Carceri, quella porta da aprire ancora

Carceri, quella porta da aprire ancora

Papa Rebibbia

di Patrizio Gonnella su Il Manifesto del 10 dicembre 2025

Era il ventisei dicembre dello scorso anno quando papa Francesco, con un gesto forte e contro corrente, in occasione del Giubileo, aprì la Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia. Un gesto materiale e simbolico che chiedeva clemenza e rispetto. 

Clemenza e rispetto per l’umanità ristretta e sofferente nelle galere del mondo. Dopodomani, 12 dicembre, sarà il giorno del Giubileo dei detenuti. In Italia non c’è stata alcuna risposta da parte del parlamento e del governo. Le istituzioni non si sono limitate a rimuovere le parole del papa dalla discussione pubblica, ma hanno fatto qualcosa di peggio. Hanno esplicitamente contraddetto il pontefice con una sequenza di provvedimenti disumani o fortemente peggiorativi delle già compromesse condizioni di detenzione: si pensi da un lato all’introduzione del delitto di rivolta penitenziaria che va a punire i detenuti che disobbediscono in forma civile e nonviolenta a ordini della polizia penitenziaria e dall’altro lato alle chiusure ingiustificate del sistema verso la comunità esterna. 

Eppure nei più alti ranghi delle istituzioni c’è chi evoca Dio, Cristo, lo Spirito Santo e la Madonna come se fossero calciatori della nazionale. 

Viceversa non si tiene conto delle parole e delle richieste di chi rappresenta formalmente e sostanzialmente la cristianità nel mondo. C’è chi in parlamento e tra i sindacati autonomi di polizia penitenziaria ha addirittura chiesto di abrogare il delitto di tortura non considerando che fu papa Francesco a introdurlo nel codice penale del Vaticano con motu proprio. 

Nelle carceri vi sono circa 15mila persone in più rispetto alla disponibilità effettiva di spazio. Manca il respiro, proprio come auspicato da esponenti del governo. Non è però il solo sovraffollamento a produrre degrado e condizioni disumane di vita. Queste sono l’esito di un modello di pena premoderno che nega ai detenuti la socialità, riduce al minimo le relazioni affettive, disincentiva la cooperazione del mondo libero, formalizza l’ozio in celle malandate quale strategia di contenimento di corpi che man mano si vanno ad ammalare. Nella retorica pubblica sempre più il detenuto è etichettato come un nemico e non come una persona temporaneamente privata della libertà di movimento. Dai vertici istituzionali negli ultimi anni sono giunti agli operatori penitenziari messaggi di tipo bellico, come se per un poliziotto andare a lavorare in carcere dovesse significare andare in guerra. 

Contro chi sarebbe la guerra? L’elenco è presto fatto: tossicodipendenti in astinenza, giovani con doppie diagnosi e un profondo disagio psicologico o psichico, immigrati che le nostre crudeli democrazie hanno espulso dalla vita, autori di reati di strada. Una guerra che vedrà tutti perdenti. Tutti stanchi. Tutti incattiviti. In questo modo il carcere sarà sempre più indistinguibile da quelle pene corporali dalle quali avrebbe dovuto distinguersi. 

Dunque, dalle pagine di questo giornale lanciamo un doppio appello. Ai giornalisti: chiedete di andare a visitare le galere. Chiedete di visitare il settimo reparto di Regina Coeli, le sezioni più affollate di Poggioreale a Napoli o quelle putride di Sollicciano a Firenze. Chiedete di andare con le telecamere. E non fermatevi alle aree comuni. Bisogna produrre un’indignazione di massa affinché cambi qualcosa. Agli operatori penitenziari: obbedite alla Costituzione, sempre, e non ai poteri informali o agli ordini illegittimi. 

In carcere non esistono nemici. Un gran numero di associazioni ha lanciato un appello alla clemenza e all’umanità in occasione del Giubileo dei detenuti con proposte immediatamente praticabili. Ci si è dati appuntamento il 6 febbraio a Roma. Non si è cristiani solo se si porta il rosario in borsa.

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