La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia con la sentenza Asciutto e altri c. Italia. I giudici di Strasburgo hanno accertato all’unanimità la violazione dell’Articolo 7 (principio di legalità e divieto di retroattività della pena) in quanto non si può applicare mai nei confronti di un detenuto retroattivamente un regime penitenziario più duro (come quello di cui all’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario), nonché la violazione dell’Articolo 3, essendo l’ergastolo ostativo senza speranza in contrasto con il divieto di trattamenti inumani e degradanti.
La Corte si muove nel solco di decisioni già prese in precedenza dalla Corte di Strasburgo e dalla Corte Costituzionale italiana. Afferma infine che, per il periodo successivo all’entrata in vigore, alla fine del 2022, della riforma in materia di ergastolo ostativo, imposta dalla Corte costituzionale e dalla stessa giurisprudenza europea, non vi sarebbe violazione dell’art. 3 CEDU. Tale riforma, seppur con molte cautele, esclude infatti l’automatismo dell’ergastolo per chi non collabora con la giustizia o non è nelle condizioni di farlo.
Dodici ragazzi detenuti nell’Istituto penale per minorenni di Casal del Marmo sarebbero stati vittime di violenze e torture da parte di alcuni agenti della polizia penitenziaria. È quanto emerge dall’inchiesta della Procura di Roma e, oggi, trova una qualificazione particolarmente significativa nelle parole del giudice per le indagini preliminari che, nell’ordinanza con cui tre agenti sono stati interdetti dal servizio per un anno, parla esplicitamente di tortura.
Per Antigone si tratta di un passaggio di enorme gravità, che impone una risposta istituzionale immediata.
Nelle carceri italiane siamo dinanzi ad una gravissima emergenza umanitaria strutturale, aggravata dalle ondate di caldo di quest'estate, senza che le politiche governative offrano alcuna soluzione efficace e, anzi, andando in alcuni casi ad aggravare le criticità.
Ad offrire questo quadro è il rapporto di metà anno 2026 dell’Associazione Antigone, un appuntamento ormai consueto per fare il punto su quanto avvenuto nei primi mesi dell’anno all’interno del sistema penitenziario italiano.
I NUMERI DEL SOVRAFFOLLAMENTO RECORD - Partendo dai numeri in continua crescita, il sistema penitenziario italiano ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. Al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%. Si tratta di numeri che non si registravano dal 2013, anno della storica condanna dell'Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per trattamenti inumani e degradanti. La situazione è fuori controllo in intere regioni: la Puglia guida il triste primato con un tasso del 180,4%, seguita da Molise (165,9%), Basilicata (162,5%) e Lombardia (157,9%). In ben sei istituti penitenziari i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili, con picchi allarmanti a Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%) e Latina (220,8%). Inoltre, nelle 72 visite effettuate da Antigone negli ultimi dodici mesi, è emerso che nel 44% degli istituti vi sono celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di 3 metri quadrati a persona. A testimoniare questa condizione vi sono i numeri dei reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza per i trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone recluse: ben 6.539 nel 2025, il 12% in più del 2024.
Antigone, attraverso un documento inviato alcuni giorni fa al Parlamento, esprime profonda preoccupazione e netta contrarietà rispetto a numerose disposizioni contenute nell'Atto del Governo n. 418, riferito all'utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile.
Lo schema di decreto legislativo, che mira ad adeguare la normativa nazionale al Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act) per l'utilizzo dell'IA da parte delle forze di polizia, introduce pericolose "zone di tolleranza" e deroghe per l'impiego di sistemi ad alto rischio. Antigone, nel proprio documento, richiama il Governo al rispetto del principio di cautela e della Carta Etica Europea sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari del 2018 (CEPEJ): l'IA deve restare uno strumento al servizio dell'interesse generale, confinato entro i rigidi limiti dei diritti fondamentali.
Attraverso un'analisi dettagliata del testo legislativo, Antigone denuncia le seguenti criticità e chiede emendamenti urgenti:
Comunicato stampa - 29 luglio 2026
La copertura finanziaria della legge consente di coprire i costi per meno di 600 persone.
"In merito al provvedimento recante "disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti" approvato oggi in via definitiva dalla Camera dei Deputati, il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha parlato di oltre 10.000 persone detenute che potrebbero uscire dal carcere per scontare la pena presso una comunità. Da dove arrivi questo numero però non è dato saperlo. Se la platea di persone potrebbe infatti arrivare a questo numero, la legge prevede una serie di paletti, che vanno dalla volontarietà della persona stessa, ad una valutazione del tribunale e della magistratura di sorveglianza, che potrebbero ben erodere questo numero.
di Patrizio Gonnella su il manifesto del 25 luglio 2026
Il governo e Meloni hanno dichiarato guerra ai giovani. Dopo avere introdotto il crimine di rave party, aver massacrato la giustizia penale minorile con il dl Caivano, avere affollato gli istituti penali per minorenni, avere previsto ammonizioni e Daspo per i più piccoli, adesso provano a intaccare il codice penale nella parte sulla imputabilità.
È stata preannunciata una norma ben più reazionaria di quelle già presenti nel codice fascista del 1930. Con il nuovo ddl governativo gli adolescenti, di età compresa tra i 14 e 18 anni si presumono maturi, responsabili e dunque pronti per andare in galera. Chi sbaglia paga anche sei hai 14, 15,16 o 17 anni, ha detto la presidente del Consiglio. Così si ammazza una generazione. Così si ammazza il diritto che mette al centro l’interesse superiore del minorenne.
