Rassegna stampa Campagna 'Il carcere dopo l'indulto' - marzo '07

Visita al carcere di Castelfranco Emilia, senatore Grassi (Rc): poniamo fine agli 'ergastoli bianchi' comunicato stampa 19/3/07    

Il  senatore reggiano del PRC Claudio Grassi ha visitato oggi la struttura detentiva di Castelfranco Emilia. «Le celle – ha affermato il senatore all'uscita - sono in buone condizioni e rispettano le prescrizioni regolamentari del 2000. Quasi tutti i ristretti lavorano, per lo più impiegati nella manutenzione dell'area verde. Preoccupante è però la presenza di personale medico per 12 ore al giorno, visto il cospicuo numero di ristretti tossicodipendenti o alcoldipendenti. Resta, in generale, il dramma degli internati, persone che, dopo aver scontato la pena carceraria, sono sottoposte alla misura di sicurezza della casa di lavoro, prorogabile all'infinito. Spesso infatti non vi è un fine pena: gli internati non hanno alcun luogo né persona che li riceva una volta fuori. Di fatto viene negata la funzione di "reinserimento sociale" del carcere stesso".  

Castelfranco Emilia: senatore Grassi (Rc) visita Casa di lavoro,  comunicato stampa 18/3/07  

Lunedì il senatore del PRC Claudio Grassi entra nella casa di lavoro di Castelfranco Emilia. La struttura detentiva ospita circa 60 internati: persone che hanno già scontato la pena detentiva carceraria e condannate alla pena accessoria della casa di lavoro per un tempo relativamente indefinito perché dichiarati in sentenza delinquenti abituali, professionali o per tendenza. Si parla di "ergastolo bianco", perché tale misura ha una durata minima della pena ma non c’è una fine certa. Quando scade il periodo della durata minima (anche di quattro anni) l’autorità giudiziaria valuta se hai dato dei segni di reinserimento, altrimenti viene applicata una nuova misura di sicurezza.

Catelfranco, una delle quattro Case di lavoro presenti in Italia, è passata all’onore delle cronache anche per altre ragioni. Era il marzo 2005. La privatizzazione della pena prova a fare ingresso in Italia. Presso la casa di lavoro del Forte Urbano di Caselfranco, che nel Ventennio ha accolto detenuti politici antifascisti condannati dal tribunale speciale, entra in scena Muccioli. La gestione tout court della Casa di lavoro verrà affidata alla comunità di San Patrignano.

Da allora ad oggi, nessuna notizia, istituzionale e non, riguardo al destino della struttura. Una sola certezza: nel frattempo il disegno di legge Fini-Giovanardi diventa legge, i privati possono certificare lo stato di tossicodipendenza e possono così alimentare il proprio mercato terapeutico. Con il concreto rischio di un palese conflitto di interesse con il diritto alla salute (e alla libertà) dell’interessato.

La certificazione da parte di privati sta avvenendo un po’ in quasi tutte le carceri italiane. Nel frattempo l’attuale governo si trova a ratificare decisioni discutibili della precedente maggioranza (leggi, appalti per nuove strutture detentive, ad Avellino come a Savona, e non per ristrutturare le strutture preesistenti).

Succede addirittura l’assurdo che a Milano il Ser.T. non certifichi lo stato di dipendenza da droghe leggere (quindi il tribunale non concede la misura alternativa) anche perché non dispongono di programmi terapeutici per la dipendenza da tali sostanze. Il privato, che ha interesse a prendersi in carico anche il dipendente da marijuana, può invece essere indotto a certificare tale stato dell’arte perché gli fa percepire un introito (statuale o del singolo cittadino). Non sappiamo se ciò avviene a Castelfranco. Sappiamo solo che tale struttura era il fiore all’occhiello della precedente gestione Fini-Giovanardi-Castelli dove il business penitenziario rappresentava un rischio concreto. E vogliamo solo fare chiarezza sull’affare tossicodipendenze.

 

 

Savona: senatrice Haidi Giuliani chiede lavoro per i detenuti, Secolo XIX, 13 marzo '07

Ieri una delegazione di Rifondazione Comunista capitanata dalla senatrice Haidi Giuliani più i savonesi Giorgio Barisone e Milva Pastorino è stata in visita al Sant’Agostino. "La prima notizia è positiva: i detenuti per fortuna non sono troppi - ha detto Haidi Giuliani - Al momento sono 47, un numero appena superiore alla capienza ma non certo allarmante.

