Malesia, un controverso disegno di legge per segregare i lavoratori stranieri, peacereporter.net, 03/03/07

Lavoratori in libertà vigilata
Malesia, un controverso disegno di legge per segregare i lavoratori stranieri
Il parlamento della Malesia dovrà deliberare a marzo su un controverso disegno di legge che, se approvato, porterebbe alla segregazione di fatto di tutti i lavoratori stranieri presenti nel paese.

Lavoratori segregati. In Malesia ci sono circa due milioni e 800mila lavoratori stranieri, per la maggior parte indonesiani, ma anche bengalesi, nepalesi, indiani e vietnamiti. Occupati soprattutto nel settore dell'edilizia, nell'industria e nelle piantagioni, i lavoratori migranti rappresentano circa il 12 percento della forza lavoro di tutto il paese: una risorsa che arricchisce la Malesia, ma anche, secondo il governo, i principali responsabili dell'ondata di violenza che ha fatto impennare il tasso di criminalità del 40 percento nel 2006. Una soluzione, secondo il governo, consisterebbe nel limitare fisicamente la libertà di movimento di questi lavoratori, affinché non possano più andare in giro a commettere reati. Il controverso disegno di legge prevede quindi che i lavoratori stranieri, al termine del loro orario di lavoro, debbano rimanere chiusi nelle loro abitazioni: fatiscenti baracche situate all'interno o in prossimità dei cantieri e delle piantagioni in cui lavorano. Non potrebbero lasciarle nemmeno nel loro giorno di riposo, a meno di non avere un'autorizzazione scritta del datore di lavoro che, a sua volta, dovrebbe registrare e trasmettere alla polizia tutti i movimenti dei suoi dipendenti. Un regime di apartheid, dunque, che non ha mancato di suscitare polemiche.

Le reazioni. Un coro di proteste ha accolto la presentazione del piano anti-migranti. Le associazioni per la tutela dei diritti umani in Malesia hanno espresso la loro indignazione, Amnesty International ha dichiarato che queste misure costituirebbero una violazione dei diritti umani fondamentali di ogni individuo, tra cui la libertà di movimento, l'uguaglianza di fronte alla legge e la presunzione di innocenza. Anche perché ai migranti, cui il governo imputa la responsabilità dell'emergenza criminalità in Malesia, sono invece da attribuire solo il 2 percento dei reati commessi nel paese durante lo scorso anno. Non criminali di professione e vocazione, dunque, ma capri espiatori. Quando non addirittura le prime vittime della violenza.

Gli abusi sui migranti. Le leggi malesi, infatti, sono lacunose e inadeguate a proteggere realmente i lavoratori immigrati. I datori di lavoro, ad esempio, hanno facoltà di trattenere i passaporti dei loro dipendenti stranieri, rendendo per loro molto più difficile (se non impossibile) sottrarsi agli eventuali abusi, allo sfruttamento e ai ritmi massacranti cui sono sottoposti. Non esiste un salario minimo garantito per legge, come non esistono provvedimenti che impongano ai datori di lavoro di concedere giorni di riposo ai loro dipendenti. Molte organizzazioni denunciano che le donne indonesiane, domestiche nelle case malesi, sono frequentemente ridotte alla schiavitù sessuale, mentre ai lavoratori migranti è fatto divieto di sposarsi. E forse, a breve, non potranno più nemmeno fare una passeggiata senza un permesso ufficiale.
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