Che significa mandare un ragazzino in un carcere minorile? Significa rovinarlo forse per sempre. Etichettarlo, mettere a rischio il suo futuro. Mettere a rischio la sua salute e talvolta anche la sua incolumità. Mai come oggi gli Istituti minorili sono strapieni, con giovanissimi costretti a dormire anche per terra. Con l’emanazione del cosiddetto decreto Caivano del settembre 2023, per la prima volta nella storia italiana gli istituti penali per minorenni hanno conosciuto il sovraffollamento.
Il Governo porta oggi all’esame del Consiglio dei ministri lo schema di disegno di legge recante “Modifiche in materia di imputabilità del minore”. Una scelta che, se confermata, rappresenterebbe un ulteriore e gravissimo passo nella trasformazione della giustizia minorile italiana da sistema fondato sulla funzione educativa e sulla responsabilizzazione a sistema sempre più orientato alla punizione e alla repressione. à
“Che fine ha fatto il superiore interesse del minore? – dichiara Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell'osservatorio minori di Antigone. Da mesi, insieme a Defence For Children e Libera abbiamo promosso gli Stati Generali della Giustizia Minorile, circa 500 persone che lavorano quotidianamente con ragazze e ragazzi – magistrati minorili, avvocati, operatori, educatori, ricercatori e organizzazioni della società civile – discutono del futuro del sistema. E in tutti i sei tavoli di confronto, in questo grande percorso di riflessione collettiva, l’ipotesi di abbassare l’età imputabile è stata guardata con enorme preoccupazione e contrarietà. Chi conosce davvero questo mondo sa che la risposta non può essere quella di anticipare la punizione”.
Pene dai 7 ai 21 anni sono quelle chieste dal Pubblico Ministero del processo per i fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell'aprile del 2020. Nella requisitoria, ancora in corso (sono 106 gli imputati), il PM ha ricostruito responsabilità e catena di comando dietro a quanto avvenuto nell'istituto campano. Si parla di episodi di violenza e tortura contro le persone detenute, nonché la morte di Lamine Hakimi, collegata a quelle violenze.
Nel dettaglio, con reati contestati a vario titolo, sono stati chiesti 21 anni e 4 mesi per il comandante del gruppo di supporto agli interventi, 14 anni per il comandante del carcere, 7 e i 9 anni per i due medici che hanno prodotto falsi referti in ordine alle visite mediche ai detenuti, 12 anni per la commissaria del reparto Nilo, 9 anni per la comandante del nucleo investigativo regionale della Polizia Penitenziaria della Campania, 10 anni per il Provveditore regionale e 8 anni per entrambi i vicedirettori.
"Le richieste del PM segnano un'importante richiesta di giustizia per un procedimento lungo e difficile. Antigone già all'indomani di quei fatti ricevette alcune segnalazioni e presentò degli esposti dai quali presero il via le indagini. Per questo l'associazione è costituita parte civile nel processo. In questi casi è fondamentale giungere ad una verità giudiziaria che restituisca dignità all'intero Paese". Questo il commento di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia impone una riflessione sulla nuova norma - voluta all'interno del decreto sicurezza - che introduce un regime differenziato per chi è coinvolto in un fatto di reato in presenza di una presunta causa di giustificazione. Le immagini circolate e le informazioni finora emerse richiedono un accertamento completo e rigoroso di quanto accaduto.
Ma proprio questo caso rende evidente un problema più generale: in uno Stato di diritto la legge deve essere uguale per tutti. La nuova disciplina introdotta dal cosiddetto “scudo penale” prevede che, quando il pubblico ministero ritiene evidente la presenza di una causa di giustificazione, la persona coinvolta non venga automaticamente iscritta nel registro degli indagati, ma in un apposito registro delle annotazioni preliminari. È il meccanismo applicato dalla Procura di Bologna nel caso della morte di Fakir, con l’iscrizione di sei persone coinvolte nelle diverse fasi dell’intervento.
«Il punto non è stabilire oggi se qualcuno abbia commesso un reato – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – né sostituirsi alla magistratura nell’accertamento dei fatti. Il punto è chiedersi se sia compatibile con i principi costituzionali che, a parità di fatto e di possibile responsabilità penale, l’accesso alla giustizia e l’avvio degli accertamenti possano essere disciplinati diversamente sulla base della professione svolta dalla persona coinvolta o della presunta presenza di una causa di giustificazione. La legge deve essere uguale per tutti: non può esistere un diritto penale con percorsi diversi a seconda di chi è coinvolto».
Non era mai accaduto nella storia recente penitenziaria italiana che associazioni, laiche e cattoliche, responsabili delle istituzioni territoriali, esponenti della società civile, attori e scrittrici, dirigenti di banca, sacerdoti, politici di varie forze politiche, garanti regionali e comunali si sentissero chiamati a difendere l’articolo 27 della Costituzione. È stata una giornata dall’altissimo valore simbolico e si ringrazia l’amministrazione penitenziaria per la disponibilità. Il carcere si è aperto al mondo esterno. Questo è il senso della neonata Alleanza per l’articolo 27 della Costituzione. In ben 36 carceri, oltre 350 persone si sono mobilitate in tutta Italia per vedere con i propri occhi le condizioni di detenzione e per chiedere di intervenire urgentemente nel nome della dignità delle persone detenute, oltre che dello stesso personale penitenziario. Una gran parte degli istituti penitenziari visitati ha mostrato condizioni di sovraffollamento insostenibile, che in alcuni casi è giunto addirittura al 250%, ed estreme carenze in termini di qualità degli ambienti, spazio minimo, caldo senza respiro, celle con letti a tre piani, aree aperte senza possibilità di proteggersi dal sole, assenza di frigo e ventilatori nelle celle.