E c’è anche una seconda notizia positiva: presto una parte di loro potranno lavorare. Il carcere ha infatti dismesso il contratto con la ditta che fa le pulizie e farà svolgere il servizio ad alcuni detenuti che così potranno darsi da fare e aiutare le famiglie a casa. Il problema che resta, ed è grave, è invece quello della struttura antiquata e fatiscente" 

Visite nelle carceri liguri - Comunicato stampa del PRC di Savona, G.Barisone 13 marzo '07

 

Si è svolta lunedì 12 marzo l’ultima (in ordine di tempo) visita di una delegazione del PRC (sen. Heidi Giuliani, capogruppo cons. com. Milvia Pastorino, resp. carceri Giorgio Barisone) al carcere di Savona. La struttura del S. Agostino assai fatiscente è un ex convento  del 1400 ( con ristrutturazione parziale recente della casermetta degli addetti di polizia penitenziaria. La visita, che ha fatto seguito a quella dello scorso 10 Gennaio sempre con la sen Heidi Giuliani ( oltre al segret. Prov. Marco Ravera e Giorgio Barisone) ed a quella dello scorso 15 settembre 06 con il deputato Sergio Olivieri ed il consigliere regionale Marco Nesci ( oltre alle cons. provinciali Giuliana Cornetti e Wilma Parodi, al cons. comunale Sergio Lugaro e Giorgio Barisone), è dovuta all’allarme lanciato dalla stampa locale per il sovraffollamento che si sarebbe riscontrato negli scorsi giorni; al momento della visita, forse anche a seguito dei nostri interventi sui giornali degli scorsi giorni, si era già provveduto a smistare alcuni detenuti in altre carceri (Imperia e Sanremo) facendo di fatto rientrare il problema più immediato, e nella mattinata odierna lo “sfollamento” è continuato.Pur nella fatiscenza dell’istituto si registra una netta opposizione dei detenuti con affetti locali ad essere anche temporaneamente trasferiti onde non incidere negativamente sui rapporti con le famiglie.La strettezza della strada di accesso non consente neppure l’entrata dei cellulari addetti al trasporto detenuti che sono fatti scendere ammanettati in Via Paleocapa e caricati su auto per l’entrata in carcere e/o per il trasporto da/per il tribunale. La strada di accesso non consente l’arrivo di mezzi pesanti di soccorso (tipoVVFF). Solo negli ultimi tre anni, a seguito delle nostre continue precedenti visite ( dal 2002 ad oggi siamo stati in visita con l’attuale cons. reg. Marco Nesci, con l’Assessore Franco Zunino, l’ex cons. Fortunati, i deputati Graziella Mascia, Ramon Mantovani, Vittorio Agnoletto) e pressioni politiche anche di numerose altre forze, si è provveduto a dotare di aspiratore e lavabo i gabinetti delle celle che sono comunque sprovviste di docce e di acqua calda. A Gennaio 07 sono stati appaltati i lavori della nuova struttura in località Passeggi: se da un lato è positivo per la situazione di degrado, dall’altro sarà un forte problema di impatto ambientale territoriale vista la mega struttura prevista per 250 carcerati, fuori dalla città con tutti i problemi di collegamenti e di “isolamento”conseguenti. Oltre a ciò i tempi tecnici parlano di 7/10 anni; è quindi necessario fare in modo che l’attuale struttura già fatiscente non venga abbandonata a se stessa.Il numero dei detenuti è storicamente sempre superiore a 50/60 con punte di 75/80 in celle a 8 posti con castelli, chiuse 24 ore. Moltissimi stranieri, oltre il 50%. Alla data dell’ultima visita, su capienza 36 presenti 47, con riapertura di tre celle sotto il livello della strada con umidità e conseguenti problemi.Questa visita si inserisce nel contesto del monitoraggio nazionale che, per la regione Liguria, ci ha visti presenti con la Compagna senatrice Heidi Gaggio Giuliani nelle altre carceri di Genova Marassi e Genova Pontedecimo il 19 Gennaio scorso ( oltre alla capogruppo in cons. comunale Patrizia Poselli e Giorgio Barisone) ed il successivo 5 marzo a Imperia (con il segretario prov, Pasquale Indulgenza e Giorgio Barisone) e SanRemo (con Edoardo Trucchi e Giorgio Barisone) e che terminerà nei primi giorni di Aprile con la visita ai carceri di La Spezia e Chiavari.Analogo giro di visite, che per la nostra regione sono ormai divenuti importanti appuntamenti calendarizzati con notevole frequenza, ci aveva visti impegnati dal 3 luglio  al 16 ottobre  2006 con delegazioni guidate dal compagno deputato Sergio Olivieri che, nel periodo immediatamente precedente e successivo all’indulto, ci aveva permesso di monitorare la situazione carceraria ligure con interventi in tutte e sette gli istituti liguri.Durante tale periodo erano state realizzate apposite schede che, aggiornate con il secondo giro in corso e con le modifiche proposte dal nazionale, ci daranno modo nei prossimi giorni di presentare il panorama aggiornato e completo della realtà ligure.   

 

Conferenza stampa visita casa circondariale di Voghera.  Alberto Burgio – 12 marzo 2007

 

“Formalmente la struttura di Voghera è una casa circondariale, quindi una struttura al servizio del territorio e con il quale il territorio dovrebbe avere uno scambio utile al reinserimento dei detenuti. Di fatto, invece, in via Prati Nuovi si sta creando una struttura ad alta sicurezza, che ospita in maggioranza detenuti trasferiti da lontano e che scontano pene lunghe o l’ergastolo in regime di alta sicurezza o elevato indice di vigilanza. Un cambio di pelle che contrasta però con la mancanza di vertici stabili, visto che il direttore è in missione e il comandante della polizia penitenziaria sottolineava l’organico carente dei graduati e degli agenti.

