritorna d'attualità il pensiero di Hannah Arendt sulla condizione di convivenza tra diversi: convivenza e coappartenenza da un lato e diversità individuale dall'altro, sono i due estremi di un ossimoro attraverso il quale si presenta, oggi, la questione della democrazia. La condizione umana (condizione che si caratterizza per le sue premesse strutturali biologiche e culturali-sociali) è quella della pluralità.
Questa questione è insolita e inaudita per un Occidente che tende a difendere strenuamente la propria «identità» rispetto alle altre (è nota la tesi dello «scontro di civiltà» teorizzata da Samuel Huntington e che Edward Said ha provocatoriamente definito come «scontro di ignoranze»). Il problema non è né semplice né di facile soluzione. Innanzi tutto bisognerebbe smontare proprio la retorica pericolosa dello «scontro di civiltà»: con buona pace delle nostre diversità, afferma Amartya Sen, il mondo d'improvviso viene visto non come un insieme di persone, ma come una federazione di religioni e civiltà. Tuttavia anche il Canada che adottò il multiculturalismo, già a partire dal 1971, si trova oggi a dover riconoscere che esso, nato con l'intento di integrare, finisce con il legittimare le identità esistenti come fossero comunità separate, una sorta di «pluralità di monoculturalismi». Credo che Sen, in proposito, abbia detto cose interessanti dalle quali partire per affrontare questo difficile problema. Essere nati in una particolare comunità, ad esempio, non è di per sé un esercizio di libertà culturale, dal momento che non è una scelta, così come la decisione di rimanere saldamente legati alla propria tradizione sarebbe un atto di libertà se la scelta fosse fatta dopo aver preso in esame diverse alternative. Come a dire che il valore che la diversità può avere, in termini di libertà, dipende da come essa viene determinata e affermata. Nei tempi lunghi il problema è quello di consentire alle persone di fare le loro scelte e questo è possibile solo innalzando il livello culturale e la crescita della conoscenza dei singoli individui.
Ma come si risolve il problema nei tempi corti, anzi nell'emergenza prodotta dall'afflusso di masse sempre più consistenti di persone provenienti dai paesi più disparati e disperati del mondo? Capisco come questo problema possa far tremare i polsi a qualsiasi politico che tenti di affrontarlo partendo dal rispetto e dalla dignità delle singole persone e, al tempo stesso, cercando di non adottare soluzioni «violente» come il separatismo o tipi di sfratto che assumono la forma di deportazioni coatte e indifferenziate.
La questione della convivenza tra diversi e della ricerca di soluzioni non convenzionali ritorna all'ordine del giorno nei due drammatici sgomberi di Roma (quello del San Michele a Tor Marancia) e Milano (del cosiddetto «residence della malavita»). Come nelle migliori tragedie greche, anche qui si assiste allo scontro di due ragioni irriducibili: quello della sicurezza (la parola è brutta ma non saprei con cosa sostituirla) dei cittadini che chiedono di vivere pacificamente e quello altrettanto serio e valido degli immigrati che reclamano diritti elementari (l'abitare), ma che spesso producono anche pericolosi conflitti. L'emergenza, si sa, richiede soluzioni in tempi brevi e quindi è difficile sfuggire al rimedio di centri di accoglienza adeguati allo scopo ma che non dovrebbero, però, essere luoghi di tensione e di promiscuità conflittuale per gli stessi immigrati. Questo rimedio temporaneo dovrebbe comunque essere perseguito non con intenti repressivi o segregativi, ma come l'avvio di una politica urbana e sociale che metta in campo una progettualità positiva, una città dell'accoglienza, in una prospettiva virtuosa di messa in comune delle diverse conoscenze e saperi, di dialogo, di mutuo apprendimento, di sviluppo di nuovi sensi di appartenenza, e la decostruzione di falsi immaginari che vedono nell'altro il nemico, l'attentatore e che immobilizzano le identità in gabbie rigide. Non è una dolce utopia e neppure un sogno: rientra nelle cose possibili di una città all'altezza della sfida della vera modernità.
* Ordinario di Urbanistica a La Sapienza di Roma
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