Saddam, il processo equo non è un optional, aprileonline 8/9/06

Crisi irachena     Intervista a Mauro Palma, rappresentante italiano nel Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura e dei trattamenti inumani e degradanti: "La prima battaglia si è persa quando nel nuovo ordinamento iracheno si è prevista la pena di morte. Restringere i valori democratici alla mera possibilità di esercizio elettorale, per altro realizzato in condizioni di occupazione, è pura miopia, se non follia". Il punto sulle difficoltà dell'Europa L'Europa indignata dice no alla pena di morte per Saddam Hussein. È "distante dalla nostra tradizione ed etica", afferma perentorio Romano Prodi. Gli fanno eco numerosi esponenti dell'Unione europea, dalla presidenza finlandese al francese Philippe Douste-Blazy, fino a Per Stig Moeller, ministro degli Esteri di un paese, la Danimarca, che ha partecipato alle operazioni in Iraq. Tutti contrari all'esecuzione in nome dei principi fondamentali dell'Unione, sanciti dall'Atto finale del Trattato di Amsterdam in cui e' espressamente messo nero su bianco il no comunitario alla pena capitale. Tuttavia, alla luce di quanto avvenuto intorno alla questione negli ultimi tre mesi in Italia e in Europa, lo sdegno dell'Ue appare poco convincente. Ne discutiamo con Mauro Palma, rappresentante italiano del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura e dei trattamenti inumani e degradanti.


In seguito alla campagna dell'associazione Nessuno tocchi Caino e a un voto unanime della Camera dei deputati il 27 luglio scorso, da Roma era partita la proposta di presentare all'Assemblea generale dell'Onu una risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali. Proposta che però si e' arenata proprio una volta giunta sul tavolo di Bruxelles. Perché?
La proposta sembra essersi arenata, è vero. Facciamo però un passo indietro: nel 1997 il governo italiano ha ottenuto per la prima volta il consenso della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani per una risoluzione contro la pena di morte da presentare all'Assemblea generale; risoluzione che dal 1999 in poi è stata presentata anche dall'Unione europea. La linea sin d'allora scelta è stata quella del coinvolgimento europeo su un impegno comune che allora sembrava solido e irreversibile.
Del resto da anni i paesi europei sono tra loro legati dall'impegno abolizionista, in quanto membri del Consiglio d'Europa che pone tale condizione per accettare un paese al proprio interno. E, con la deprecabile esclusione della Bielorussia, che esegue sentenze di morte, ne fanno ormai parte tutti gli altri - ben 47 stati, inclusa la Russia che, proprio per questo, attua una moratoria in attesa di cancellare formalmente la pena capitale dal proprio ordinamento. Per quanto attiene l'Unione poi il bando della pena di morte è incluso nell'Atto finale di Amsterdam.
Dunque, un impegno comune, europeo, per l'estensione dell'area dei paesi abolizionisti assunto sin dal 1999. Che però sembra meno pregnante in questo avvio del XXI secolo: da un lato le dichiarazioni di alcuni governanti, quale il primo ministro polacco, che non nascondono la propria preferenza per la pena di morte, da un altro le cautele di altri, che pur rappresentati di consolidate democrazie, sembrano intimiditi dall'enfasi sulla mutata situazione internazionale dopo il settembre del 2001 e dalla necessità di non irritare l'alleato d'oltreoceano. A tutto ciò si aggiungono anche gli interessi finanziari e commerciali di molti con paesi, quale l'Arabia Saudita, che mantengono ben attiva la pena di morte nel proprio ordinamento.
Si è così determinata una situazione di tiepidezza: si mantiene fermo il principio del rifiuto nel proprio paese, ma non si assume un ruolo propositivo perché altri paesi siano indotti ad assumere anch'essi la linea abolizionista.
Questo spiega alcune timidezze dell'Unione. E spiega perché, per esempio, la Gran Bretagna abbia fatto opposizione alla proposta di una mozione comune da presentare all'Assemblea. Del resto anche nell'immediatezza della notizia della condanna a morte di Saddam Hussein e prima di una correzione di rotta da parte del primo ministro Blair, proprio dalla Gran Bretagna, paese europeo e come tale vincolato a un attivo impegno per l'abolizione, sono venute voci di consenso istituzionale alla sentenza.
In questa fase di oscillazione e tiepidezza, la proposta per una risoluzione all'Assemblea è per ora venuta meno. Se ne parlerà tra un anno, probabilmente. Per ora si è scelta la via di mediazione proposta dalla Francia per una sorta di dichiarazione non vincolante e non strettamente impegnativa piuttosto che quella di una vera e propria risoluzione. Del resto questo scarso risultato è anch'esso un frutto amaro delle attuali procedure all'interno della Ue che si basano sull'unanimità.