È in corso una trasformazione del genere essenzialmente perché le strutture pavesi sono una sorta di valvola di sfogo per il bacino milanese. È un luogo di pena, ma le potenzialità sono buone. Esiste un laboratorio di falegnameria e una serra, ci sono corsi e i detenuti possono lavorare ad un progetto per la digitalizzazione delle fustelle mediche. Servirebbe più contatto con il territorio: la città e soprattutto l’amministrazione vivono l’istituto di via Prati Nuovi come un corpo estraneo. E questo ostacola il reinserimento, che è un ruolo costituzionalmente riconosciuto delle pene definitive”.

 

Visita al carcere di Bellizzi, Tecce chiama gli enti locali Ottopagine, 11 marzo ‘07

 

 

«Con l’indulto il numero dei detenuti di Bellizzi è sceso del 50 per cento. Solo un beneficiario dell’indulto è rientrato in carcere, rispetto una media nazionale del 10 per cento. La struttura resta fatiscente nonostante il fatto che, grazie alla diminuzione del numero di detenuti post indulto, siano stati effettuati lavori di ristrutturazione della sezione transito. Risulta opinabile la decisione del precedente governo di costruire un nuovo padiglione detentivo piuttosto che destinare i fondi al ripristino di condizioni minime di vivibilità dell’istituto. Drammatici i dati sanitari: circa il 70 per cento dei ristretti fa uso di psicofarmaci, il 60 è tossicodipendente, il 40 ha l’epatite. Il magistrato di sorveglianza, organo essenziale per il rispetto dei diritti dei detenuti e per il loro graduale reinserimento sociale, entra in istituto una volta ogni sei mesi mentre la legge prescrive almeno una visita al mese. Anche per questa ragione non è positivo il giudizio sulle attività trattamentali: non ci sono detenuti semiliberi, soltanto 5 detenuti lavorano all’esterno dell’istituto; 95 i lavoranti, a turnazione e per sole 3 ore la giorno, all’interno della struttura; al momento non si svolgono corsi di formazione professionale. Sono 2 i bambini presenti. Persiste il dramma della loro permanenza in istituto per l’intero arco della durata della pena della madre, al contrario di quanto avviene in altri istituti carcerari italiani». Secca, dunque, la condanna del senatore del Prc Tecce e del rappresentante di Antigone Santoro: «Dove sono gli enti locali? E’ possibile che non si riesce a creare una convenzione con un asilo nido comunale per permettere ai due bambini attualmente ristretti di frequentare la scuola pubblica? E’ possibile che questi bambini escono al massimo 2 volte all’anno dal carcere?».

 

Bimbi in carcere e mamme detenute: «Ad Avellino le condizioni peggiori» Ottopagine, 9 marzo ‘07

Il carcere di Avellino è uno dei pochi in Italia ad avere una sezione femminile e l’unico in Campania ad avere un "nido" per i figli delle detenute. Un primato che restituisce però anche tutti i problemi che le mamme detenute affrontano quotidianamente. Su questi problemi ospitiamo l’intervento di Gennaro Santoro, coordinatore dell’osservatorio Antigone: «La prima volta che ho visitato il nido del carcere di Avellino i bambini sono scoppiati a piangere, perché non abituati a vedere facce nuove o persone di sesso maschile. Forse non tutti sanno che le donne, in attesa di giudizio o in esecuzione pena, possono finire dentro con i propri bambini. Una misura adottata al fine di evitare il dramma della separazione tra madre detenuta e figlio in tenera età; una misura che però crea l’aberrazione della detenzione di piccoli innocenti, abituati a vedere il cielo a scacchi, dietro le sbarre. Se chiedi perché a Roma i bambini del carcere di Rebibbia frequentano gli asili pubblici ed escono dall’istituto almeno una volta a settimana e in altre città sono in istituto 360 giorni all’anno su 365, perché a Nuoro le detenute stanno quasi sempre in cella e a Venezia mai, novanta su cento ti viene risposto "ogni carcere è un mondo a sé". Una frase tristemente vera, densa di significati. Perché il trattamento penitenziario espletato nei 208 istituti carcerari italiani dipende dalla magistratura di sorveglianza competente, dalla direzione dell’istituto, dall’intervento degli enti locali e dalla sensibilità della società civile. E, si badi bene, parlare della condizione di vita dei detenuti non vuol dire solo parlare di rispetto dei diritti umani o di giustizia: il carcere è una cartina di tornasole dello stato di salute di una democrazia, di una realtà locale. Da questo punto di vista possiamo dire che la democrazia italiana è malata e, al suo interno, la realtà irpina è malata, per così dire, un po’ di più della media nazionale. Un esempio per tutti: è possibile che se una madre viene arrestata il destino, la crescita sana del proprio bambino dipende dal fatto se la stessa viene destinata in un carcere piuttosto che in un altro? Ci tengo a precisare, a scanso di equivoci, che le responsabilità della disparità di trattamento dei bambini detenuti è della magistratura di sorveglianza e della società civile irpina, prima ancora che degli enti locali e della direzione dell’istituto. A Milano è stata istituita una casa famiglia per detenute madri, con tutti gli accorgimenti necessari alla sana crescita dei piccoli ristretti innocenti. Ad Avellino non solo i bambini vedono il cielo a scacchi dietro le sbarre 360 giorni all’anno, ma succede qualcosa di altrettanto grave allorquando al compimento del terzo anno di età devono lasciare il carcere e la mamma per essere affidati a terzi. Recentemente la Caritas ha tentato di chiedere l’affidamento di una bambina detenuta (da due anni!) che aveva compiuto tre anni e della madre, assicurando ospitalità alle stesse presso la casa-famiglia Nicodemi. Orbene, con motivazioni aleatorie la magistratura di sorveglianza ha negato alla bambina e alla propria madre di continuare a vivere insieme. Insomma, volendo focalizzare la sola questione dei bambini in carcere, possiamo dire che ad Avellino siamo messi male. Oltre la direzione dell’istituto, la caritas e il cif chi si interessa dei bambini in carcere? Chi si interessa del loro destino al compimento del terzo anno di età? Chi si sdegna del fatto che piccoli innocenti vivono ad Avellino peggio che in altre realtà nazionali? Non certo gli enti locali che dovrebbero creare convenzioni con le scuole pubbliche, fornire un autobus e un assicurazione (il tutto ad un costo bassissimo) per diminuire il disagio esistenziale dei piccoli ristretti. Non certo la magistratura di sorveglianza e la società civile irpina che si disinteressano completamente della questione: i primi ponendo veri e propri ostacoli, i secondi che non pungolano le autorità competenti a svolgere i loro compiti nel rispetto del dettato costituzionale. La sacralità della famiglia viene invocata, ad Avellino come nel resto di Italia, solo per escludere i diritti delle coppie di fatto; viene messa da parte allorquando si tratta di figli di detenuti. Tutti ci sdegniamo quando vi sono maltrattamenti ‘occasionali’ a discapito di minori ‘liberi’. Al contrario ignoriamo la disumanità ‘quotidiana’ che patiscono i piccoli ‘ristretti’ nel carcere di Avellino. Mi auguro che tutti, nel loro piccolo, facciano uno sforzo per alleviare le sofferenze dei bambini di Bellizzi».

