Rompere il silenzio sul sistema chiuso imposto dal governo

Rompere il silenzio sul sistema chiuso imposto dal governo

web-pol1-commento-gonnella-archivio-manifestodi Patrizio Gonnella su il manifesto dell'8 febbraio 2026

Non c’è umanità e non c’è clemenza per le quasi 64 mila persone recluse in carcere. Non c’è pietà per i 262 morti dal primo gennaio 2025 a oggi. Non c’è giustizia per gli 86 detenuti suicidatisi negli ultimi 13 mesi. Non c’è speranza di futuro per i 579 ragazzi ristretti negli istituti penali per minori. I numeri impietosi di un sistema in crisi non sono però da soli sufficienti per comprendere le condizioni drammatiche di vita delle persone detenute. 

Bisogna andare nelle sezioni di Sollicciano a Firenze, Dozza a Bologna, Regina Coeli a Roma, San Vittore a Milano, Poggioreale a Napoli, Due Palazzi a Padova per capire come si vive veramente negli istituti penitenziari. È necessario guardare con i propri occhi lo stato delle celle affollate, sentire i rumori assordanti e le grida disperate, ascoltare la voce degli operatori, leggere gli ordini di servizio e le circolari che sempre di più si sostituiscono alle leggi reinterpretando in chiave restrittiva l’ordinamento penitenziario e la Costituzione. 

Nelle carceri vi sono condizioni igienico-sanitarie patogene, si respira tensione, la vita scorre tristemente in celle malmesse e sovraffollate. Nel frattempo un tribunale a Torino ha condannato venerdì un gran numero di agenti per abusi e tortura. Alcuni sindacati di Polizia penitenziaria hanno preteso di tornare a un carcere pre-moderno, chiuso, militarizzato, governato con tecniche di ordine pubblico e lo hanno in parte ottenuto. Di fronte a ogni problema, inevitabile nella comunità penitenziaria, si procede a trasferimenti delle persone detenute, dolorosi e inutili a risolvere la questione. 

Gli esseri umani sono trattati come pacchi, disinteressandosi a ogni prospettiva di reintegrazione sociale o di rispetto del diritto alla vicinanza ai propri affetti. Della funzione rieducativa della pena, di per sé già mitologica, resta solo l’affannarsi di operatori e volontari che non abbandonano del tutto il campo a chi vorrebbe governare il sistema con spray al peperoncino (che ha di recente fatto ingresso in carcere), body cam e blindi chiusi. Quanto accaduto nel carcere di Padova è paradigmatico. 

Per decisione amministrativa un gruppo di detenuti della sezione Alta Sicurezza è stato sparpagliato in altri istituti in giro per l’Italia. Persone che erano lì da anni e che avevano nella loro cella e nelle relazioni locali le poche certezze di una vita difficile. Non ci si può sorprendere se, disperato, uno di loro si è tolto la vita pur di evitare il trasferimento. A Roma venerdì è accaduto un fatto politicamente rilevante. Associazioni, istituzioni, operatori hanno deciso di non essere silenti di fronte a un sistema che sta andando velocemente verso il baratro, inseguendo una spirale custodialistica e repressiva che entusiasma tanto chi vorrebbe asfissiare carceri e carcerati. Di questo passo saranno, però, asfissiati anche coloro che lavorano in carcere. 

Un’asfissia che potrebbe pericolosamente condurre a un processo di progressiva assuefazione alle peggiori pratiche penitenziarie. Settanta anni fa Danilo Dolci fu arrestato per avere organizzato uno sciopero alla rovescia. Fu difeso nel processo da Piero Calamandrei che qualche anno prima aveva chiesto alle istituzioni di aprire un’inchiesta sulla tortura nelle carceri italiane. 

Non so in cosa potrebbe consistere oggi uno sciopero alla rovescia di volontari e operatori penitenziari, associazioni e istituzioni di garanzia. Ad esempio, potrebbe significare che si moltiplichino le visite, le presenze, le offerte di aiuto, i colloqui, le proposte di iniziative culturali, sportive, educative. Che si vada in carcere con giornalisti, sindaci, vescovi, imprenditori in modo che tutti abbiano chiaro cosa significa stare in tre persone per venti ore al giorno in celle fatiscenti. Carceri dove si vive come in una giungla. L’assemblea di Roma ha mostrato una società civile ricca, articolata, reattiva. Esiste un mondo di operatori, associazioni, garanti, cooperative che costituisce il baluardo della legalità penitenziaria. Deve avere la forza di proporsi come una grande alleanza costituzionale in alternativa a chi nelle istituzioni intende dismettere il proprio ruolo democratico.

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