Amato: "Così vedo l'Italia multietnica", Ministero dell'Interno, 19/11/06

Amato: "Così vedo l'Italia multietnica"

Intervista al Ministro dell'Interno sui temi dell'immigrazione nell'inserto Metropoli del quotidiano 'La Repubblica' - "Scelte urbanistiche dei Comuni e scuola decisive per l'integrazione"

INTERVISTA AL MINISTRO GIULIANO AMATO

di Vladimiro Polchi 

 

“L´INTEGRAZIONE è un affare difficile. Ma è la missione storica del nostro tempo». L'Italia non può tirarsi indietro. «Anche noi abbiamo vissuto la diversità del poveraccio: mio cognato, giovane calabrese, dopo la laurea in medicina voleva specializzarsi in Germania, ma nessuno gli affittò casa, perché aveva la pelle scura». Giuliano Amato, Ministro dell'Interno, parla a Metropoli e spiega la sua idea d'integrazione e convivenza.

Qual è un modello d'integrazione applicabile al nostro Paese?

«Sono sempre stato contrario ai modelli, come se altri Paesi fossero per definizione dei prototipi e noi quelli che, in termini imprenditoriali, fanno innovazione senza ricerca, cioè copiano l´innovazione degli altri. Guardare agli altri comunque serve e a maggior ragione in tema d'immigrazione”.

Perché?

«Perché solo ora in Italia, il tasso d'immigrati sulla popolazione complessiva, sia pure rimanendo tra i più bassi d'Europa, comincia ad avvicinarci agli altri, superando il tetto del 4%. Abbiamo un problema che in passato ci siamo posti di meno. Quanto al modello inglese d'integrazione, il caso del 7 luglio (gli attentati a Londra, ndr) dimostra che esiste il rischio che le seconde e terze generazioni cerchino l'identità negata, nel messaggio che arriva via internet da Al Qaeda: «Sii musulmano, contro l'occidente». Però, se uno é sufficientemente realista, capisce che questo non basta da solo a dire che il modello inglese è fallito. Perché se così fosse, noi dovremmo dire che falliamo quotidianamente nei confronti dei nostri ragazzi».
Dei nostri ragazzi?

«Certo. Se io prendo l'esempio di Napoli, devo dire che falliamo. Ma non solo Napoli, l'Italia intera si sta riempiendo di baby gang e il bullismo tra i nostri ragazzini va crescendo. I modelli sbagliati, di cui troviamo traccia nei branchi che si formano nelle nostre scuole, fanno tremare le vene ai polsi. In poche parole, esiste un problema generale nelle nostre società, di cui quello degli immigrati costituisce una parte più significativa».

Colpa della separatezza in cui vivono alcune comunità?

 «La separatezza è di sicuro qualcosa che nuoce. E ciò accade quando le comunità etniche o etnico-religiose vengono recluse o si autorecludono».

Quanto è importante allora il ruolo della scuola pubblica?

«E' centrale e i nostri insegnanti dimostrano una grande capacità di tenere insieme i vari bambini, rifiutando classi distinte per coloro che vengono da fuori. Apprezzo i tanti docenti che mi dicono: “E' faticoso, ma lo faccio"».

Basta questo per l'integrazione?

«No, serve anche un'attenta politica urbanistica degli enti locali».

Contro il formarsi di ghetti etnici nelle nostre città?

«Il rischio di ghettizzazione lo vediamo emergere, ma vediamo anche amministrazioni che lo combattono, con politiche di decongestionamento etnico».

Qualche esempio di amministrazione virtuosa?

 «La Toscana ha una buona politica d'integrazione, salvo con i cinesi che è difficilissimo mettere assieme agli altri. Pesaro ha promosso la convivenza nei quartieri centrali della città. E poi i comuni, come Padova: un esempio sfortunato di comune virtuoso, che seppure in ritardo, si sta adoprando concretamente per il decongestionamento».

Buoni insegnanti, bravi sindaci. E poi?

 «Poi ci vuole l'integrazione culturale, che ha come sfondo una domanda che mi sento spesso fare: riusciamo davvero a integrare le comunità islamiche?».