 

 

 

Avellino: il senatore Raffaele Tecce visita carcere di Bellizzi, Irpinia News, 9 marzo '07

Domani sarà in visita ad Avellino il senatore Raffaele Tecce. Alle ore 10, nell’ambito della campagna nazionale "Il Carcere dopo l’indulto" promossa dall’Associazione Antigone e da Rifondazione Comunista, Tecce si recherà al Carcere di Bellizzi assieme a Gennaro Santoro (esponente di Antigone) e al Segretario Provinciale del PRC-SE Gennaro M. Imbriano.

La campagna prevede 50 visite nelle carceri italiane, per verificare le condizioni di detenzione post indulto, con attenzione al funzionamento dell’assistenza sanitaria e alla mancata attuazione del regolamento penitenziario. "Vogliamo rivolgere uno sguardo su una realtà che, nel dopo indulto, rischia di tornare all’oblio.

Attraverso questa campagna cercheremo di premere per l’abolizione dell’ergastolo, scrivendo la parola fine alla detenzione in carcere dei figli e delle figlie delle detenute. Sarà un momento di informazione e discussione – dichiarano Santoro ed Imbriano - sugli iter legislativi relativi all’istituzione del Garante dei detenuti, alla riforma del codice penale, così come alle abrogazioni delle leggi Fini-Giovanardi, Bossi-Fini,ex Cirielli.

La campagna si pone l’obiettivo di contribuire a mutare il paradigma culturale securitario per passare dal diritto alla sicurezza alla sicurezza dei diritti". Cosi si esprime a riguardo invece il senatore Tecce: "Nel D.P.R. 230/2000 venivano riportati dati drammatici: l’82,6% dei detenuti viveva in carceri dove non vi sono cucine ogni 200 persone ristrette. Il 55,6% si trovava in carceri dove non sono consentiti colloqui in spazi all’aria aperta.

Il 29,3% dei detenuti non può direttamente accendere le luci dall’interno della propria cella in quanto vive in camere dove gli interruttori sono situati solo all’esterno. Il 7,69% risiedeva in carceri dove nelle celle non c’è sufficiente luce naturale in quanto vi sono schermature alle finestre. Il 18,4% in celle dove anche durante la notte vi è luce intensa e non c’era luce fioca o attenuata. Il 64,39% in carceri dove non c’era neanche un mediatore culturale.

Era il 20 settembre del 2000 quando entrava in vigore il nuovo Regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario. Niente di rivoluzionario, solo norme di buon senso che avevano lo scopo di migliorare la qualità della vita delle persone detenute.

A distanza di oltre 6 anni sono moltissime le Carceri fuori legge. La nostra campagna serve a non dimenticare questa emergenza, facendola entrare nell’agenda politica". Alle ore 12 il Sen.Tecce e il Segretario provinciale Imbriano saranno al Comune di Avellino per incontrare gli LSU, che da un mese stanno occupando pacificamente il Municipio per chiedere la stabilizzazione. Una vicenda che il Partito di Bertinotti sta seguendo da tempo, anche grazie alla disponibilità dimostrata dall’Assessore regionale Corrado Gabriele. E alle 12.30, al termine della mattinata, il Senatore Tecce terrà una breve conferenza stampa proprio di fronte al Comune.