Martedì si è aperto il secondo processo contro Saddam: quello per i 180 mila curdi uccisi tra il 1987 e il 1988 durante le campagne militari di Anfal. Anche in questo caso la pena di morte è ampiamente prevista. Poi si passerà all'appello per entrambi i procedimenti. Infine, a primavera, presumibilmente l'esecuzione. Possibile non si siano valutate le conseguenze, sul piano politico e su quello della sicurezza, sull'Iraq?
Su questo piano, la prima battaglia si è persa quando nel nuovo ordinamento di un paese che si diceva tornato ad avviarsi verso la democrazia si è prevista la pena di morte. Restringere i valori democratici alla mera possibilità di esercizio elettorale, per altro realizzato in condizioni di occupazione, è pura miopia, se non follia.
Ma, anche al di là di ogni valutazione di principio sull'inaccettabilità della pena di morte, è evidente che il processo avrà effetti sulla situazione interna e certo non nella direzione di diminuire il permanere di una crescente guerra civile interna. Dal punto di vista delle conseguenze sul piano politico e su quello della sicurezza interna, occorre considerare anche i tempi di questa sentenza e quelli della sua esecuzione, qualora sia effettivamente attuata. Un contro è l'immediatezza del rovesciamento di un regime tirannico, che spesso vede l'uccisione del tiranno con consenso popolare, un contro è la sua uccisione dopo anni vissuti nella totale insicurezza, determinata da una guerra imposta dall'esterno e sempre più divenuta conflitto anche interno. Si sono sedimentati odi, ritorsioni e irriducibili inimicizie, mentre è cresciuta la possibilità di avere armi e costruire gruppi armati territorialmente radicati.
In questo contesto l'esecuzione della sentenza rafforzerebbe l'impossibilità di ricostruire un tessuto condiviso nel paese. Non tragga in inganno la reazione relativamente calma e apparentemente poco interessata di larga parte dell'opinione pubblica irachena, così come almeno è stata riportata dalle poche fonti di informazione - quasi nessuna indipendente - ancora presenti nel territorio.
Credo ci siano spazi di margine politico per ottenere da parte dei paesi europei una conversione della sentenza, una volta confermata. L'Europa deve trovare una capacità di parola comune su questo tema, superando le difficoltà interne a cui accennavo, e una capacità di riaffermazione della propria carta di valori comuni - quale è la Convenzione europea per la tutela dei libertà fondamentali e dei diritti dell'uomo - nei confronti dell'alleato americano. In questo senso grande azione può e deve essere svolta dalla Germania nel semestre di sua presidenza che si sta per aprire.


Torniamo al processo. Che valutazione ne dai? Si possono invocare i "principi etici dell'Unione" e contemporaneamente permettere un processo "farsa"?
Ho fatto cenno prima alla Convenzione europea sui diritti umani. E' tale convenzione a costituire la ‘ratio' dell'esistenza stessa del Consiglio d'Europa. Questo è bene ricordarcelo e ricordarlo. Definita e formalizzata nel 1950 e ratificata dagli stati per accedere al Consiglio stesso, essa rappresenta la via europea per rendere effettivo quanto dichiarato nel dicembre 1948 alle Nazioni Unite circa i diritti fondamentali di ogni persona. Quella ‘Dichiarazione universale', infatti, ha un valore etico, non legalmente vincolante, quale lo ha invece una Convenzione, che è un trattato tra Stati. Tra i diritti fondamentali di ogni persona - quale che sia la sua cittadinanza, la sua responsabilità, la sua posizione individuale, sociale, giuridica - è incluso quello di avere un indipendente, rapido e giusto processo che stabilisca la sua responsabilità rispetto alle accuse contro di lui formulate.
Un processo equo non è un optional, ma un diritto fondamentale. E la Corte di Strasburgo, che appunto vigila a che la Convenzione sia rispettata, è spesso chiamata a stabilire se un processo completato in uno degli Stati del Consiglio, è stato o meno equo, operando così come il famoso "giudice a Berlino" del mugnaio tedesco che la tradizione letteraria ci ha tramandato come ultima risorsa per ottenere giustizia. Ovviamente questo nel contesto europeo: nessuno strumento è dato alla Corte o ad altri per intervenire sui processi che altrove avvengono.
Non ho elementi di diretta conoscenza delle fasi e delle procedure del processo a Saddam e forse sarebbe stato - e sarebbe tuttora - bene avere avuto maggiori sguardi su quanto avveniva in quell'aula. Non posso quindi definirlo a priori come farsa. Resto impressionato dagli attori presenti nella scena processuale: un giudice curdo, un procuratore sciita, gli avvocati dell'imputato sunniti. Una composizione che nel contesto di inasprimento delle lotte religiose se di appartenenza, in corso in Irak, rende il tutto piuttosto caricaturale, se non fosse drammatico. La stessa immagine di Saddam è stata una componente essenziale del processo: da un lato un tribunale che rilanciava l'immagine di se stesso come alta istanza chiamata a giudicare un criminale di guerra e che mantenendo questa sua connotazione voleva rafforzarsi, da un altro un imputato che rilanciava la propria immagine di vecchio capo militare caduto in campo di battaglia.
Tutte forzature processuali che portano lontani dall'equità di un processo. Ancora di più quando su tutto ciò vigila, volando al di sopra e roteando come un uccello che sorveglia che tutto vada avanti come dovuto, chi in quel paese ha portato la guerra e nel suo sviluppo ed esito costruisce il proprio consenso in patria. La pronuncia della sentenza a due giorni dalle elezioni di medio termine negli Stati Uniti sono un ulteriore elemento di questa scena processuale.


Quali altre strade sarebbero state percorribili?
Non ci sono vie maestre in questo campo. Certo era possibile avere un tribunale internazionale effettivamente indipendente; oppure era possibile avere un tribunale irakeno effettivamente tale, fuori cioè dalle influenze che il periodo di celebrazione del processo e la permanente occupazione del territorio determinano. Certo era possibile avere porte molto più aperte agli osservatori, rendere visibili tutte le procedure, lavorare all'interno di una ‘casa di vetro' e non lasciare spazio ad alcuna opacità.
Soprattutto era però necessario stabilire prioritariamente l'inaccettabilità della pena di morte e comunque la sua esecuzione. Questa anche per ragioni politiche dettate dalla necessità di diminuire la situazione di crisi e di conflitto interno nel paese. Da più parti si era detto che il processo doveva riunire gli irakeni segnando una svolta comune verso il futuro e chiudendo così con il passato. Questo non è stato: al contrario il processo ha diviso ancora di più e la sentenza pronunciata, qualora effettivamente eseguita, rischia di far diventare irreversibili tali divisioni.




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