Qual è la sua risposta?

«Cristiani e musulmani si sono scannati con una ferocia senza pari nella storia. Nei primi secoli dello scorso millennio, era però l'Islam illuminato a fare da tessuto d'integrazione tra diversi, anche in Italia. Poi le strade si sono divise. Noi abbiamo creato lo Stato nazionale europeo, costruito su comunità bianche e cristiane. L'Islam intanto cadeva nel suo dogmatismo ideologico più retrivo, facendo dei Paesi musulmani degli Stati economicamente arretrati. Sono cresciuti risentimenti, che si abbeverano di letture del Corano sempre più delirantemente dogmatiche. Oggi, purtroppo scontiamo questo clima e vediamo la diversità come qualcosa di estraneo, mentre sei secoli fa era normale essere arabi, ebrei, cristiani. Non solo. Il diverso viene da noi, portando con sé una visione dell'Occidente come potere coloniale e interpreta ogni nostra indicazione d'integrazione come un'imposizione. L'integrazione è difficile. Ma è la missione storica del nostro tempo: riallacciare i fili tra occidente e oriente, ammettendo le colpe reciproche, come ha fatto Giovanni Paolo II, chiedendo perdono per gli errori della Chiesa».

Si parla molto del ruolo delle donne nell'Islam.

«Il principale problema con l'Islam riguarda proprio questioni di famiglia e di genere. Un'infermiera etiope mi ha raccontato di una donna musulmana che vive in Italia da otto anni segregata in casa, senza che nessuno l'abbia mai vista. Questo isolamento è inaccettabile. Ma ricordiamoci anche che noi abbiamo avuto il divorzio all'italiana e il delitto d'onore. Insomma il melting pot lo si può fare, sapendo quali enormi ostacoli la storia opponga e ricordando che pure gli italiani hanno vissuto sulla propria pelle la diversità del poveraccio».

L'integrazione presuppone il rispetto delle regole. Cosa pensa degli immigrati che vendono merce contraffatta?

«Sono solo l'ultimo anello di una catena di sfruttamento. E' iniquo caricare il tema della contraffazione sui vucumprà: a monte ci sono forti organizzazioni criminali. Ad Ansedonia ho un amico vucumprà. E' un bravo senegalese, che non vende merce contraffatta».

Cosa compra da lui?

«Di solito a comprare sono le signore. Da me, grazie al volontariato che ho messo in moto, ha 'strappato' 20 mila euro in libri e computer per la scuola del suo villaggio in Senegal».

Quando sarà pronta la riforma della legge Bossi-Fini?

«La modifica poteva essere pronta prima, ma sarà presentata entro Natale, perché abbiamo deciso di aprire un preventivo confronto con le istituzioni e le associazioni che si occupano di immigrazione».

Lei propone il ritorno dello sponsor e la creazione di liste di collocamento presso i consolati.

«Lo sponsor deve garantire che la persona che entra sia coperta dal punto di vista sanitario e dei mezzi di sussistenza».

I consolati riusciranno a far funzionare le liste?

«Le liste di collocamento potranno essere gestite direttamente anche dai Paesi ritenuti affidabili e da organizzazioni internazionali».

Lei ha detto: «La macchina delle espulsioni non funziona». Cosa cambierà?

«Il rimpatrio volontario può essere una soluzione. Ma la cosa più importante è la collaborazione dei Paesi di provenienza degli espulsi, con accordi di riammissione».

E' favorevole al voto amministrativo agli immigrati?

«E' una questione costituzionale. L'art. 48 parla di diritto di voto e lo attribuisce ai cittadini. Per questo ho presentato un disegno di legge, che avvicina la cittadinanza alla carta di soggiorno».

L'Italia ha preso una decisione sulla libera circolazione di romeni e bulgari dal 2007?

«Non ancora. Purtroppo i romeni hanno al loro interno anche una quota di criminalità organizzata. Nelle prossime settimane cercherò di stringere con la Romania un rafforzato accordo di collaborazione nella lotta alla criminalità. Se questo sarà soddisfacente non ci saranno limiti alla loro circolazione».

E i bulgari?

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