 

 

 

Savona: carcere sovraffollato, nuova visita di Rifondazione Secolo XIX, 8 marzo '07

Savona. Torna d’attualità il dibattito sul carcere di Savona, il numero eccessivo di detenuti nella casa circondariale di Sant’Agostino. Oltre cinquanta i detenuti rinchiusi, quindici in più rispetto alla capienza prevista. Celle in cui vivono anche sette-otto detenuti, in condizioni anche igienico sanitarie difficili. Già finito, dunque, l’effetto indulto del novembre scorso che aveva ridotto il numero dei carcerati a 35 unità. Non si può attendere solo la realizzazione del nuovo carcere, bisogna guardare alla realtà presente e alla situazione drammatico del Sant’Agostino - spiega Giorgio Barisone, responsabile del settore carceri per Rifondazione comunista -.

È necessario utilizzare strutture che hanno spazi liberi, come il carcere di Imperia - prosegue Barisone - il Sant’Agostino resta infatti uno dei peggiori della Liguria e in Italia. Un nuovo sopralluogo da parte di una delegazione di Rifondazione comunista è prevista per la prossima settimana, con la presenza del deputato Sergio Olivieri, la senatrice Haidi Gaggio Giuliani, lo stesso Giorgio Barisone, il segretario provinciale di Rifondazione comunista, Marco Ravera, il capogruppo regionale Marco Nesci, l’assessore regionale Franco Zunino e consiglieri provinciali e comunali. Verranno inoltre presentate due interpellanze sulle condizioni del carcere di Sant’Agostino di Savona al consiglio regionale e in Parlamento.

 

Fine pena? Mai. In carcere tutta la vita, l'altra “pena di morte”

di A. Antonelli, Liberazione 7 marzo ‘07

 

La vita e la morte. Per sempre e mai più. Dietro le sbarre gli estremi si toccano, declinazioni opposte e uguali della parola “fine”. E l’ergastolo e la pena capitale sono due sciacalli che percorrono lo stesso miglio verde dell’inciviltà giuridica. Una strada che ci parla di aberrazioni e di sconfitte, dell’uomo e del “sistema”: sanzioni eliminative, neutralizzazione fisica e morale, l’impossibilità di un riscatto sociale, lo svilimento della stessa ragione della giustizia, che diventa accanimento, vendetta. Soppressione.

Il nesso è logico, necessario, eppure ardito. Tanto che oggi i promotori della legge per abolire il carcere a vita, e chiedere di pari passo una moratoria immediata della pena di morte, sono costretti ad autoproclamarsi “rivoluzionari”. Si tratta di una rivoluzione assai strana, se a distanza di tre secoli occorre scomodare il buon vecchio Beccaria. Ma tant’è, e occorre provarci. Con convinzione. Rifondazione comunista è in prima linea: contro le pene disumane. Il convegno organizzato dall’area nuovi diritti e poteri istituzionali del partito, che ha chiamato a raccolta parlamentari, associazioni ed esponenti del governo, è stata l’occasione per ribadire un “sì” e due “no”. Il “sì” è alla commissione parlamentare sui diritti umani, che dovrebbe vedere la luce fra due settimane. I due “no” riguardano pena di morte ed ergastolo.

Sul primo punto c’è l’avvio di un impegno internazionale, propiziato da un grande lavoro del governo italiano, affinché la moratoria torni prepotentemente nell’agenda delle Nazioni Unite. Il sottosegretario agli Esteri Bobo Craxi assicura che ci sono aperture da parte di paesi prima recalcitranti , <orecchie attente a comprendere il valore della battaglia>. Ma c’è la sensazione che ciò riguardi destini “altri”, quando invece dei 54 stati in cui è in vigore la pena di morte, 10 appartengono al novero delle cosiddette “democrazie liberali”.

Il vero scoglio, la scommessa più difficile di casa nostra, è l’altra “pena di morte”: quella che dura tutta la vita. Alla Camera da ottobre c’è un progetto di legge per abolire l’ergastolo a firma di tutti i parlamentari del Prc. Si spera che stavolta non ci siano intoppi, come quelli che nel 1998 fecero naufragare un’analoga proposta della senatrice Ersilia Salvati: allora sembrò che si fosse trovata un’ampia convergenza tra le forze politiche, ma dopo il sì di palazzo Madama arrivò lo stop di Montecitorio. Oggi l’esito è altrettanto imprevedibile: se sulla riforma del codice penale – riconosce Arturo Salerni, responsabile carceri di Rifondazione – c’è unanimità nell’Unione, non si può dire lo stesso sull’abolizione del carcere a vita. Ma è proprio la riforma del codice l’occasione d’oro da non sprecare. In quel contesto l’eliminazione dell’ergastolo, fa notare il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, potrebbe generare un utile effetto domino per ridurre tutte le altre pene. E dunque produrre una umanizzazione del sistema penitenziario in generale.

