Free cookie consent management tool by TermsFeed Policy Generator Carcere, Jhonny era un rapper non un numero

Carcere, Jhonny era un rapper non un numero

Corridoio carcereRapporto Antigone. Uno dei 34 detenuti suicida dall'inizio dell'anno. Una giustizia anonima e burocratizzata lo aveva messo dentro per avere violato le norme sulla detenzione domiciliare. Il suo malessere è stato trattato con quel manicheismo repressivo che non ammette pietà.

di Patrizio Gonnella su il manifesto dell'11 agosto 2020

La pena è una sanzione, ma come ci raccontano i dizionari, è anche sinonimo di sofferenza. Una sofferenza che ha portato il povero Jhonny Cirillo, giovane rapper venticinquenne di Scafati, a suicidarsi nel carcere di Salerno. Jhonny è uno dei 34 detenuti suicida dall’inizio dell’anno. Una percentuale purtroppo in aumento rispetto all’anno scorso, segno che la pandemia ha aumentato il tasso di sofferenza. 

Ogni suicidio è comunque segno di disperazione individuale. Per questo non vanno cercati i capri espiatori tra coloro che hanno mere funzioni di custodia. Non vanno colpevolizzati coloro che non avrebbero sorvegliato minuto per minuto l’aspirante suicida. Il compito delle istituzioni sociali, sanitarie e penitenziarie non è togliere al detenuto il lenzuolo o la cintura dell’accappatoio per evitare un’impiccagione, ma togliergli la voglia di suicidarsi, attraverso l’ascolto, la cura, il dialogo. Il sovraffollamento rende le persone detenute anonime. La loro disperazione, la loro solitudine non è intercettata da operatori, medici, educatori. Così i detenuti restano soli con le loro paure e angosce. Jhonny non avrebbe dovuto stare in carcere. Aveva commesso piccoli reati. Una giustizia anonima e burocratizzata lo aveva messo dentro per avere violato le norme sulla detenzione domiciliare. Il suo malessere è stato trattato con quel manicheismo repressivo che non ammette pietà. 

A Jhonny e alla sua famiglia è stato dedicato il rapporto estivo sulle carceri presentato da Antigone ieri. In sintesi alcuni numeri che qualificano la condizione d vita negli istituti penitenziari in questa estate 2020. Permane un preoccupante elevato tasso di sovraffollamento (numero di detenuti rispetto alla capienza regolamentare), pari al 106%, secondo i dati ufficiali, ma sicuramente più alto se si considerano reparti e sezioni chiusi per varie ragioni. A fine luglio, le presenze in carcere erano 53.619, alcune migliaia in meno rispetto a febbraio 2020, ossia quando si è creata la necessità di ridurre gli spazi nelle carceri per evitare che queste si trasformassero, al pari delle residenze per anziani, in focolai pericolosi per la salute dello staff, dei detenuti e dell’intera comunità territoriale. 

Si consideri che in 24 istituti il tasso di affollamento supera il 140% ed in 3 il 170% (Taranto, Larino e Latina). Ad oggi il numero totale dei detenuti contagiati è stato inferiore alle 300 unità. Fortunatamente, grazie all’impegno di tanti procuratori, magistrati di sorveglianza, direttori, medici c’è stato un calo della popolazione detenuta di circa 8 mila unità tra febbraio e maggio. Ciò ha consentito di evitare la deriva degli Usa, dove il numero totale dei detenuti contagiati è superiore addirittura a 100 mila e sono 805 i detenuti morti per Covid, un numero che corrisponde al totale dei morti che si ha in 5 anni negli istituti di pena italiani. 

Il risultato italiano va capitalizzato, mantenendo alte le misure deflattive (lo ha ribadito in un documento recente la Conferenza Stato-Regioni) e preventive, nonché attraverso la messa a disposizione di mascherine, sapone, gel igienizzante e soprattutto adeguati spazi fisici. Un paio di dati vanno sottolineati, tra i tanti presenti in questo Rapporto di piena estate: il 52,6% dei detenuti – pari a ben 18.856 persone – condannati in via definitiva, deve scontare meno di tre anni di carcere, con conseguente possibilità di accesso a misure alternative. 

Posto che un detenuto costa in media circa 150 euro al giorno (costi che ovviamente comprendono la retribuzione dello staff e la manutenzione delle strutture), mentre una persona in misura alternativa costa allo Stato circa dieci volte di meno, attraverso progetti mirati e individuali di recupero sociale all’esterno si potrebbero risparmiare almeno 500 milioni di euro se solo la metà di queste persone potesse scontare all’esterno la propria pena. Inoltre è dimostrato che il tasso di recidiva si abbatte nelle persone che non scontano per intero la pena in carcere. 

Un secondo dato riguarda il tema sensibile degli stranieri detenuti. Contro ogni stereotipo interpretativo, negli ultimi 12 anni la percentuale degli stranieri detenuti è scesa dal 37% all’attuale 32,7%. Un calo vistoso anche in termini assoluti: ci sono 4 mila stranieri in meno nelle prigioni italiane mentre è raddoppiata la popolazione straniera residente libera nel nostro Paese. Numeri che dovrebbero essere urlati contro i post xenofobi di politici privi di argomenti razionali.

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