Giustizia: intervista a Manconi; indulto, allarmi ingiustificati, Il Manifesto, 25/9/06

Giustizia: intervista a Manconi; indulto, allarmi ingiustificati

 

Il Manifesto, 25 settembre 2006

 

Sottosegretario Manconi, inizierei con una provocazione. Dopo l’indulto l’emergenza carcere può dirsi finita?

Nell’immediato e per un breve periodo si è molto ridotta. Perché quell’emergenza non era dovuta semplicemente alla sofferenza dei detenuti per il sovraffollamento. Un carcere sovraffollato significa un’assistenza sanitaria gravemente deficitaria, le possibilità di lavoro, formazione, istruzione e trattamento ridotte al lumicino, condizioni igieniche spesso spaventose e in generale condizioni di vita difficilissime per tutto il personale che opera negli istituti. Il sovraffollamento però rendeva impossibile qualunque progetto di riforma del sistema penitenziario e della giustizia nel suo insieme: per questo l’indulto era ineludibile e indifferibile. Con le carceri finalmente più agibili, per esempio, intendo promuovere una commissione sull’applicazione del regolamento penitenziario, ovvero come è stato realizzata, o meglio, disattesa la riforma del 2000.

 

Sui giornali però è scattata subito l’emergenza sicurezza. È un dato reale?

I mezzi di informazione pressoché all’unanimità hanno descritto il mese di agosto come un periodo ad altissima densità criminale. È completamente falso. Il numero degli arrestati è inferiore a quello dello scorso anno. E la recidiva dei beneficiari di indulto è pari all’1,8%. È certamente destinata ad aumentare ma non va dimenticato che il tasso "fisiologico" supera ordinariamente il 70%. L’"emergenza sicurezza", se esiste, non si deve di certo all’indulto. I media invece fin dall’inizio hanno galvanizzato e mobilitato i sentimenti di allarme presenti nell’opinione pubblica. Scrivere che Pietro Maso beneficerà dell’indulto senza dire che uscirà nel 2015 e non nel 2018 fa di certo notizia ma è estremamente poco serio.

 

Perché è accaduto?

Abbiamo assistito a un caso straordinario di conformismo. Con la sola eccezione di Liberazione e di qualche organo di stampa cattolico tutti si sono adeguati a un’idea della pena e del carcere sostanzialmente reazionaria. La questione era elementare: su un piatto della bilancia c’erano 15mila "poveri cristi", sull’altro qualche decina di corruttori e malversatori. Bisognava scegliere: non si potevano salvare i 15mila senza salvare anche gli altri. Una parte molto significativa della sinistra ha deciso che non voleva farlo e preferiva affondare entrambi, così quello che è stato un atto politico "di sinistra" come pochi altri nella recente storia d’Italia è stato rifiutato, malamente sopportato o, nel migliore dei casi, subito. Si è persa insomma una grande occasione per riflettere tutti sul senso della pena.

 

Quali sono le leggi più urgenti da riformare per non ritrovarci daccapo?

Nel programma ci sono almeno quattro punti precisi che sarebbero già una mano santa: il superamento della legge Cirielli, che è una legge liberticida che va respinta innanzitutto sul versante della recidiva. La Bossi-Fini, che nel 2005 ha portato in carcere 11mila stranieri solo per violazione delle norme sull’ingresso e sul soggiorno. Una violazione che in origine è un puro illecito amministrativo e non un reato. E poi va ripensata la legge sulle droghe perché è del tutto irrazionale. In pochi mesi alcune migliaia di persone trovate con una quantità di stupefacenti "ritenuta" eccedente le tabelle sono rimaste in carcere mediamente 15 giorni perché il magistrato non conferma l’arresto. Quelle due settimane di galera sono un puro intasamento delle carceri, un’afflizione immotivata e non convalidata dalla magistratura. Infine c’è la grande questione della depenalizzazione e decarcerizzazione. Dalla "commissione Pisapia" ci attendiamo che riduca le fattispecie penali in generale e soprattutto che proponga la cella come un’extrema ratio riservata alle persone socialmente più pericolose.

 

Questa maggioranza le sembra in grado di portare avanti un programma del genere?

Ci sono certamente componenti di tipo autoritario che hanno difficoltà ad accogliere queste idee ma credo che gran parte dei parlamentari le condivida. Sull’indulto del resto ci sono stati molti dissensi anche nel Pdci e nell’Italia dei valori.

 

Mediaset intende girare un "reality" in carcere. Che ne pensa?

La mia personale posizione è che sono contrario. In una recente interpellanza lei ha confermato l’esistenza di un anomalo sistema di "acquisizione e trattamento di informazioni" in carcere da parte di strutture del Dap.

 

In un’interpellanza parlamentare si era riservato ulteriori approfondimenti. Sono stati compiuti?

È una questione molto complessa. Posso dire che sono ancora in corso.

 

Non crede che senza un cambiamento al vertice del Dap è difficile portare avanti le riforme che intendete promuovere?

L’attuale capo del dipartimento è già stato designato dal Csm ad altro incarico. Un cambiamento dunque ci sarà e dovrà essere scelta una personalità davvero capace di scelte innovative.

 

È ipotizzabile una riorganizzazione del Dap, diventato nel corso degli anni una struttura elefantiaca e iper-centralizzata?

Se ne parla da più parti. Alcuni sindacati l’hanno anche sollecitata. Io penso che vada attentamente studiato un progetto di riforma complessiva anche decentralizzando alcune sue funzioni.

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