Se si parte da lì, riflette Imma Barbarossa, dal bisogno di umanizzare la giustizia, si riesce a capire che la cancellazione delle pene definitive, ergastolo e pena di morte, è il comune approdo della stessa battaglia di civiltà. Un approdo già inscritto nel dettato costituzionale, laddove all’articolo 27 si prevede che la pena abbia finalità rieducativa. E se è vero che la carta fondamentale nulla dice sull’eliminazione dell’ergastolo, è altrettanto vero che gli stessi padri costituenti, con il “lodo Dossetti”, avviarono una discussione per invitare il legislatore ad agire in quella direzione. Sono passati sessant’anni e quella battaglia di civiltà è ancora attuale. Né si può dire che la vittoria sia dietro l’angolo dal momento che, argomenta l’europarlamentare del Prc-Sinistra europea Giusto Catania, bisogna fare i conti con un lento, graduale arretramento della cultura giuridica europea, in cui il precipizio è rappresentato dall’adesione acritica alla nuova guerra al terrore, in nome della quale i diritti vengono sospesi.

L’unico modo per blindare questi diritti, allora, è fare in modo che l’abolizione delle sanzioni definitive sia ricondotta nel recinto dei valori non negoziabili, dei beni non disponibili. E per far ciò, incalza il sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi, è necessario oltrepassare i confini statuali, interrogare un impegno sopranazionale. E costruire un nuovo senso comune. Con una precisazione scomoda ma essenziale: che cadano tutti gli steccati, comprese le rigidità, lo spirito di conservazione e i residui di autoritarismo che albergano anche in una certa subcultura di sinistra. Manconi porta ad esempio la <galvanizzazione sentimentale delle masse> in occasione dell’indulto. Ma il monito è valido per tutti gli approcci erronei ai problemi della giustizia, perché c’è da vincere quello che Giovanni Russo Spena definisce un <giustizialismo istituzionale> che risponde alla domanda di sicurezza della società solo con l’inasprimento delle pene.

L’obiettivo è invertire la rotta. Radicalmente. Nella pratica della giustizia e nella cultura sociale. Messa così, allora, la parola “rivoluzione” fa meno sorridere.

 

 

 

 

 

Viterbo: Rc visita il carcere; c'è poco spazio e poco lavoro

Viterbo News, 6 marzo '07

 

Continueremo a lavorare per migliorare le condizioni di vita della popolazione detenuta all’interno del carcere Mammagialla di Viterbo: c’è ancora molto da fare per arrivare a un sostanziale cambiamento di questa realtà penitenziaria". Lo ha detto Ivano Peduzzi, capogruppo del Prc alla Regione Lazio che ieri mattina insieme al segretario del Prc della Federazione di Viterbo Mario Ricci, e alla coordinatrice dell’Osservatorio sulle carceri dell’Associazione Antigone Susanna Marietti, ha fatto visita al carcere di Viterbo.

"Certamente - ha detto Peduzzi - in seguito al provvedimento di indulto il problema del sovraffollamento è stato ridimensionato, ma non risolto. A fronte dei 680 detenuti presenti al Mammagialla prima di agosto, oggi ce ne sono 470, cifra che tuttavia non risponde alla capienza regolamentare che è di 433.

Inoltre, la chiusura a rotazione di due sezioni del carcere per eseguire, secondo quanto riferito dalla direzione, lavori di manutenzione ordinaria, ha determinato che quasi tutte le celle, molto piccole e pensate come singole, sono di fatto occupate da due detenuti. Peraltro, molte di queste celle, non hanno luce naturale sufficiente e sono prive di acqua calda. Altro problema poi - ha aggiunto il capogruppo del Prc alla Pisana - riguarda le scarse opportunità di lavoro e le altrettante poche attività formative e di socializzazione previste per l’inserimento dei detenuti, nonostante esistano numerosi progetti di formazione professionale e di inserimento in settori come l’agricoltura, la raccolta differenziata e lo sviluppo delle energie alternative.

In merito, ancora una volta, abbiamo riscontrato carenze da parte della magistratura di sorveglianza che rendono ancora più difficile la vita dei detenuti che non possono usufruire dei benefici e delle misure alternative previste dalla legge. Infine - ha concluso Peduzzi - permangono le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari.

La visita di ieri, infatti, che si colloca nell’ambito della campagna semestrale che il Prc ha organizzato a livello nazionale con Antigone per monitorare le carceri nel post-indulto, con particolare attenzione all’applicazione del regolamento penitenziario e allo stato dell’assistenza sanitaria, ci ha confermato l’urgenza di approvare quella legge regionale voluta fortemente da Rifondazione comunista che prevede l’assunzione diretta di responsabilità per il trattamento sanitario penitenziario da parte della Regione." 

 

 

 

 

 

Saluzzo: Sergio Dalmasso (Rc) sulla situazione del carcere PMnet, Comunicato stampa Sergio Dalmasso, Consigliere regionale Piemonte, 6 marzo 2007 

 

Una delegazione del Partito della Rifondazione comunista, formata dalla senatrice Daniela Alfonzi, dai consiglieri regionali Sergio Dalmasso e Juri Bossuto, dal funzionario del Gruppo consiliare Roberto Moretto e da Edgardo Filippi della L.I.D.A. (Lega Italiana Diritti Animali) ha visitato, ieri lunedì 5 marzo l’istituto penitenziario di Saluzzo.

La struttura è aperta dal 1992 ed ha sostituito la vecchia "Castiglia" ubicata nel centro storico della cittadina; la capienza regolamentare per i detenuti è di 187, ma il carcere ne ha praticamente sempre contenuti il doppio - nel corso delle nostre precedenti visite la popolazione detenuta oscillava tra i 300 e i 360 - ora, dopo l’indulto i numeri sono molto più vicini al previsto: ieri erano 220. Dobbiamo dire che la differenza si vede: con questi numeri più "umani" è molto più facile, per l’Amministrazione penitenziaria, fornire quelle possibilità di reinserimento sociale che la Costituzione prevede.

Ben 20 detenuti godono dei benefici dell’art. 21 (lavoro esterno) della legge carceraria e quasi tutti sono impiegati presso gli enti locali del territorio. A tal proposito, un significativo indice della recettività del territorio è dato dal fatto innovativo che questi detenuti hanno a disposizione un alloggio esterno in cui possono trascorrere quei momenti di relazioni socio-affettive che il loro programma trattamentale gli consente.

La Polizia penitenziaria continua a versare in una situazione di organico sottodimensionato,soprattutto a causa dei distacchi in altri istituti, soprattutto del Sud Italia. L’area pedagogica ora, grazie anche ai due educatori a tempo determinato assunti grazie alla recente legge regionale, riesce ad adempiere ottimamente al suo mandato istituzionale; residua però il problema della sempre più necessaria stabilizzazione di questi lavoratori. Sarà anche compito di questa delegazione adoperarsi presso il Governo in tal senso.

È positiva, ed ora anche quasi sufficiente rispetto all’attuale domanda, la presenza di corsi scolastici e di formazione professionale. Sono attivati corsi di alfabetizzazione (licenza elementare) frequentato in particolare da immigrati, ma anche da alcuni italiani; la formazione professionale propone due corsi biennali di falegnameria e per cuochi, uno (annuale) in florovivaistica - ed è interessante l’interazione di questo corso e di quello per cuochi con Slowfood - e vi è anche un corso in legatoria.

È in funzione un laboratorio artistico di mosaico. Esiste uno storico giornalino interno che, alcune volte all’anno, esce come supplemento al "Corriere di Saluzzo". Da quasi un anno inoltre, la TV a circuito chiuso, oltre alla programmazione cinematografica, produce un TG interno multilingue che ha suscitato un grande interesse del mondo dei mass media italiana e estera (BBC). Molto apprezzata all’esterno l’attività teatrale che tutti gli anni apre al mondo esterno le porte del carcere con suo spettacolo autoprodotto.

Alquanto deficitari sono invece i collegamenti dei servizi pubblici con la città di Saluzzo. Tra i pochi impegni assunti nella campagna elettorale del 2005 (regionali), il maggiore era stato quello di visitare, se eletto, tutte le carceri piemontesi. Ho terminato il giro nel primo anno di mandato e ora ho iniziato il secondo.

La differenza: l’alleggerimento prodotto dal tanto discusso indulto del luglio scorso. La situazione resta pesantissima, colma di enormi problemi sociali e materiali. La struttura delle carceri è vecchia e spesso cadente, anche alcune recenti presentano problemi enormi; non a caso, pochi decenni fa vi fu lo scandalo delle carceri d’oro (speculazioni, costi aumentati, a danno della qualità e delle condizioni di vita dei detenuti, appalti...). Le stesse norme nazionali sugli spazi, sulla metratura delle celle, sui servizi igienici non sono quasi mai applicate.

La continua penuria di fondi rende difficili anche i lavori ordinari, quelli di semplice manutenzione. Il rapporto con la realtà esterna è spesso difficile. Gli operatori, le associazioni di volontariato, tutti i gruppi che operano su questa realtà si impegnano al massimo, ma il muro carcere/società, istituzione totale/città continua a vivere, soprattutto nella mentalità comune, nei comportamenti, spesso anche nella scarsa attenzione di forze politiche ed amministrazioni locali.

La realtà piemontese presenta situazioni differenziate: carceri per detenuti con condanne brevi (massimo tre o cinque anni) quali Fossano e Verbania, quindi con condizioni e rapporti migliori rispetto alla media, realtà con problemi strutturali pesanti (Ivrea), altre con attività interne, ma un sovraffollamento gravissimo (Torino), altre ancora con la realtà specifica di sezioni soggette all’articolo 41 bis (quello nato negli anni di piombo) con rigida limitazione di ogni forma di contatto esterno (visite, aria…).

Ogni realtà presenta problemi specifici anche per i problemi della polizia carceraria che abbiamo imparato a conoscere meglio in questi mesi: carenza di organici, lontananza degli agenti da casa, difficoltà di inserimento nel nuovo ambiente e di trovare abitazione, contratti di lavoro spesso scaduti da anni. Il nostro convegno vuole iniziare a ragionare su questi temi, ma soprattutto sulla progressiva trasformazione della realtà carceraria nel corso degli ultimi decenni.

Ovvia la trasformazione della tipologia media dei detenuti: i carcerati degli anni ‘40 e ‘50 (disoccupati, ladri, alcolizzati, mendicanti…) vengono progressivamente sostituiti da immigrati dal meridione e da fenomeni legati ai processi di inurbamento. Gli anni ‘70 vedono una maggiore presenza di una dimensione politica, legata agli "anni di piombo". Tra i ‘70 e gli ‘80 il fenomeno della tossicodipendenza ha un riflesso pesante anche sulla realtà carceraria. Negli anni ‘80 si hanno prima la legge sulla depenalizzazione dei reati minori, poi la legge Gozzini che apre a misure alternative alla detenzione (semilibertà, affidamento in prova). La realtà attuale, almeno pre-indulto, vede almeno un terzo di detenuti immigrati da paesi poveri, un terzo detenuto per tossicodipendenza.

È ovvio che solo una modificazione di leggi può invertire la tendenza ad una società che fa sempre più ricorso alla detenzione (cosa chiesta da parte consistente dell’opinione pubblica), che il carcere deve entrare veramente "nell’agenda politica" non come tema secondario, che anche i nostri iscritti debbano coglierne l’importanza.

Proposte elementari debbono essere presentate sulla sanità carceraria, sulle forme di contatto con la città (dagli autobus, alle biblioteche, agli spettacoli), sul lavoro (tema centrale e ineludibile, da quello interno a quello esterno), sui temi specifici relativi agli immigrati (lingua, contatti con la famiglia…), soprattutto sul dopo carcere (accoglienza, avviamento al lavoro) per impedire le ricadute. Per questo ci è indispensabile la presenza di operatori, educatori, direttori, agenti di polizia, (ex) detenuti.

Il pianeta carcere è spesso sconosciuto, spesso frammentato in isole incomunicanti, spesso volutamente ignorato. Il lavoro dei consiglieri e dei parlamentari è piccola parte di quanto si può mettere in campo, ma può sommarsi ad un impegno quotidiano e spesso poco conosciuto di migliaia e migliaia di uomini e donne che a questo hanno dedicato il proprio tempo e le proprie energie. Al convegno parteciperanno, oltre a me, il consigliere regionale Bossuto, la senatrice Alfonzi.

 

Sergio Dalmasso

Consigliere Regionale Rifondazione Comunista

Prc e delegazione di Antigone oggi in visita al carcere Mammagialla di Viterbo

Prc e delegazione di Antigone oggi in visita al carcere Mammagialla di Viterbo
di Uff. Stampa Prc Lazio 5 marzo 2007
“Continueremo a lavorare per migliorare le condizioni di vita della popolazione detenuta all’interno del carcere Mammagialla di Viterbo: c’è ancora molto da fare per arrivare a un sostanziale cambiamento di questa realtà penitenziaria”. Lo ha detto Ivano Peduzzi, capogruppo del Prc alla Regione Lazio che questa mattina insieme al segretario del Prc della Federazione di Viterbo Mario Ricci, e alla coordinatrice dell’Osservatorio sulle carceri dell’Associazione Antigone Susanna Marietti, ha fatto visita al carcere di Viterbo.

 

“Certamente al Mammagialla – ha detto Peduzzi – in seguito al provvedimento di indulto il problema del sovraffollamento è stato ridimensionato, ma non risolto. A fronte dei 680 detenuti presenti prima di agosto, oggi ce ne sono 470, cifra che tuttavia non risponde alla capienza regolamentare che è di 433. Inoltre, la chiusura a rotazione di due sezioni del carcere per eseguire, secondo quanto riferito dalla direzione, lavori di manutenzione ordinaria, ha determinato che quasi tutte le celle, molto piccole e pensate come singole, sono di fatto occupate da due detenuti. Peraltro, molte di queste celle, non hanno luce naturale sufficiente e sono prive di acqua calda. Altro problema poi  - ha aggiunto il capogruppo del Prc alla Pisana – riguarda le scarse opportunità  di lavoro  e le altrettante poche attività formative e di socializzazione previste per l’inserimento dei detenuti, nonostante esistano numerosi progetti di formazione professionale e di inserimento in settori come l’agricoltura, la raccolta differenziata e lo sviluppo delle energie alternative. In merito,  ancora una volta, abbiamo riscontrato carenze da parte della magistratura di sorveglianza che rendono ancora più difficile la vita dei detenuti che non possono usufruire dei benefici e delle misure alternative previste dalla legge. Infine – ha concluso Peduzzi – permangono le difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari. La visita di oggi, infatti, che si colloca nell’ambito della campagna semestrale che il Prc ha organizzato a livello nazionale con Antigone per monitorare le carceri nel post-indulto, con particolare attenzione all’applicazione del regolamento penitenziario e allo stato dell’assistenza sanitaria, ci ha confermato l’urgenza di approvare la legge regionale voluta fortemente da Rifondazione comunista che prevede l’assunzione diretta di responsabilità per il  trattamento sanitario penitenziario da parte della Regione.”

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